Su Coopservice, Unibo e la lotta lunga dei facchini

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Università vietata. La formula è senza dubbio efficace , ma non è uno di quei leitmotiv che fa la sua comparsa nelle mobilitazioni. Si tratta invece di un artefatto dei lacchè del Pd locale, che solo dopo un mese di picchetti davanti alle sedi universitarie di Via Zamboni hanno deciso di prendere posizione. La strada scelta è stata quella della selezione metonimica. Tolto lo sfruttamento subito dai lavoratori e dalla lavoratrici di Coopservice con la complicità del Cda dell’Alma Mater, tolta la solidarietà di studenti, studentesse e corpo docente il tentativo è stato quello di restituire l’immagine di un’università sotto assedio, compromessa nella sua efficienza quotidiana. Fanno presto a dipingere una storiella fatta di spazi del pubblico negati e diritti abusati dall’arroganza della solita minoranza di studenti.

Alla controparte però è sfuggito l’aspetto centrale della lotta germogliata nell’università in questo ultimo mese. Il fatto che ci sia stata un’ibridazione fra pratiche di lotta e soggettività tra Unibo e Granarolo testimonia forse che la battaglia contro le cooperative è a vocazione maggioritaria, dunque irriducibile a qualsiasi tentativo di costruzione mediatica volta a dipingerla come una vertenza che interessa solo poche figure del lavoro vivo. Non si trattava di una lotta di e per poch* davanti ai cancelli di Granarolo, non lo è neanche davanti ai portoni di Via Zamboni.

La posta in palio è alta, tanto per i dipendenti Coopservice quanto per gli studenti e le studentesse dell’Alma Mater. Ma quali sono i punti in cui queste due figure precarie si rispecchiano e si uniscono in un percorso di lotta comune?
Una delle modalità operative del processo di aziendalizzazione dell’università è quella dello svuotamento, che agisce su più di un livello. Uno di questi è certamente lo svuotamento di senso del percorso universitario. L’era della formazione come dispositivo di ascensione sociale è finita da un pezzo. Allora perchè l’università italiana rimane in piedi? E’ qui che il meccanismo dello svuotamento, del trarre fuori, agisce su un altro piano.

Mettere a valore la fabbrica della conoscenza, laddove la sua utilità sociale complessiva ha cambiato significato, implica la messa a valore della conoscenza stessa. Aule affollatissime, esami fuffa, sessioni a tappeto. Conoscenza in pillole, altrimenti le scadenze sarebbero impossibili da rispettare. Nozioni scorporate persino dal titolo del corso. Vuote appunto. Ed è proprio in questa vacuità che i Cda raccolgono il massimo del profitto.

In questo senso, se il valore della conoscenza è solo quello espresso dalle tasse universitarie, non stupisce che di anno in anno i pezzi di welfare a disposizione degli iscritt* alle università siano sempre più striminziti.
Va da sé che questa modalità di estrazione del valore dall’università investe anche i lavoratori.
Come? I lavoratori e le lavoratrici Coopservice costituiscono solo un esempio, seppur estremamente indicativo. La posizione con cui vengono indicati nei loro contratti di lavoro è svuotata della corrispondenza alle mansioni effettivamente svolte dentro l’Unibo. Vengono indicati* come vigilantes, ma di fatto non vigilano sui palazzi di Via Zamboni. Ne costituiscono piuttosto alcuni fra i gangli della produzione più importanti, poiché danno assistenza a tutto tondo all’intero corpo universitario.
Lo sfruttamento dei dipendenti Coopservice è quindi un fattore strutturale e caratterizzante l’Università di Bologna. Il fatto che sia tutto legale e che avvenga sotto il tacito assenso di Rettore e prorettori lo conferma.
Del resto è proprio questa la forma del lavoro plasmata dal mostro delle cooperative emiliano-romagnolo ad immagine e somiglianza delle esigenze degli attuali processi di accumulazione capitalistica. In questo senso l’università si sta rivelando essere un laboratorio di riorganizzazione della forza lavoro presente e futura,i n cui le prestazioni lavorative erogate sono depauperate sia di un reale riconoscimento delle mansioni che di un corrispettivo salariale adeguato. Il quandro delineato è quello di un working poor, proprio come quello dei facchini di Granarolo.
Nel vocabolario dell’università-azienda i significati cessano di stare al loro posto. Ad ognuno è richiesto qualcosa di diverso dal lavoro e dallo studio. A chi lavora è chiesto più di una semplice giornata lavorativa, a chi studia di sbrigarsi ad ingurgitare per tempo la giusta quantità di informazioni (altrimenti puoi sempre scambiare la tua negligenza con altri soldi, un modo per svuotarti le tasche c’è sempre).
I blocchi fanno così male per questo. Intaccano l’efficienza produttiva dell’università da ogni punto di vista. Se mancano le lezioni e i lavoratori e le lavoratrici cosa rimane da sfruttare?

Proprio perché questa lotta si è rivelata capace di inceppare sensibilmente gli ingranaggi di una delle fabbriche del profitto del potentato locale, di cui Coopservice e Alma Mater Studiorum fanno parte a pieno titolo, non stupisce la strategia adottata dalla controparte: indennità di presenza e un aumento per i lavoratori e le lavoratrici in lotta (ma senza un cambio di rotta sulle mansioni svolte), denunce creative per gli studenti e le studentesse solidali. Da un lato l’impossibilità di ignorare la vertenza per quanto riguarda la cooperativa, dall’altro l’Unibo che mostra i muscoli ai suoi di salariat*. Nel primo caso vengono offerte briciole, nel secondo carta straccia.

Come dimostra il comunicato degli scioperi del 15 e del 16 Aprile, l’Assemblea lavorator*, precar*, student*, che si riunisce ed organizza dentro l’università da circa un mese, non ha ceduto alle lusinghe di Coopservice. Anzi l’invito lanciato è proprio un altro: riunire ogni volta di più nella lotta soggettività precarie e sfruttate diverse, come a Granarolo, e cercare un obiettivo più grande per i mesi a venire. E se è vero che questa lotta, come quella dei facchini, riguarda ognuno di noi allora come prima scadenza per verificarlo quella più adeguata è la giornata del primo maggio. I sindacati confederali si esibiranno in piazza sulla consueta passerella. Ma occhio: potrebbe essere scivolosa.

No coop! Fino alla vittoria!

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