Diritto alla città Vs. Unibo-Staveco

Diritto alla città Vs. Unibo-Staveco

Mercoledì 25 giugno, insieme all’assemblea cittadina #Civediamolundici, abbiamo occupato gli edifici della Staveco: è un passaggio forte e importante nella battaglia contro i progetti di speculazione e gentrification dell’Università di Bologna e del Comune, perché dimostra come essi vadano combattuti là dove il patrimonio pubblico viene svenduto e qui dove viene ricollocato. Abbiamo mostrato, inoltre, come alla Staveco e nei luoghi in cui ci sia da bloccare la rendita e l’aziendalizzazione ci entriamo come e quando ci pare: molto più che una minaccia, è già un dato di fatto…

“Riprendere spazi da abitare, luoghi per studiare o lavorare, canali di circolazione, tempi per riposare e per curare sé e gli altri non significa soltanto soddisfare bisogni sacrosanti o resistere alle politiche vampiresche di una valorizzazione tout court e senza mediazione dell’esistente, ma significa ripensare l’urbano in quanto tale”
(Prendere le misure – Simona de Simoni)

Le trasformazioni produttive e del lavoro degli ultimi decenni, nel cosiddetto passaggio dal fordismo al postfordismo, hanno determinato un nuovo ruolo della città. Da luogo di equilibrio tra produzione e riproduzione della forza lavoro, la città diventa “imprenditoriale”, spazio diretto della produzione e della valorizzazione capitalistica. Le dinamiche di metropolizzazione non sono processi neutri o semplicemente interni alla logica neoliberale: al contrario, sono continuamente indotte, incalzate e sfidate dalle lotte, dalle forme di vita e dall’insieme di relazioni conflittuali che alludono o tentano di praticare immediatamente la costruzione di una “città insorgente”.
Con la crisi, si sono radicalizzate le politiche di precarizzazione del lavoro, l’aziendalizzazione dei servizi e del welfare, l’incremento dei dispositivi di controllo sociale e di criminalizzazione della povertà, le politiche immobiliari speculative. Al contempo, però, si sono radicalizzati i movimenti che assumono lo spazio urbano come terreno di conflitto e di possibile trasformazione. Proprio per questo, le lotte degli ultimi anni – dalla Casbah di Tunisi e piazza Tahrir alle acampadas spagnole, da piazza Syntagma a Occupy, fino ad arrivare a Gezi Park e alle rivolte in Brasile – hanno posto al centro delle rivendicazioni la metropoli come spazio di socializzazione autonoma, confronto ed espressione di conflitto costituente. Si è parlato molto di “diritto alla città”, in quanto diritto a uno spazio concreto in cui organizzare forme di riappropriazione e decidere delle proprie sorti, pur consapevoli delle innumerevoli contraddizioni che attraversano la città e quelli che si sono configurati come “spazi pubblici”. Questo “diritto alla città”, tuttavia, se non vuole restare indeterminato o puramente allusivo, deve incarnarsi nelle pratiche materiali dei soggetti del lavoro vivo e nei luoghi in cui è possibile costruire rottura con i processi di valorizzazione capitalistica.
Un esempio di questo campo di tensione lo abbiamo a Bologna, con il progetto di svendita di alcuni storici palazzi universitari in Via Zamboni e il loro trasferimento nel nuovo polo della ex Staveco. Così, ormai al termine del suo mandato, il Magnifico Rettore Dionigi tenta di lasciare memoria di sé – oltre che con l’appoggio alla riforma Gelmini, gi sgomberi degli spazi occupati e l’ipersfruttamento di precari e lavoratori dell’Unibo – firmando un accordo che determina la cessione dell’ex area militare compresa tra viale Panzacchi e la collina San Michele in Bosco all’Università, e appunto la ricollocazione di parte degli edifici dell’ateneo al di fuori di via Zamboni. Il nuovo campus è secondo Merola “un investimento sui giovani, sulla conoscenza e sul diritto allo studio”; eppure, avendo ben presente la fase che attraversiamo e analizzando le trasformazioni urbane già avvenute negli ultimi anni in Europa e in altre parti del mondo, dire che stanno tentando di “metterci da parte” non è viaggiare di fantasia. O meglio, si cerca di mettere a valore una forza lavoro declassata e precarizzata in quanto utente atomizzato e individualizzato della merce-formazione e della merce-città, provando al contempo di deterritorializzare e disgregare gli spazi di socializzazione potenzialmente autonoma e conflittuale. Come già avvenuto in altre città italiane ed europee, dunque, i progetti di decentramento dell’università è anche una risposta alle lotte e ai movimenti di studenti e precari, un tentativo appunto di toglierne le basi spaziali di aggregazione. Non è un caso che i nuovi “campus” siano modularizzati dal punto di vista architettonico, cioè pensati per un utilizzo chiuso alle possibilità di creazione di luoghi autonomi. Non solo quindi l’università perde il suo ruolo di ascensore per la mobilità sociale, ma prova anche a impedire spazialmente o a normalizzare preventivamente quelle forme di relazionalità autonoma che hanno da sempre costituito una parte centrale dell’esperienza formativa.
La futura “città vetrina in miniatura” prevede la realizzazione di studentati e strutture ricettive, commercio in strutture di vicinato e artigianato di servizio, pubblici esercizi e altri servizi sponsorizzati dall’azienda Unibo, né convenienti né accessibili a tutti. Già il fatto di essere allontanati dal centro è una minaccia diretta al residuo welfare di studenti e precari, perché i mezzi di cui sarà necessario usufruire sono i più cari d’Italia (l’abbonamento mensile al bus costa 36 euro). Il tempo necessario per arrivare a lezione, oltre ad accentuare l’immagine di un’università che diventa azienda, non ci verrà rimborsato, l’alto costo degli affitti che precari e studenti italiani e stranieri (Bologna è terza in classifica per numero di Erasmus) è così aggravato dall’impedimento di vivere la città. Quando gli studenti erano la “promessa per il futuro” – cioè attraverso le gerarchie della mobilità sociale – venivano posti al centro della città, ora giovani e laureati sono troppi per cui vengono spostati sia fisicamente che metaforicamente. È la continuazione del declassamento con altri mezzi. Chiamano così riqualificazione urbana l’allontanamento di chi è protagonista delle lotte dal centro della scena urbana.
Lottare contro il progetto Unibo-Staveco non significa per noi arroccarci nella mera difesa dei luoghi del passato, perché anch’essi sono ormai da tempo stati investiti dai processi di smantellamento dell’università e di valorizzazione capitalistica dello spazio urbano. Significa che l’università, responsabile di questo progetto, dovrà pagare i costi politici e materiali di uno spostamento che noi non siamo disposti a pagare. Significa dunque lottare per i nostri bisogni e per la riappropriazione di reddito e socialità, lottare contro l’università-azienda e le forme della rendita e speculazione urbana. Significa costruire una nuova università e una nuova città, luoghi di autonomia e autovalorizzazione. Ecco come il “diritto alla città” può incarnarsi nella materialità dei conflitti e dei movimenti. Ci troverete in Via Zamboni e alla Staveco, ci troverete dove non vi aspettate, ci avrete liberi e autonomi dove ci vorreste utenti precari.