Re-ttore delle macerie: dimissioni!

La profonda crisi dell’Università italiana ha subito, negli ultimi mesi, un processo di vorticosa accelerazione. E quell’Università, che solo eufemisticamente possiamo dire “nostra”, cioè quella di Bologna, mantiene saldamente la testa di questa forsennata corsa verso l’abisso. Mentre le riorganizzazioni delle facoltà in scuole e dipartimenti diventavano via via effettive, mentre le tendenze all’aziendalizzazione si accompagnano a un’ulteriore centralizzazione del potere feudale nelle mani di rettore e baroni, e le politiche di tagli, privatizzazioni e precarizzazione della ricerca facevano del decreto Gelmini una desolante realtà, uno spettro sotterraneo sì è lentamente diramato sotto i nostri attoniti sguardi. La moneta con cui il profitto ha scacciato il sapere da casa sua non è stata in grado di nascondere a lungo la sua faccia più lugubre e sostanziale: la repressione.

Così il quadro tristemente si completa. Se l’Università deve essere declassata a mera appendice del mercato del lavoro, la sua qualità misurata sull’indice del suo divenire-azienda, se la ricerca deve essere selezionata e commisurata ad uso di privati ed imprese e se, in definitiva, l’Università deve divenire la fabbrica del futuro soggetto-lavoratore-precario, disciplinato e sottomesso, è chiaro che non si potevano più tollerare spinte che puntassero ad inversioni di rotta. Evidentemente, sollevare con estrema ambiguità le retoriche della meritocrazia contro l’Università dei baroni – retoriche che in questo quadro è difficile declinare – non bastava. Bisognava desertificare ogni anfratto di produzione genuina di saperi. Laddove studenti, dottorandi, ricercatori e precari dell’Università agivano il rifiuto della loro mercificazione per dare vita ad esperienze di auto-formazione e di riappropriazione di saperi critici, aprendo spazi, creando laboratori, facendo inchiesta e rilanciando la critica del declino universitario, è stato loro mostrato, con sempre maggiore veemenza, il pugno di ferro della più violenta repressione.

Negli ultimi mesi a Bologna gli episodi di normalizzazione repressiva si sono drammaticamente moltiplicati. Il rettore Ivano Dionigi che ora denuncia il rischio di una Caporetto – salvo essere stato il maggior supporter della riforma Gelmini o sperimentatore del modello Marchionne nell’accademia, quando nel 2010 propose di sostituire i ricercatori in sciopero con precari presi per fame – si sta presentando come il pioniere di questa duplice strategia: aziendalizzazione dell’Università e repressione del dissenso. Dionigi pare non capacitarsi del fatto che, all’interno della sua Università, studenti e ricercatori si ostinino a pensare piuttosto che subire il dichiarato disciplinamento che gli si impone. E ribadisce: tolleranza zero. Sgombera, chiude, alza muri, vieta, taglia la luce. Da quasi quarant’anni non si vedevano camionette e poliziotti in tenuta antisommossa entrare dentro l’Università per impedire agli studenti di autogestirsi. Dionigi ha sfondato pure questa soglia. Il messaggio è chiaro: il processo avviato non si tocca. Troppi interessi in gioco. E poco importa se l’Università riprodurrà le condizioni del suo annichilimento invece che formare intelligenze critiche.

La situazione appare allora drammatica, disperata, e per questo stesso motivo estremamente fertile. L’occasione che ci si configura è quella di riprendere collettivamente la parola davanti al salto nel buio del pavido re-ttore. Il momento è buono per rispondere che abbiamo in mente un’altra Università rispetto a quella che ci propongono. Il momento è buono per cominciare a farla questa Università. Cominciando a ribadire insieme che il sapere si produce soprattutto all’interno di scambi, relazioni, prese di posizione che evadono il sistematico tentativo di captazione e capitalizzazione delle strutture, sia vetero che neo, universitarie. E continuando col dire che non ci faremo ridurre a merce di scambio per il pagamento della crisi, ma continueremo a contrapporre il desiderio di un sapere in grado di trasformare il nostro presente a qualsiasi tentativo di mortificazione delle nostre intelligenze.
Il momento è buono, l’occasione è grande!
Non restiamo a guardare: Re-ttore Dionigi XVI, attento a non perdere la testa…

[20 marzo 2013]