Lettera di una compagna in risposta al sindaco Merola

Lettera di una compagna in risposta al sindaco Merola

Ripubblichiamo il bel testo di una nostra compagna in risposta alle dichiarazioni del sindaco.

Ciao Virginio Merola, mi chiamo Giulia, ho quasi 23 anni, mi sto per laureare in giurisprudenza, e ieri ho letto le tue dichiarazioni sullo sgombero del Community Center a Filippo Re. Premessa doverosa: io ieri ero là, a resistere e a fronteggiare la Polizia mandata dal Rettore mentre spaccava la testa a una mia amica e compagna, mentre si prendeva e portava in Questura un mio amico e compagno, ero lì a difendere uno spazio che ho costruito con tante altre persone, che sono più di trenta e più di cento, che non rientrano sotto alcuna sigla politica ma solo sotto un’unica squallida etichetta che in pochi (loro sì) si son presi la briga di stampare sulle esistenze di ciascuno di noi, come un certificato di autenticità – “Unibo”. Sai, quando ho sentito che hai detto che “dovrei studiare” che “dovrei preoccuparmi del mio futuro” ho pensato a cosa ti direi se ti avessi di fronte. Mi verrebbe da dirti che mi sto laureando in tempo con la media del 28, se non fosse che io in quel numero non ci vedo assolutamente niente, perché non rappresenta niente di quello che sono, di quello che ho imparato (che probabilmente è niente!). In cinque anni non sento di aver appreso alcunché di veramente utile alla mia crescita, e in cinque anni ho conosciuto forse due professori stimolanti, mentre tutti gli altri erano solo noia e sfoggio di curriculum incancreniti e fossilizzati. Una stretta di mano, uno scarabocchio su un pezzo di carta, grazie, arrivederci, senza che in me restasse un minimo di riflessione critica, nemmeno un piccolo residuo di passione o almeno di interesse. Però in fondo, sono questi i vostri criteri: devozione cieca e sorda, indottrinamento sterile e adesione asettica alla norma. E secondo i vostri canoni (di merda), io non sono una di quelle che dovrebbe studiare, almeno non più di quanto non faccia normalmente. Eppure, ieri ero là. Ma sai perché ero là, Virginio caro? Perché sì, i miei genitori si chiedono perché dovrebbero ancora pagarmi gli studi, ma non perché sia fuori corso (che poi, che cazzo di condanna è quella fatta a un fuori corso? Sai forse qualcosa della sua vita? Dei problemi che può aver avuto?), anzi. Se lo chiedono perché loro continuano a spendere soldi su soldi su soldi su soldi per l’affitto, per i libri, per le tasse, e ne continueranno a spendere per i master, per le specialistiche, per garantirmi il meglio, e mentre il meglio è sempre più lontano dalle loro tasche, il mio futuro è sempre più nero – se più nero riesce ad essere. Il punto, caro Virginio, è che l’ingiustizia sta proprio nel dover lavorare 8 ore al giorno in un negozio dalle luci bianche e dai gesti meccanici, con la musica sparata a mille, oppure in un bar dove il padrone ti invita fuori a cena e ti fa i regali e ti guarda il culo, il tutto rigorosamente a paghe da fame, per garantirsi ciò che dovrebbe essere garantito, e cioè il diritto a una vita degna, il diritto a un’università inclusiva, il diritto a una meritocrazia del comune e non quella competitiva della guerra dei poveri che giorno dopo giorno create, puntando il dito dall’alto della vostra ingiustificata e ridicola ricchezza economica e povertà spirituale. Perché sì Virginio, quello che hai detto è povero e spregevole e disgustoso, nei confronti di chi giorno dopo giorno lotta contro una vita di merda che non ha scelto, ma che gli è stata imposta dalla gente come voi nei salotti dove bevete lo Spritz (a proposito, vacci piano, che poi dici cazzate). Ma in fondo, tu che cazzo ne sai di cosa significa avere vent’anni nel 2014? È facile fare il pugno duro quando hai tutto, ma ti assicuro che tenere i pugni chiusi quando non hai niente è ancora più facile. Odiarvi anche, giorno dopo giorno, per il sangue che succhiate dalla vita mia e da quella dei miei genitori, quelli che tu tiri in ballo come se sapessi cosa significa sentirsi in debito con loro, avere l’immediata, terribile, frustrante percezione che tutti quegli sforzi, quei sacrifici, non saranno serviti a niente, che tutta la tua vita dovrà essere improntata al rimborso degli interessi di soldi, affetto e fiducia, che ogni singolo fallimento, anche quelli in cui sei impotente, sarà uno schiaffo alle loro scelte e alle loro vite ancor prima che alle tue. E tra l’altro – sì, mi sento di parlare anche per gli altri quando dico tutto questo, ma anche quando dico che la mensa costa troppo, che il tirocinio da 7 crediti e 175 ore in tribunale non è esperienza, ma lavoro gratuito che include servizio bar, che non è possibile che con una laurea costata migliaia di euro uno si ritrovi nella sua stessa università ad esser pagato 2,80€ all’ora, che io vorrei riuscire a organizzarmi il mio tempo per studiare, seguire le mie passioni e costruire una vita, anziché ritrovarmi costretta a lavorare 8 ore sulle 12 che costituiscono una giornata. E quindi mi troverai sempre là, Virginio, a prescindere dal mio libretto universitario. Mi troverai a urlare come una dannata, a riprendermi la mia vita, i miei spazi, i miei tempi, con quella che tu chiami arroganza, ma che io chiamo rabbia, che è un sentimento a te sconosciuto, che subentra quando ti tolgono tutto eppure decidi, o hai la forza di decidere, di non lasciarti andare alla disperazione. Sarebbe una via più facile, quella, se non fosse che presume la resa totale e incondizionata su tutti i fronti, anche quello che reputo più importante di tutta la mia vita: la mia dignità, di figlia, di donna, di essere umano.

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E l’intervista a QuiBolognaTV: