No Coop – Dalla logistica all’università

di ANNA CURCIO e GIGI ROGGERO pubblicato originariamente su Commonware.

“Le lotte dei facchini arrivano all’università”. Questo il leit motiv ripetuto dai media quando è stato annunciato lo sciopero dei lavoratori dell’Università di Bologna appaltati a Coopservice (occupati in attività di portineria, supervisione nelle biblioteche, servizi informatici), stufi e indignati per le forme di sfruttamento e la miseria a cui sono sottoposti. Ecco quindi un primo elemento su cui riflettere: alcune lotte (in particolare quelle che toccano degli snodi centrali dei processi di accumulazione e che vincono, come quelle della logistica) hanno la capacità di andare oltre la segmentazione settoriale e possono determinare una sorta di “effetto contagio”. Possono, cioè, essere utilizzate come arma in ambiti e spazi diversi da quelli in cui sono nate, mutando i rapporti di forza anche di altri lavoratori, a patto che questi siano pronti a utilizzarle come elemento di minaccia e a estendere il conflitto.

In realtà, all’Unibo lo spettro di quelle lotte si aggirava già da parecchio tempo, da quando studenti e precari hanno preso parte ai picchetti e ai blocchi dei lavoratori della logistica, dall’Ikea di Piacenza tra il 2011 e il 2012 fino all’interporto di Bologna e alla Granarolo nel corso dell’ultimo anno. “Fare come i facchini” non è stata una semplice espressione di solidarietà, ma la percezione di una condizione comune e, soprattutto, della possibilità di costruire uno spazio comune per trasformarla. In questo incontro tra differenti figure del lavoro vivo (con alcune aree di sovrapposizione, per esempio alcuni facchini sono anche studenti universitari, e vari studenti universitari sgobbano nelle cooperative con orari e salari infami) si è creato un processo di socializzazione e ibridazione di saperi e pratiche, un vero e proprio processo di soggettivazione comune. Dall’università ai cancelli della logistica, e ritorno.

“Siamo usciti dall’invisibilità”

Il 6 marzo, nel cuore della cittadella universitaria bolognese, in via Zamboni 36, si riunisce per la prima volta quella che decide di chiamarsi “Assemblea student@-lavorator@-precar@”. Il motivo scatenante della mobilitazione è il furfantesco cambio di inquadramento contrattuale (dal multiservizi alla vigilanza) che ha permesso a Coopservice (leggi Legacoop) di far risparmiare all’Unibo (leggi amministrazione del rettore Ivano Dionigi) oltre due euro all’ora per il servizio, di ricevere dall’università 14,90 e di dare ai lavoratori della struttura di Palazzo Paleotti, “polo tecnologico d’avanguardia” fiore all’occhiello dell’ateneo, meno di 3 euro all’ora (leggi al di sotto della soglia di povertà), intascandosi cioè circa il 40 per cento – al netto delle spese – di quanto l’azienda universitaria paga per questo lavoro. Il tutto, ovviamente, con firma e consenso dei sindacati confederali (leggi Cgil e Cisl). Allo scadere dell’appalto nelle altre sedi universitarie, in estate, è convinzione diffusa che la cosa avrebbe con ogni probabilità riguardato tutti gli altri lavoratori che Coopservice subappalta a Unibo. Tutti hanno cioè compreso che occorreva mobilitarsi contro questa forma legalizzata di furto del salario e della vita. Dell’Assemblea fanno parte i collettivi Hobo e Cua e il sindacato di base Cub; e soprattutto i lavoratori e le lavoratrici, che iniziano a prendere parola pubblicamente e dichiarano di voler uscire dalla “condizione di invisibilità” a cui sono stati ridotti. Vi partecipano anche i facchini e i delegati del Si Cobas, per dire una cosa semplice e decisiva: lottare è necessario e vincere è possibile, e vincere significa migliorare le proprie condizioni di vita.

