Dalla parte giusta del muro: gli isolati siete voi

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Al coro bipartisan di cui già parlavamo non poteva certo mancare la Procura, che nella società dell’informazione deve svolgere il suo ruolo di attore politico e condanna preventiva a uso e consumo dell’opinione pubblica, che altro non è che l’opinione di chi detiene le leve del potere. Così è stato anche questa volta: il portavoce Giovannini annuncia che tre militanti di Hobo saranno denunciati con le fantasiose accuse di danneggiamento aggravato e violenza privata (nei confronti di una porta). “Gli atti di teppismo non rimarranno senza risposta”: rettore, sindaco e professionisti della casta potranno ora dormire sonni più tranquilli, tornare ai loro affari quotidiani – per esempio con l’incorruttibile sistema delle cooperative – e godersi in santa pace l’invasione israeliana e il massacro della popolazione palestinese. Noi, dopo le buone prove da muratori, impareremo tranquillamente altri mille mestieri che possono essere utili nella crisi. E poi, non ce lo avete insegnato voi che bisogna investire sul mattone?

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Tutto come previsto: “immaginiamo già il coro che da destra a sinistra si leverà”. Così è stato: rettore e sindaco, Lega e Pd, media di destra e di sinistra. Del resto non era difficile prevederlo, quando politica e informazione sono ridotti a soldi e poltrone, i comportamenti sulle questioni significative non possono che essere uguali. L’escrache contro Panebianco è stato significativo perché tocca un aspetto decisivo, la paura. Non la paura fisica, come sostengono le fantasie malate (quelle sì deliranti) di leghisti e democratici, ma la paura per la fine dell’impunità castale che avvolge e protegge le elite politiche, accademiche e dell’informazione. È la paura del crollo della torre d’avorio fatta di privilegi e arroganza, la paura che il loro isolamento dorato venga infranto. La paura, cioè, che alla generica accusa contro i grandi sistemi che generano la crisi si accompagni l’individuazione puntuale dei tanti nomi e cognomi, più o meno rilevanti, dei padroni e dei servitori, in cui quei grandi sistemi si incarnano.
Tutti allora si stringono attorno al povero Panebianco, come se media e università fossero attori neutri e ininfluenti, come se le parole dei consiglieri del principe – sparate dai pulpiti dell’accademia e del più potente quotidiano del paese – non avessero conseguenze rispetto alle azioni del principe stesso. Come se non ci fosse alcun nesso tra l’invocare la selezione razziale e il razzismo, tra il consigliare di allontanare “loro” (coloro che “scappano dalla povertà”) e i migranti morti nel Mediterraneo, tra il sostenere le politiche neoliberiste della macelleria sociale e l’impoverimento di massa nella crisi. Come se l’ingenuo Panebianco non avesse prestato attenzione alla coincidenza tra la sua invocazione di una guerra santa dell’occidente contro una fantomatica “jihad che incendierà i territori europei” e la guerra, o forse sarebbe meglio dire il genocidio, che lo Stato di Israele sta conducendo contro la popolazione palestinese. E come se il think tank neoliberista dei “Chicago Boys” non avesse avuto un ruolo di primo piano nel regime di Pinochet.
Allora, dov’è la violenza tra un muro alla porta dell’ufficio di un barone nero e un muro fatto di eserciti e check-point, tra la vernice rossa e il sangue di milioni di persone, tra un’iniziativa contro una testa d’uovo neocon lautamente ricompensata e la quotidiana sofferenza di disoccupati e precari? Troppo facile rispondere, ma il problema è da che parte del muro si sta. Qualcuno, poi, sostiene che non è certo tutta colpa del povero Panebianco: ragionamento che finisce per scagionare tutti dalle proprie responsabilità, per ritornare a una situazione disincarnata e senza nomi e cognomi, cioè non modificabile. Invece i tanti responsabili di questa situazione di crisi, di impoverimento e di guerra latente o reale hanno dei volti, diversi ruoli, riconoscibili porte di ufficio. Il fatto che i Galli nel pollaio e gli utili idioti siano molti, non significa che non si possa mai agire contro qualcuno di essi. D’altro canto, non eravate voi i sostenitori della valutazione e della peer review?
Tra le dichiarazioni a sostegno dell’intellettuale della guerra e della selezione razziale spicca quella del pavido rettore I(n)vano Dionigi, supporter della riforma Gelmini e del modello Marchionne nell’università, responsabile di sgomberi e lavoratori pagati meno di tre euro all’ora per permettere la libertà di espressione ai baroni. Forse memore dei ricatti subiti da Panebianco in occasione della ristrutturazione dei dipartimenti dopo la riforma Gelmini (o copri i miei giochi di potere o sei rovinato), il pavido re-ttore esprime – a nome degli “studenti, quelli veri”! – la propria incondizionata stima al barone nero. Strano, eppure l’unica ombra di “califfato” che si è vista da queste parti è rappresentata dallo sceicco e nipote dell’emiro del Kuwait, a cui lo scorso 23 maggio – in una zona universitaria completamente militarizzata – il re-ttore consegnò il Sigillum Magnum, in vista di qualche accordo commerciale. Non ricordiamo in quell’occasione editoriali di Panebianco contro la “jihad alle porte”, ma si sa, pecunia non olet…
Infine, una piccola rassicurazione rispetto alle ebbre parole del sindaco: “questi teppisti vanno isolati”. Tranquillo signor Merola, noi ci proviamo quotidianamente. L’altro giorno l’abbiamo fatto addirittura con un muro. E nonostante la crisi, di calce e vernice ne abbiamo ancora tanta…

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

Ps: Questi giorni hanno rappresentato un’ulteriore occasione perduta per tanti docenti e giornalisti ritenuti critici di usare bene la loro “libertà di espressione”, uscendo al di fuori delle righe, dicendo in modo plateale #StopBombingGaza e #FreePalestine, condannando senza se e senza ma i teorici della razza e del massacro sociale. Anche in questo caso, però, dipende da che parte del muro stanno carriere e interessi…

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