HOBO in divenire

HOBO si è ripreso uno spazio.
sia però da subito chiaro:
HOBO non è uno spazio, ma una relazione sociale che si materializza in uno spazio.
HOBO è una “macchinetta” che si sa innestare in una molteplicità di ambienti: in università e nella metropoli, nelle strade e nelle piazze, nelle assemblee e nei seminari di autoformazione, nei territori del nemico e in quelli dove si muovono i nostri compagni di lotta e avventura.
HOBO è nomade, ma anche i nomadi decidono talvolta di fermarsi in un determinato luogo, che solo temporaneamente chiamano casa, perché la loro unica vera casa è l’universo intero.
a differenza dei sedentari della vita, infatti, i nomadi mai si fermano per gettare radici e divenire albero, ma sempre per fare rizoma e divenire erba. sempre nel mezzo, nel mezzo delle lotte. tra idesideri. in mezzo alla materia.
che il nostro fermarci significhi dunque accrescimento della nostra potenza di mobilità.
sempre pronti alla ripartenza selvaggia.

la nostra temporanea casa l’abbiamo questavolta trovata in un seminterrato del dipartimento di Psicologia nel campus divia Filippo Re. quello stesso campus che a febbraio era stato trasformato in “zona rossa” dal Re-ttore Dio-nigi e la sua corte dei miracoli.

questo seminterrato era l’ennesimo spazio lasciato alla polvere. per mesi era in un vergognoso stato d’abbandono e chissà per quanti altri avrebbe continuato ad esserlo.
lo abbiamo occupato, ed immediatamente……”c’era un progetto!”
impressione collettiva di deja’-vu! la solfa di febbraio pare ripetersi:
allora, era stato detto alla stampa che quelle serre, per anni abbandonate al proprio solitario destino, presto sarebbero dovute diventare un asilo aziendale. a noi non fu invece detto niente, fummo sgomberati per mezzo della bieca violenza della polizia. poi, a vicenda conclusa, nessun operaio è mai stato visto nei pressi delle serre.
questa volta, il vice-sceriffo Nicoletti si è perlomeno degnato di rivolgerci la parola (riprova che la lotta produce i suoi effetti), però, pur cambiando la forma, non è ancora cambiata la sostanza (riprova che servono ancora molte altre lotte!). questa volta il progetto in questione sarebbe un laboratorio di ricerca per il dipartimento di Psicologia.
quanto è difficile credere al potere!
eppure, volendo anche concedere il beneficio del dubbio, rimane il fatto concreto che questo seminterrato è al momento in un evidente stato d’abbandono. anche qui, di lavori e operai nemmeno l’ombra.
ci è allora stato detto dei tempi tecnici necessari per i bandi. (chissà quanti scheletri potrebbero uscire dall’armadio della questione “bandi”, ma lasciamo per il momento perdere.)
noi semplicemente rispondiamo che non abbiamo tempo per stare dietro alla loro tempistica, noi abbiamo altri calendari, altri tempi vitali. e con trasparenza diciamo: finché non sarà pubblicamente presentato un progetto con indicata la data di inizio dei lavori, per noi il posto è e rimane in stato di abbandono, e ci sentiamo dunque pienamente legittimati a restare.
nel caso in cui sia invece presentato un reale progetto, accompagnato da una coerente documentazione, noi siamo allora pronti– il giorno dell’inizio dei lavori, non prima – a ridarci alla macchia e a cercare altrove un altro spazio. la zona universitaria ne è piena. i luoghi abbandonati, semi-abbandonati, mal utilizzati paiono farci l’occhiolino e dire: “veniteci a prendere compagn* erranti, noi siamo solo polvere senza di voi.”
nel caso in cui, invece, questa incurante amministrazione universitaria volesse davvero sorprenderci e farci una ragionevole proposta (è chiaro che le Roveri non sono un’opzione, vero Nicoletti?), noi –nonostante i soprusi e le minacce ricevute – siamo anche disposti ad ascoltarlae a dare una risposta ragionata collettivamente.

ma tutto ciò sta nel regno della possibilità (o dell’impossibilità?)
noi preferiamo quello della realtà.
quello che possiamo dire con certezza è che,per parte nostra, questo spazio fino ad oggi lo abbiamo riempito di vita e cooperazione.
molte soggettività differenti lo hanno attraversato e lo stanno, ciascuno a suo modo – più o meno consapevole –, costruendo collettivamente: dallo studente al ricercatore disoccupato, da chi è iscritto ad un corso di laurea magistrale a chi ancora deve finire il liceo o l’istituto tecnico, dal professore che si vuole anche lui opporre alla ristrutturazione provocata dalla riforma Gelmini all’addetto delle pulizie insoddisfatto da un salario da fame, dal dottorando che lamenta la scarsa (o nulla) retribuzione ricevuta al custode che ci ricorda che bisogna sempre lottare contro i padroni. in comune tra tutte queste figure: non solo la ormai generalizzata condizione di precarietà ma soprattutto il desiderio di condividere aldilà delle logiche di mercato. in altre parole, il desiderio di Comune. desiderio che produce tanti progetti: molti dei quali già hanno forma, e molti di più che sono in cantiere pronti per esser costruiti collettivamente dalle tante e i tanti già presenti e da tutt* quelle e quelli che arriveranno. il Comune è infatti un desiderio che si fa immediata partecipazione, non potrebbe essere altrimenti.

la solidarietà esplicita che abbiamo ricevuto dai molti lavoratori, di vario livello, e la complicità implicita che i lori sguardi sembrano volerci trasmettere rafforzano la nostra convinzione che il Comune è un desiderio per sua natura trasversale.
HOBO è quindi un progetto – un laboratorio dei saperi comuni – che si nutre della cooperazione spontanea tra le più svariate figure del lavoro vivo. HOBO vive della potenza che emerge dalle connessioni tra le singolarità. HOBO si contrappone all’atomizzazione, alla solitudine dell’individualizzazione ai tempi dell’università-azienda e della società-mercato. HOBO agisce sempre ricercando la ricomposizione e vuole abbattere i muri di divisione che il potere costituito così strenuamente lavora invece per erigere.
e questi muri davvero paiono sgretolarsi di fronte all’energia della cooperazione, di fronte alla gioia dello stare insieme e dello sperimentare forme di socialità alternative e non mercificate. HOBO ricerca queste connessioni indicibili. HOBO, infatti, non è più solo quelle persone che lo componevano all’inizio, ma è già divenuto molto di più. HOBO è una molteplicità in divenire che non può fare a meno di interagire con sempre nuove singolarità e trasformarsi perpetuamente.

HOBO è un’ambiziosa e sovversiva scommessa di felicità condivisa che si propone di sfidare non solo il potere dell’università-azienda e le sue concrezioni feudali ma il capitalismo in quanto sistema di vita.

[14 aprile 2013]