Che non sia una semplice declamazione retorica, lo si tocca con mano il 18 marzo: studenti e lavoratori fanno irruzione in rettorato, durante lo svolgimento del senato accademico, per mettere l’amministrazione dell’università di fronte alle proprie responsabilità. “Siete voi la nostra controparte, siete voi che ci dovete delle risposte”: si concretizza così un passaggio fondamentale, l’individuazione chiara della controparte, con lo smascheramento del gioco di scatole cinesi dietro a cui le responsabilità sembrano smaterializzarsi e il volto del nemico diventa sfuggente (il sistema delle cooperative serve anche a questo). Il direttore generale dell’Unibo Giuseppe Colpani – con l’arroganza tipica del manager impunito, di chi come Mauro Moretti esprime senza pudore il suo disprezzo per poveri e impoveriti – si nasconde in un’improbabile giustificazione tecnica, sinonimo di oggettività dello sfruttamento. La determinazione del presidio fa però saltare la manovra di “tecnicizzazione della politica” e balbettando il prorettore Emilio Ferrari è costretto ad ammettere che il contratto è effettivamente vergognoso. In tutta fretta, Coopservice incontra Cgil e Cisl per dare qualche spicciolo in più ai lavoratori (tra 80 centesimi e 1 euro all’ora come integrazione per alcune mansioni svolte, non un aumento sulla paga oraria). Il pavido rettore Dionigi, continuando a professare la sua innocenza rispetto alle condizioni dei lavoratori della sua università, si dichiara soddisfatto e spera di poter continuare a restare nell’ombra. Ma salta anche questa manovra diversiva. Senza esitazione l’Assemblea respinge infatti l’elemosina travestita da offerta di mediazione. Il vaso di Pandora è ormai scoperchiato, adesso è chiaro che la controparte è meno forte di quello che sembrava, e la “famiglia di sinistra” si mostra tutt’altro che unita al proprio interno: Dionigi fa appello al ministro di Legacoop Poletti, il ministro di Legacoop Poletti scarica la responsabilità su Coopservice, Coopservice chiama in soccorso la Cgil, la Cgil dice che Dionigi è responsabile quanto tutti gli altri. E il cerchio si chiude, molto più debole di come si era aperto.

Nell’incontro del 25 marzo l’Assemblea convoca lo sciopero per il lunedì successivo, il 31 marzo. La giornata comincia con un’adesione alta, fugando molti dubbi e timori emersi durante le riunioni; soprattutto, tutti i partecipanti prendono parte ai blocchi. I cancelli di alcune sedi universitarie vengono incatenati, via Zamboni è bloccata e picchettata: non si lavora, non si fanno esami, non si svolgono lezioni. Intorno a mezzogiorno gli scioperanti raggiungono in corteo il rettorato, pretendendo un incontro con Dionigi. Il rettore, che non si rende conto di non avere rapporti di forza favorevoli, commette l’errore di porre delle condizioni: “se rimuovete i blocchi e vi separate dagli studenti, ricevo una delegazione di lavoratori”. Si crea un’assemblea volante, la proposta viene velocemente discussa, interviene una lavoratrice: “abbiamo iniziato insieme, finiremo insieme”. La proposta viene così rifiutata, spontaneamente e all’unisono viene proclamato lo “sciopero a oltranza”. Ne seguono tre intensi giorni di picchetti, dall’alba al pomeriggio. Oltre a bloccare interamente l’attività di Palazzo Paleotti (luogo simbolicamente centrale della mobilitazione), restano chiuse le sedi di via Zamboni 34 e 36, mentre per il 32 e il 38 si adottano forme differenziate di lotta: sospensione a singhiozzo delle lezioni, cortei interni, iniziative di comunicazione con docenti e studenti, appelli degli esami fatti davanti ai portoni picchettati. Gli scioperanti non vogliono essere ripetitivi per non dare strumenti alla controparte di prevenire i danni; al contempo, si preparano a reggere una lotta di non breve durata.

