La debolezza di Mr.Job e la forza della lotta

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di ANNA CURCIO

Pubblicato originariamente su Commonware

Avrebbe forse lavorato in uno stabilimento tessile nel suo paese, dove le donne cuciono a basso costo abbigliamento per i marchi europei, Cabira (nome di fantasia, come gli altri che seguono) se non fosse arrivata dal Marocco adolescente con i suoi genitori. Oggi è una delle figure di riferimento nella lotta che all’interporto di Bologna, stanno portando avanti le lavoratici (soprattutto) e i lavoratori del marchio Yoox, leader italiano nell’e-commerce dell’abbigliamento, per migliorare le proprie condizioni contrattuali e di lavoro: per le buste paga non in regola, il riconoscimento pieno delle ore di lavoro ma anche per farla finita con ricatti, abusi e molestie spesso a sfondo sessuale a cui i responsabili del magazzino le sottopongono continuamente. Insomma benché sia riuscita a mettere una distanza tra sé e gli swetshoop alla periferia dell’Europa, Cabira si ritrova impigliata nelle stesse maglie dello sfruttamento: interminabili ore di lavoro, bassi salari, assenza di tutele e garanzie. Esattamente alle stesse condizioni di lavoro (e sfruttamento) a cui sono sottoposte tante sue connazionali nel paese d’origine, un segno di come l’intera filiera di produzione dell’abbigliamento sia soggetta ad un pesante processo di deregolamentazione che vede gestire il taglio del costo del lavoro a partire soprattutto da processi spinti di genderizzazione e razzializzazione del lavoro.

Razzismo e sessismo nella logistica di distribuzione

Se quello del genere è uno dei criteri che gestisce e organizza il settore lungo l’intera filiera (della tessitura e cucitura alla distribuzione), tagliando il costo del lavoro a partire proprio dalla composizione di genere della forza-lavoro, quello della razza è un dispositivo di disciplinamento e marginalizzazione di cui Cabira fa esperienza in Italia. Certo, nelle fabbriche del tessile dislocate nei paesi dell’Africa mediterranea (come altrove) emerge pesante il tema del colonialismo, di un colonialismo che al tempo della “postcolonialità” vede l’occupazione dispiegarsi più sul piano economico e produttivo che non su quello politico e militare. Ma nei magazzini della logistica di distribuzione in Italia, dove oltre il 90% degli addetti è straniero, i processi di razzializzazione sono oliati dispositivi di organizzazione del lavoro che puntano a collocare i e le migranti nei ranghi più bassi della produzione, dove anche i salari sono minimi e tutele e garanzie spesso inesistenti. Nello stesso tempo cercano di dividere tra loro i lavoratori, ne minano le basi della solidarietà. Come disse tempo fa uno dei facchini di Ikea, in lotta anche lui per migliori condizioni contrattuali e di lavoro: “il razzismo è una malattia che ho imparato in Italia, dove il responsabile del magazzino continuamente ripeteva che gli egiziani sono migliori dei marocchini, che i rumeni rubano, gli arabi sono pigri e cose di questi tipo”.

Tuttavia, nei magazzini che la cooperativa Mr.Job gestisce in subappalto per Yoox, il genere e la razza non sono solo dispositivi di sfruttamento, sono anche terreno per abusi e molestie. Fatima racconta di come il responsabile di magazzino che le muove continui appunti sul suo modo di lavorare ed era anche arrivato a sospenderla per presunti atteggiamenti di insubordinazione abbia poi finto per dirle che “se fosse stata più ‘carina’ con lui avrebbe potuto avere tanti vantaggi sul lavoro”. Un’altra ragazza racconta di un abbraccio morboso dal quale un po’ spiazzata non è riuscita a sottrarsi e di uno sgradito bacio sul collo”. Tutte poi, riferiscono di gravi atteggiamenti lesivi della stessa dignità umana. “Durante il Ramadan – racconta Haifa – mentre noi lavoriamo in questi capannoni dove fa caldissimo, non si respira e la temperatura arriva ai 40 gradi, c’è sempre qualcuno dei responsabili che arriva con la sua bottiglietta d’acqua fresca per berla d’avanti a te rumorosamente e con gusto”. Tra tutte le uscite “sconvenienti” dei capi reparto va poi senz’altro annoverata il “devi scegliere tra me, dio e lo stipendio”, con il razzismo che si tinge di islamofobia.

