Aureliooo, scappiamo a Montecitorio!

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125741727-c99cd959-d6da-4c1c-85f2-7762579350c2Sabato scorso il velocista Matteo Salvini deve aver saggiato la differenza tra i palcoscenici mediatici preparati per la casta politica, quelli a cui è abituato, e i terreni inaspettati creati dalle lotte e dalla partecipazione popolare, quella di cui i leghisti si riempiono la bocca ma che puntualmente reprimono e criminalizzano. Insieme al parabrezza della macchina, dalle parti di Via Erbosa l’impaurito piè veloce padano ha così perso anche la testa. Così, dopo aver invocato l’aiuto di Aurelio per un’ignominiosa fuga (con tanti saluti al celodurismo leghista e alla caricaturale ideologia dell’onore dei suoi nuovi alleati fascisti), il pavido padano ha utilizzato la giustificazione della sua viltà per rivendicare il tentato omicidio contro i “balordi che dovrebbero andare a lavorare”. Ecco il disprezzo di Salvini (che in vita sua certo non ha mai lavorato, in quanto stipendiato con i nostri soldi dalle istituzioni) per precari e disoccupati, per una generazione che è costretta a lavorare troppo per troppo poco. Una generazione che è fatta di italiani e stranieri, perché l’unica divisione di razza che quotidianamente viviamo è quella tra chi la crisi la subisce e chi ci si arricchisce. Chi vuole togliere ai lavoratori stranieri non lo fa per dare ai lavoratori italiani, ma per mettere i soldi nelle proprie tasche.

Del resto, chi lo paga l’autista Aurelio per scorrazzare in giro il poco onorevole Salvini nelle sue scorribande provocatorie? Chi la paga la sua auto (ora nella nuova versione decappottabile), simbolo della casta dei partiti e dei palazzi del potere della ex Roma ladrona? La risposta è fin troppo semplice: paghiamo tutto noi. Non sono soldi investiti, è proprio il caso di dire che sono soldi da cui siamo investiti! Quanti stipendi di lavoratori, salari operai, case popolari, borse di studio e redditi di cittadinanza si potrebbero pagare con i soldi e le prebende quotidianamente incassate dai Salvini e dai suoi colleghi di casta? Quanti perseguitati da Equitalia e lavoratori dei ceti medi impoveriti si potrebbero salvare dal suicidio e dalla disperazione se quella ricchezza venisse sottratta ai parassiti che stanno nei palazzi del potere e redistribuita a chi la produce? Quanti fondi per gli alluvionati e i terremotati padani ci sono negli stipendi dei leghisti che sulla loro pelle fanno propaganda di partito? Ecco dove vanno a finire i soldi delle tasse che strangolano i lavoratori e chi cerca di sfangarsi da vivere con una piccola attività. Questa è la verità dei fatti, altro che le bollette dell’acqua di chi – nato in Italia, peraltro – vive in un campo di periferia!

Scappino allora veloce Salvini e i suoi compari, per rifugiarsi nei palazzi di Montecitorio o di Bruxelles, al riparo dalla realtà della crisi e delle sue sofferenze, dalla necessità di lottare e dalla sete di cambiamento. Dentro questi palazzi possono continuare a invocare il popolo, salvo poi scappare sulle auto (romane) e protetti dai celerini (meridionali) quando il popolo si materializza. Ieri a Via Erbosa abbiamo dimostrato che cosa significa padroni a casa nostra: in questa casa spazio per i provocatori della casta non ce ne sarà mai.
Perché mai come in giornate come sabato Bologna appartiene davvero a chi la vive e produce la ricchezza sociale.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

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