Giovedì 3 aprile, al quarto giorno di sciopero e picchetti, i lavoratori tornano ancora in rettorato, per imporre a Dionigi un impegno scritto sulla base di rivendicazioni decise collettivamente e una tempistica di realizzazione chiara e definita. Il rettore ancora una volta nega l’incontro, manda avanti due prorettori, in evidente difficoltà; a questo punto, però, sa di non poter sfuggire a oltranza. Nel tardo pomeriggio, mentre è in corso l’Assemblea, giunge la notizia che Unibo e Coopservice sono vicine a un accordo che sostiene di rispettare le rivendicazioni dei lavoratori. La risposta dell’Assemblea è ancora una volta decisa, al contempo pragmatica e determinata, senza ingenue illusioni e senza velleitarie posizioni a priori. Viene lanciata dunque una nuova fase della mobilitazione: “vigilanza sulla concretizzazione di quanto affermato”. I picchetti sono temporaneamente sospesi, ma lavoratori e lavoratrici iniziano il blocco delle mansioni (nessuno fa più di quello che è previsto sul proprio contratto, ovvero solo una piccola parte delle attività concretamente svolte). È chiara a tutti la necessità di tenere in mano il fattore-tempo conquistato con lo sciopero, cioè di decidere in autonomia forme e tempi della lotta, imponendo alla controparte il proprio calendario sulla base delle esigenze della mobilitazione.

Nel pomeriggio di venerdì 4 aprile (a poco meno di un mese dalla prima assemblea che ha lanciato la mobilitazione), Unibo rende noti i termini dell’accordo: complessivamente, per i lavoratori di Palazzo Paleotti si arriva a un aumento di circa 250 euro mensili (nella forma di integrazione per le mansioni svolte e non previste dal contratto), con la garanzia della continuità occupazionale e retributiva per tutti i lavoratori coinvolti negli appalti Coopservice in scadenza in estate. La valutazione dei lavoratori è pienamente condivisa: si tratta di una prima importante vittoria, imposta da sciopero e picchetti, a dimostrazione che la lotta paga; al contempo, non è ancora abbastanza rispetto alle rivendicazioni collettivamente stabilite. Non cambia infatti la tipologia del contratto, completamente inadeguato per le mansioni effettivamente svolte, l’aumento è nella forma dell’integrazione (con relativi problemi su malattie, tredicesima, Tfr e indennità di disoccupazione), al tavolo con Unibo e Coopservice ancora una volta si sono seduti Cgil e Cisl, sindacati non rappresentativi e anzi complici dei padroni. È per questo che sabato 5 aprile studenti e lavoratori si sono recati alla sede della Cgil per contestare la segretaria Susanna Camusso che però, evidentemente impaurita e in grande difficoltà (nei giorni precedenti il segretario cittadino uscente aveva ammesso che la Cgil firma spesso accordi “non buoni” ed è sempre più ritenuto un “ente inutile”), non si è presentata.

Al termine di una intensa settimana di lotta, forte di questa prima vittoria, la mobilitazione viene rilanciata a partire da due punti centrali più volte ribaditi: “l’abolizione del sistema degli appalti gestiti dalle cooperative e il fatto che qualsiasi decisione che riguarda i lavoratori deve essere presa dai lavoratori, e non da sindacati che non li rappresentano”.

Composizione e generalizzazione

Rispetto ai lavoratori della logistica, ugualmente imbrigliati nel sistema di sfruttamento attraverso le cooperative e ugualmente coinvolti in un percorso di lotta che lo mette in discussione, ci sono qui alcune diversità. Una, evidente, è che le figure in gioco sono “autoctone” o comunque nel quadro delle tradizionali migrazioni interne verso una città universitaria come Bologna. L’altra è l’età media, più alta rispetto a quella dei lavoratori della logistica: tra i 30 e 40 anni, fino anche ai 50. Non troppo dissimile è il livello di scolarizzazione, che comprende vari diplomati e laureati; è spesso differente, invece, il rapporto con le mansioni svolte, rispetto alle quali ci si attende di poter chiedere un maggiore riconoscimento professionale. Da qui derivano anche alcune diversità, quantomeno potenziali, nei comportamenti: per esempio nel rapporto con la percezione di garanzie e stabilità, con la famiglia, con quanto c’è da mettere in gioco, talora con le aspettative di merito e carriera.

