Da che parte stare

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Per noi una delle cose più importanti scritte nella lettera aperta a Lucarelli è di non trasformare la questione in una “disputa tra intellettuali” (o tra personalismi, o tra realtà politiche e sindacali, o tra altre cose che non c’entrano niente). Al centro ci sono e ci devono essere solo ed esclusivamente le lotte dei lavoratori della logistica, questo è l’unico dibattito che ci interessa.

I fatti sono molto noti: decine di lavoratori da nove mesi non hanno salario, picchetti e blocchi vengono aggrediti con violenza (l’unica che si sia vista davanti ai cancelli) da polizia e crumiri, usano spray urticanti e spaccano gli arti con tecniche militari, comminano centinaia di denunce, facchini e sindacalisti vengono arrestati, un’interrogazione parlamentare di sinistra-destra mira a costruire l’ennesimo infame teorema giudiziario. Da una parte, i poteri costituiti della “rossa” Bologna: da Granarolo e Legacoop alle istituzioni, a far quadrato intorno alla difesa del proprio rodato sistema di sfruttamento cooperativo. Dall’altra parte, la lotta determinata e per la dignità di lavoratori e solidali – solidali innanzitutto perché riconoscono in quelle condizioni di sfruttamento e in quella lotta un terreno comune.

Ora che la lotta è arrivata a questo livello, nel momento in cui è diventata una battaglia non solo settoriale ma si è generalizzata, la domanda è: ci può essere qualcosa in mezzo? Pensiamo proprio di no. O si sta da una parte, o si sta dall’altra. Poi ovviamente, si può scegliere come e in che modo starci, e crediamo che il contributo di ognuno e ognuna, a partire dalla propria collocazione (come hanno fatto Wu Ming e Valerio Evangelisti), sia di fondamentale importanza. Invece i se e i ma, i distinguo, le allusioni criptiche, tutto ciò che in altri momenti forse non creerebbe grandi problemi, in questa fase specifica non sono consentite: non da noi o da qualche custode dell’etica rivoluzionaria, bensì dalla situazione concreta. Ne deve essere consapevole chi prende parola su questa lotta, o su questioni che girino o possano essere fatte strumentalmente girare intorno ad essa. Soprattutto chi conosce bene il sistema di funzionamento dei media mainstream, che non hanno mai avuto dubbi da che parte stare. E del resto, non crediamo che sia sempre e in ogni situazione obbligatorio parlare.

Ieri abbiamo fatto girare un tuit con una fotografia di un biglietto in cui si invitava a boicottare Granarolo e a non acquistare i libri di quegli scrittori che nei fatti si schierano dalla sua parte. Quel biglietto era appiccicato sul wall che la libreria Coop Ambasciatori (luogo altamente simbolico) riserva ai consigli dei lettori. Onestamente in questa fase abbiamo molto di meglio da fare che aprire una campagna di boicottaggio di romanzi; ci interessa invece sottolineare come, seguendo addirittura la velocità della comunicazione in rete e come dimostrato dalla manifestazione di sabato scorso, la lotta alla Granarolo sia diventata una lotta generale, sentita ben oltre i cancelli di Cadriano. Poco dopo, e probabilmente grazie anche a questa polemica virale attivatasi in più luoghi, è arrivata la (parziale) retromarcia di Carlo Lucarelli. Da un lato ci fa piacere, perché non è da tutti ammettere i propri errori, e auspichiamo anche una conseguente querela al Corrierone. Dall’altro, continua a lasciarci perplessi il ribadire alcuni punti per noi incomprensibili: quale sarebbe questo clima di “potenziale violenza” nel paese, se non la violenza quotidiana della miseria e della crisi? Quale sarebbe il modo legittimo di fare i blocchi e quale quello illegittimo? Sia chiaro: ognuno la pensi come vuole e dissenta nelle forme che ritiene più appropriate, ma se si interviene su questioni delicate – sopratutto dove ci sono di mezzo pance svuotate dalla miseria e/o espliciti tentativi di persecuzione giudiziaria – quantomeno non bisognerebbe adottare il lessico dei persecutori, come appunto parlando di violenza, legittimità dei picchetti o “liste di proscrizione” (tra l’altro, come già ribadito, riferendosi a tutt’altra questione politica rispetto alla lotta dei facchini). Insomma, un lavoratore della logistica che deve decidere se stare dalla parte dei picchetti o entrare nel magazzino, sa bene a cosa va incontro nell’un caso e nell’altro. La stessa consapevolezza la devono avere i lavoratori intellettuali quando usano il proprio strumento di produzione, cioè la facoltà di espressione.

Da questo punto di vista ci sia permessa un’ulteriore annotazione, che teniamo tra parentesi perché appunto adesso la centralità è la lotta dei facchini. Troviamo interessante e curioso l’atteggiamento di indignazione sul “boicottaggio dei libri” (lo diciamo a prescindere da questo caso specifico). Da tempo immemorabile ci diciamo che i saperi sono centrali nelle forme di produzione e accumulazione del capitalismo contemporaneo. Se così è, i libri sono merci come altre: perché boicottare la merce-latte va bene e boicottare la merce-libro è ignobile? Quando blocchiamo i cancelli della logistica blocchiamo un sistema complesso, fatto di merci tangibili e intangibili, di flussi materiali e immateriali, di camion e comunicazione, di container e simboli. Quando boicottiamo i prodotti Granarolo stiamo boicottando dei saperi oggettivati in un marchio, così come i prodotti delle case editrici sono saperi oggettivati in un libro. È proprio la capacità di tenere insieme questi due piani, assolutamente unificati nell’accumulazione capitalistica, il tipo di lotta che è in grado di far male al padrone, cioè di colpirne gli interessi materiali. Nel momento in cui dai saperi si estrae valore, significa che essi sono un campo di battaglia. A meno che non si voglia tornare a stantie divisioni tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, e sostenere che il secondo non ha niente a che vedere con la lotta di classe. Noi pensiamo che al contrario anche qui, come giustamente dicono i Wu Ming, un padrone è un padrone, uno sciopero è uno sciopero, un picchetto è un picchetto. E un crumiro è un crumiro.

Le lotte dei facchini, tra tante altre cose, ci hanno insegnato ad andare al di là del corporativismo: facciamo tutti tesoro, intellettuali e non, di questa lezione. Se poi a qualcuno tali forme di lotta evocano spettri del passato, consigliamo di ricacciare i fantasmi nell’armadio e fare ritorno nel 2014.

E questo 2014 significa unirsi, senza se e senza ma, dalla parte dei lavoratori della Granarolo: per la dignità, fino alla vittoria.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

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