Spotted: l’impunità è finita!

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È da molto tempo che i poteri costituiti parlano di “valutazione” per l’università. Ma come, si stupirà qualcuno, non è sempre esistita la valutazione? Certo, però a essere valutati sono sempre stati esclusivamente gli studenti e coloro che stavano in basso nella gerarchia accademica. Ora, strombazza la retorica dominante dell’università-azienda, tutti saranno valutati. E allora via a dispositivi di misurazione del sapere che si presumono oggettivi, complicati calcoli statistici, elefantiache macchine burocratiche, tutto questo per affermare che sarà la “neutralità” del mercato a premiare il merito individuale e selezionare gli imprenditori di se stessi. È bastato accennare all’introduzione di meccanismi aziendali di valutazione per suscitare nell’accademia feudale italiana cori di sdegno del ceto baronale: “come si permettono, vogliono forse mettere il becco negli affari della magistratura intellettuale del paese?”.

Si è trattato di un conflitto? Forse, ma dobbiamo capire di che tipo. A fronteggiarsi non sono stati i cattivi privatizzatori e i buoni difensori dell'”università bene comune”. Perché quel supposto “bene comune” altro non è che il prodotto dell’accademia controllata dai baroni, quella in cui dominano arroganza e rapporti servili di subordinazione, saperi polverizzati e precarizzazione permanente. Lo abbiamo detto più volte e lo ribadiamo: non c’è alcuna contrapposizione tra pubblico e privato, al contrario l’aziendalizzazione dell’università mostra la loro piena complicità. Si tratta, allora, semplicemente di un conflitto all’interno dei poteri costituiti, per spartirsi posizioni di rendita e privilegi. L’esito dei sistemi di valutazione e la creazione di organi parassitari come l’Anvur confermano una volta di più la massima gattopardesca: cambiare tutto affinché nulla cambi. A valutare i baroni sono i baroni stessi, i dispositivi del potere privato sono gestiti dal potere pubblico, il mercato si avvale dello stato, il capitalismo cognitivo dei rapporti feudali. Perciò non abbiamo proprio nulla da difendere.

Se vogliamo andare alla radice della valutazione dobbiamo invece porre il nodo di chi decide. In questo senso, si pone una questione di potere. Gli ultimi dieci giorni, dalla contestazione al barone nero Panebianco all’apertura della pagina “Spotted: Professori Unibo”, palesano tale questione in modo nitido. La creazione di uno spazio in cui studenti e precari possano rompere il silenzio e denunciare pubblicamente quei docenti che usano e abusano dei rapporti di potere, che fanno lezioni ed esami inaccettabili, che schiavizzano i propri subalterni, che propugnano retoriche razziste e di sfruttamento, che mascherano dietro alla libertà di opinione per pochi la negazione della libertà dei molti, ha suscitato al contempo grande consenso tra student@ e precar@ e indignato terrore da parte dei baroni e dei loro servitori, dentro e fuori dall’università, dai media alle stanze del potere, fino all’intervento della Procura. Di cosa hanno paura? Del fatto che finisca la loro impunità, che a “giudicarli” non siano i propri “pari” (altri baroni o gli organismi statali) ma i propri “subalterni”, student@ e precar@ appunto.

Ecco che viene infranta la mistificazione della “comunità accademica”: non esiste nessuna comunità, perché è spaccata da rapporti di sfruttamento e di potere. È stato probabilmente questo, l’idea di “sentirsi sulla stessa barca”, uno dei limiti di alcune esperienze di movimento degli ultimi anni, per esempio l’Onda. Su quella barca c’è chi rema e chi se ne sta comodamente a gozzovigliare nelle proprie torri d’avorio del Titanic, pronto a fare come Schettino se capisce che le cose vanno male (non ci è forse toccato sentire il re-ttore Dionigi parlare della “Caporetto dell’università italiana”, come se lui e i suoi sodali non fossero tra i generali che hanno portato al disastro?).

Questo è l’aspetto che ci è mancato negli ultimi anni: la giusta critica ai dispositivi di valutazione del sapere non ha saputo andare alla radice, fermandosi a una posizione che finiva per essere prigioniera di un conflitto all’interno dei poteri costituiti, in cui l’unica alternativa è rappresentata dagli uni o gli altri detentori di privilegi. Non ci dobbiamo allora stupire che un pezzo allargato della composizione dell’Onda abbia guardato con simpatia alle istanze genericamente definite “giustizialiste”, laddove la magistratura supplisce all’assenza di giustizia sociale. Come se mandare in galera qualche “ladro di futuro” servisse per avere indietro il maltolto. Per andare fino in fondo, dobbiamo afferrare collettivamente il nocciolo materiale – i rapporti di potere – e curvarli in una direzione differente. In questa direzione, la lotta contro i corrotti, se radicalmente sottratta alla delega (innanzitutto ai giudici, appunto) e agita collettivamente, può diventare lotta alla corruzione sistemica. Perché il sistema per definizione si autoassolve, e se ogni tanto punisce qualche corrotto è solo per rafforzare ulteriormente la propria macchina che produce essa stessa corruzione.

Dobbiamo rovesciare le retoriche neoliberali e utilizzarle contro chi le ha prodotte e le sostiene: l’escrache (pratica che nasce in Argentina contro i responsabili della dittatura e si è diffusa in Spagna e Stati Uniti contro i rentier della crisi) è la nostra peer review! La valutazione diventa perciò autovalutazione, perché solo i soggetti che producono cooperativamente i saperi possono collettivamente decidere come e per cosa produrlo. E siccome la valutazione è potere, il nostro compito è sottrarlo dalle mani dei pochi contro i molti ed esercitarlo in molti contro i pochi. Chi oggi si scandalizza o storce il proprio nasino elitario per la puzza plebea di queste iniziative, o è un complice dichiarato oppure è un utile idiota. E tra le due cose non sappiamo quale sia la peggiore.

Sappiamo che il rovesciamento dei rapporti di forza e di potere è una strada molto lunga e impervia. In queste situazioni, però, come in un lampo vediamo la paura che la prefigurazione di tale rovesciamento incute a chi tiene le fila di questo sistema e perfino ad alcuni dei suoi vili vassalli, che sperano di trarre qualche beneficio individuale dalla loro obbedienza. Bene, significa che la strada è quella giusta.

E da “barbaro-maoisti” conseguenti diciamo: che cento “spotted ” e “metodi-Pianebianco” sboccino!

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