L’attivazione conflittuale e un processo di soggettivazione straordinariamente accelerato hanno posto in tensione queste diversità, che pure non spariscono, creando vari tratti di comunanza con le lotte della logistica. La differenziazione propria delle gerarchie tecniche e contrattuali è stata messa rapidamente in discussione dall’unità dei picchetti, nella consapevolezza che è questa una condizione imprescindibile per vincere: il “si comincia e si finisce insieme” dei lavoratori Unibo fa il paio con l’”uniti, uniti. Siamo uniti” che echeggiava ai picchetti davanti Granarolo. La disponibilità alla lotta, frenata e ostacolata da una gamma di fattori (dalla rassegnazione all’idea di poter risolvere i propri problemi in modo individuale, dall’incertezza sui numeri ai dubbi sul comportamento dei colleghi), è cresciuta di giorno in giorno, portando varie figure, con poca o nulla esperienza di mobilitazione, a farsi trascinatori delle lotte e a prendere parola pubblicamente, superando anche i meccanismi di delega del discorso ai soggetti organizzati. Insomma, si tratta dell’attivazione autonoma e conflittuale di quella composizione sociale e soggettiva che abbiamo più volte richiamato o visto attraversare le piazze dei movimenti, ma che solo di rado avevamo visto prendere in mano la propria vita contro lo sfruttamento nel luogo specifico di lavoro.

Un altro elemento comune è quello della “dignità”, termine che ricorre continuamente nelle lotte. Non fa parte dei nostri tradizionali lessici politici, vi abbiamo sempre guardato con un po’ di diffidenza, riscontrando il rischio di uno scivolamento verso un’attitudine paracattolica o pauperista. Sappiamo bene, però, che parole e lessici non hanno carattere universale e astorico, a meno di non volerci rifugiare in quell’astrazione indeterminata che caratterizza circuiti intellettuali incapaci di confrontarsi con la materialità della composizione di classe. Cosa significhi oggi dignità, allora, lo spiega bene uno dei lavoratori che rischia di trovarsi tra pochi mesi in condizioni simili a quelle di Palazzo Paleotti, quelli costretti a lavorare per 3 euro l’ora: “se applicano questo contratto, non firmo. È una questione di dignità: per alzarmi dal letto e ricevere una paga da fame, io resto a casa”. Dignità, dunque, significa innanzitutto rifiuto di un lavoro di merda. E in questa fase, ci sembra un motore decisivo per la produzione di soggettività e conflitto.

Le lotte contro il sistema delle cooperative nella logistica e nell’università ci permettono poi di approfondire il ragionamento sui processi di cognitivizzazione del lavoro. Abbiamo sempre cercato di sottolineare questo elemento processuale e complessivo, appunto la cognitivizzazione, come processo di riorganizzazione complessiva delle forme della produzione e dello sfruttamento, per non scivolare nell’identificazione tra lavoro cognitivo e soggetti definiti in senso settoriale (i “knowledge worker” o la “classe creativa”), ovvero nella contrapposizione tra lavoratori manuali e lavoratori della mente. Ora possiamo specificare ulteriormente. I protagonisti di queste due lotte non sono riconducibili a statiche divisioni tra attività “materiali” e “immateriali” – basti pensare che la stessa “figura professionale” a Unibo svolge contemporaneamente servizi di portineria e supervisione informatica, così come i facchini della logistica, oltre ad avere titoli di studio anche elevati, incorporano nel processo produttivo saperi e conoscenze specifiche –, né pensiamo che sia questo il problema principale. Il punto è che le gerarchie della composizione tecnica di classe sono plasmate in modo determinante dal rapporto con la produzione dei saperi: la logistica e l’università sono luoghi ad alta condensazione di conoscenze, al cui interno si articolano segmenti estremamente differenziati come mansioni e livelli salariali. Questi luoghi e spazi, concentrati e diffusi, mostrano in modo più evidente i gangli vitali dell’accumulazione capitalistica. Ma qui dentro vivono figure di classe (dagli studenti ai precari ai lavoratori di cui parliamo) che, a livello di comportamenti, iniziano a percepire in modo diretto la contraddizione tra la socializzazione della produzione dei saperi e la funzione esclusivamente politica della gerarchia capitalistica, tra l’innalzamento delle competenze e il declassamento della propria posizione, tra possibilità della cooperazione e banalizzazione delle mansioni, tra aspettative e realtà. Qualche anno fa dicevamo che parlare di “fabbrica universitaria” significa non che gli atenei funzionino secondo le modalità del taylorismo, bensì porre una questione politica: come ci organizziamo dentro e contro l’università come se fosse una fabbrica? Oggi queste lotte, unitamente ai movimenti studenteschi degli ultimi anni e ai conflitti dei facchini, ci permettono di dare qualche risposta in più.