Non abbiamo da perdere che le nostre catene

È in questo clima di continui abusi, molestie e minacce, di carichi di lavoro insostenibili (fino a 110 pezzi – stirati, piegati e imbustati – l’ora, a fronte degli 80 previsti dal contratto), di ferie forzate e straordinari non retribuiti (8 ore al giorno anche se il contratto ne prevede 6) e non da ultimo di condizioni lavorative semi-schiavistiche, che all’inizio di maggio è partita la mobilitazione. “Ne abbiamo abbastanza” è il leitmotiv sin dal primo sciopero a inizio giugno, quando a rimanere fuori dal magazzino è solo un piccolo gruppo di lavoratrici. Sono in tante ad essere insicure, ad avere paura, a temere le ritorsioni ma le successive giornate di sciopero vedono in constate aumento il numero di quante sono disposte ad andare avanti. Certo, continuano a chiedersi quali reazioni la loro protesta potrà scatenare, quali conseguenze anche per il loro permesso di soggiorno, ma sono tutte convinte di essere sulla strada giusta: “non abbiamo da perdere che le nostre catene” e a parlare non sono Marx ed Engels, è Talita brasiliana da una decina d’anni in Italia, da tre nei magazzini gestiti dalla coop. Mr.Job.

Nei mesi precedenti si erano rivolte al SI Cobas, che sapevano aveva ottenuto con le lotte importanti successi in altri magazzini dell’interporto, per migliorare le proprie condizioni contrattuali e di lavoro. Ma poi lo sciopero era partito in solidarietà ad alcune colleghe che proprio per la loro attività sindacale erano state messe forzatamente in ferie o spostate in altri magazzini, anche molto distanti, con tutta una serie di costi aggiuntivi per gli spostamenti. “Un modo – precisa Sawda – per spaventarci, per farci abbassare la testa e farci stare zitte. Ma non era possibile che alcuni pagassero per tutti, non era giusto. Così è partito lo sciopero”. Una dimostrazione di come solidarietà e cooperazione attiva nella lotta siano uno straordinario strumento contro lo sfruttamento sul lavoro e il razzismo e il sessismo che lo organizzano.

La forza della lotta

Nelle settimane successive gli scioperi si sono susseguiti, con annesso blocco alle merci in entrata e in uscita. Il 13 giugno, ancora una volta in solidarietà a due colleghe sospese ingiustificatamente, è partito la sciopero che ha visto una partecipazione decisamente più larga. Questa volta, almeno in quaranta hanno lasciato magazzino (dove lavorano circa 80 persone). Il giorno successivo per rimuovere il blocco è dovuta intervenire la celere. Insomma l’estate ha preso il via all’insegna del confitto nei magazzini Yoox. Poi il 7 luglio, a dimostrazione di quanto la mobilitazione stia producendo un forte danno d’immagine, oltre che naturalmente economico per il blocco della produzione dovuto agli scioperi e la mancata distribuzione delle merci per via dei picchetti, alcuni dipendenti della coop Mr.Job, molti dei quali lavorano in altri magazzini all’interporto di Bologna, hanno dovuto inscenare un patetico sit-in in supporto alla cooperativa con tanto di telecamere dei circuiti televisivi nazionali. Karim, una delle figure di riferimento del ciclo di lotte nella logistica di distribuzione, dal suo profilo facebook ha efficacemente commentato: è un vile tentativo per “ripulire l’immagine” dopo che le lotte hanno portato allo scoperto il marcio della gestione del lavoro nei magazzini. Che detto altrimenti è il segno della debolezza di Mr.Job e della forza della lotta.

* Una versione ridodotta di questi articolo è stata pubblicata su “il manifesto”, 9 luglio 2014.

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