La talpa e l’assedio

La talpa e l’assedio

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Sappiamo bene che gli eventi senza un processo politico di quotidiana organizzazione e sedimentazione rischiano di essere fuochi di paglia; sappiamo altrettanto bene che i processi politici che non sono in grado di produrre dei salti in avanti si indeboliscono e faticano a mutare i rapporti di forza. Per questo pensiamo che quanto stiamo collettivamente costruendo, prima con il 19 ottobre, poi con le manifestazioni dei movimenti per la casa una dozzina di giorni dopo e contro il vertice italo-europeo in novembre, fino ad arrivare al corteo del 12 aprile, si stia muovendo nella direzione giusta. Perché non si tratta semplicemente di eventi nazionali, ma di momenti di coagulo e messa in comune della forza che si costruisce quotidianamente sul piano territoriale, dentro l’università e nelle occupazioni di case, nella riappropriazione di reddito e di spazi metropolitani. È questo lavorio quotidiano che si è riversato nelle piazze di Roma, il 19 ottobre così come il 12 aprile: giovani e migranti, occupanti di case e precari, movimenti territoriali e metropolitani. Noi, nella nostra parzialità, abbiamo cercato di condurre in quella piazza anche il portato delle lotte della logistica e le lotte dentro e contro l’università-azienda, da quelle dei lavoratori Coopservice a quelle di riappropriazione autonoma di welfare.  


Il 12 aprile è stata una giornata importante, per tanti motivi. Innanzitutto per la partecipazione: 30.000 persone, espressione di una composizione vera e di una soggettività viva. Non era scontato, era una scommessa: è stato giusto farla, è stato importante vincerla. Una delle tante tappe di un percorso conflittuale, che esonda le costrizione temporali e spaziali tipiche del ritualismo delle sfilate (che talvolta possono anche rivelarsi molto partecipate, ma incapaci di contagiare e propagarsi). Poi per le pratiche, di rottura con gli immaginari puramente simbolici attorno a cui, per troppi anni, si sono formate molte soggettività militanti. Ancor di più oggi, nell’accelerazione della crisi, questi immaginari si rivelano minoritari e dannosi. E il 12 aprile è stato anche una rottura con chi avrebbe voluto una tranquilla campagna elettorale e una governance dei movimenti, all’ombra delle quali coltivare i propri interessi di bottega. In questo senso, il processo cominciato con la manifestazione del 19 ottobre racchiude una composizione potenzialmente più larga, a vocazione maggioritaria, fatta di soggetti irrappresentabili e irriducibili ai codici della sinistra – tanto quella di governo quanto quella di “lotta”. Ulteriore dato qualificante, il 12 aprile è stato di grande importanza per l’obiettivo prescelto e su cui abbiamo praticato con generosa determinazione l’assedio: il Ministero del Lavoro, nelle mani di Poletti e Legacoop, contro cui sono concentrate oggi le nostre principali lotte. Ecco perché rafforza ancora di più la necessità di costruire strategicamente una dimensione “No Coop”, per connettere e moltiplicare le lotte, per additare con chiarezza il nemico in questo ganglio di potere economico, politico e sociale.

Non ci stupisce che i media mainstream strepitino di fronte alla “guerriglia”: perché hanno paura, perché sanno del consenso che c’è intorno, perché hanno visto un corteo unito nell’affrontare le cariche criminali della polizia, perché sanno che saranno scene destinate a ripetersi. Lo sterile e pretestuoso dibattito violenza non-violenza non funziona più (per fortuna!). Sempre più persone, anche moltissime che non hanno partecipato al corteo, si trovano concordi nell’affermare che la violenza è quella che subiamo ogni giorno: è la violenza della povertà e del ministero del lavoro, non di chi lo assedia. La nostra è la forza delle lotte e della vita contro la violenza di chi semina sfruttamento e morte.

È sufficiente? Non è mai sufficiente, perché sappiamo appunto che la nostra capacità deve essere quella di mettere insieme il lavoro della talpa e la pratica dell’assedio, i blocchi della metropoli produttiva e la costruzione di narrazioni e immaginari autonomi, il processo estensivo e gli eventi intensivi, la semina e il raccolto. Ma dopo il 12 aprile torniamo sui nostri territori un po’ più forti, consapevoli che la direzione è giusta, che le cose da fare sono molte ma che insieme a noi ci sono tante e tanti disponibili a farle. E da subito rilanciamo, con lo sciopero e i blocchi dell’Università di Bologna di lavorator@, student@ e precar@: perché dopo il 12, c’è subito il 15 e 16 aprile . Con più forza, con tanta gioia, con rabbia immutata.

La talpa dà appuntamento al primo maggio e poi a Torino, l’11 luglio. See you on the barricades!

 

Libertà per i compagni arrestati: non potete fermare il vento…

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  • Carlo

    Come fate a definire una vittoria quelle 15000 persone (non erano 30 mila e lo sapete), quando ad ottobre eravamo almeno il triplo? Spero che almeno tra di voi la stiate facendo un po’ di autocritica

    • Classe

      Parlo per me: l’autocritica la facemmo anche dopo il 19o, compagno. A questo giro io non m’aspettavo di vedere più persone di quelle poi venute.
      Mo bisogna continuare a spingere nei territori ed arrivare preparati a luglio.

      Di sicuro tra il 12a e lo sgombero di ieri in montagnola l’immaginario sull piazza sta cambiando.

      Classe