Certo, non è altrettanto facile per chi non ha porte da picchettare, per quei posti di lavoro in cui i cancelli sono virtuali. Possiamo però ipotizzare, almeno in questi conflitti, di aver individuato un nemico comune: il sistema delle cooperative, tratto unificante delle lotte della logistica e dell’università, dispositivo di deregolamentazione e abbassamento dei costi della forza lavoro, gestore del processo di privatizzazione del welfare e di mediazione dei suoi costi sociali, cuore del modello emiliano-romagnolo e del suo blocco di potere legato alla sinistra. Non è un caso che, tra Unibo e Granarolo, abbiamo osservato continui déjà vu, tra forme paramafiose legalizzate e scaricabarili tra i diversi responsabili, come se non si potesse mai determinare la controparte. La scommessa è ora fare della forza di queste lotte e dei loro risultati (ancorché parziali e non sufficienti) un motore per l’allargamento del conflitto ad altre cooperative (in cui spesso è occupata in modo precario una forza lavoro giovane, studentesca e potenzialmente disponibile, anche come vettore urbano e metropolitano di collegamento tra i diversi conflitti). È possibile ipotizzare un movimento no coop, cioè l’apertura di uno spazio comune di unificazione delle lotte e di rilancio in avanti, di intensificazione dei conflitti esistenti e di una loro generalizzazione a nuovi ambiti? Il ministero di Poletti ci dice che il sistema di deregolamentazione del lavoro e sfruttamento del modello delle cooperative non ha una prospettiva locale o settoriale ma – Jobs Act docet – è destinato a generalizzarsi. A partire da questa convinzione e dall’accumulo che già queste mobilitazioni hanno determinato, può nascere una scommessa dal respiro più ampio, attorno a cui riqualificare e ripensare lotte e processi di soggettivazione dei precari e di differenti figure del lavoro vivo.

Non stiamo parlando della soluzione unificante o della scoperta di un soggetto centrale (c’è davvero bisogno di precisarlo ogni volta?), ma dell’individuazione di possibili linee di forza su cui investire politicamente. Non di lotte che oggettivamente – o ontologicamente – sono, ma che possono divenire avanzate e propulsive. Del resto, fino a qualche tempo fa c’era chi ironizzava sulla possibilità di generalizzazione delle lotte della logistica. Non sappiamo ancora se saremo in grado di sviluppare adeguatamente alcune potenziali linee ricompositive qui contenute o alluse, e soprattutto se queste troveranno la disponibilità al conflitto di altri soggetti di classe. Quello che sappiamo, però, è che già da ora queste lotte marcano in modo visibile la profonda linea di separazione tra la politica delle alleanze e la politica della composizione, tra l’autonomia del politico e la politica dell’autonomia. Non si tratta di opzioni ideologiche, ma maledettamente concrete. Se non osiamo una scommessa costituente, non resta che la strada che conduce a Legacoop e a Poletti, o tutt’al più all’autoreferenzialità delle piccole isole di cartapesta.