Scavare come una talpa, balzare come una tigre

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Appunti per discutere collettivamente

Sports_aliCon buona pace delle fantasie postmoderne e degli idealismi classici e di ritorno, la realtà esiste eccome, con tutta la sua durezza. Questa realtà oggi è fatta della violenza della crisi, del mostro europeo e dei suoi gemelli nazionalisti, dell’austerity 2.0 dei Renzi, dei fascismi 2.0 dei Salvini e Le Pen. Però, con buona pace dell’oggettivismo dei mercati e della rassegnazione del pensiero critico, esistono punti di vista differenti da cui si può guardare a questa dura realtà. Innanzitutto, il punto di vista è situato nella collocazione sociale: non è la stessa cosa osservare il mondo da precario o da non precario, da un ufficio di collocamento o da un ufficio universitario, con o senza il potere sociale che ci portiamo in tasca, cioè il denaro. E non è la stessa cosa osservare il mondo dall’interno di realtà collettive oppure nella solitudine individuale. All’interno di questi punti di vista, ci sono poi differenti modi e capacità di guardare la realtà. A uno sguardo di superficie, per esempio, possiamo sottometterci all’apparente evidenza per cui le lotte faticano a emergere, mentre la nostra controparte impone continuamente i suoi diktat. Fino ad arrivare a far lavorare gratuitamente migliaia e migliaia di giovani, forse non contenti ma per ora in buona misura accettanti.

Di fronte a questa realtà dobbiamo però chiederci: e se fossero le lenti con cui guardiamo a essere inadeguate? Se sotto l’apparente superficie di accettazione e rassegnazione, covassero comportamenti, conflitti e forme di microresistenza che esistono anche se non assumono forma collettiva? Se questi comportamenti, conflitti e forme di microresistenza non corrispondessero sempre alle questioni, ai luoghi e ai soggetti che abbiamo immaginato come contenitori delle lotte? Ci chiediamo ancora: siamo sicuri di avere i linguaggi per poter comunicare a prescindere con tali questioni, luoghi e soggetti, per esprimere e organizzare questi comportamenti? Pensiamo che queste siano tra le domande che ci dobbiamo porre come militanti, realtà di movimento, soggetti che vogliono non solo interpretare ma trasformare la realtà.

Lo diciamo con l’ottimismo della ragione prima ancora che della volontà. Non crediamo che le migliaia di giovani che lavoreranno gratuitamente per Expo siano degli irriducibili nemici di classe. Si tratta invece di figure che, nella morsa del ricatto, sperimentano sulla propria pelle il consumarsi perfino delle ambigue illusioni meritocratiche, soffocati da un quadro di aspettative decrescenti (di cui il Jobs Act è semplicemente l’istituzionalizzazione): visto che al lavoro non corrisponde più nemmeno un salario, se guadagni qualche manciata di euro o anche solo il riconoscimento sul curriculum, devi già essere soddisfatto. Cosa succede, o meglio cosa può succedere, quando anche quelle promesse residuali verranno tradite? Come si organizzano i lavoratori gratuiti contro la propria servitù? E tra chi vive la precarietà selvaggia, poi, siamo certi che non esistano forme di rifiuto? Per esempio, come definire chi preferisce la disoccupazione a lavoretti pagati pochi euro all’ora? Oppure chi – precario di prima e ancor più di seconda generazione – sta all’università consumando gli ultimi scampoli del welfare familiare e rimandando il confronto diretto con l’assenza di futuro, in un mix di cinico realismo e desiderio di un presente un pochino migliore? E che dire del radicale distaccamento dalle istituzioni (politiche e sociali) che per tanti giovani proletari sono quotidiana forma di vita e non ideologia da perseguire? Non costituiscono forme di lotta già esistenti, certo; è però difficile pensare che eventuali lotte di disoccupati, lavoratori e precari non vivranno anche di questi comportamenti. Pensiamo inoltre a quei frammenti di composizione sociale dispersi e colpiti dalla crisi, solitamente fuori dai nostri radar, che però nel declassamento e impoverimento generalizzati assumono caratteristiche inedite: in alcune città ne abbiamo visto emergere uno spaccato il 9 dicembre 2013, e molti compagni e compagne se ne sono ritratti inorriditi. E tuttavia, l’orrore è ciò che la crisi produce, sta nelle cose e non nelle parole che descrivono le cose: se non ci confrontiamo con questi dati di realtà, con delle forme di espressione che non potranno che essere ambigue e spurie (ammesso e non concesso che in altre epoche ci siano state composizioni di classe non ambigue e spurie), resteremo fagocitati e marginalizzati nei nostri recinti. Peggio ancora, lasceremo incendiare le praterie ai nostri nemici alla Salvini, o le faremo spegnere ai nostri nemici alla Renzi.
Il problema, dunque, è l’organizzazione della rabbia e la costruzione autonoma di nuove prospettive. Ovvero combinare forza destituente e potenza costituente, rottura e creazione. Senza un aspetto, si scambiano per istituzioni indipendenti piccole isole nella rete. Senza l’altro, ci si affida a una spontaneità che rischia di trasfigurarsi in nichilismo.

Sia chiaro: non poniamo questi problemi per sminuire o “rottamare” ciò che a livello di movimenti abbiamo conquistato e sedimentato. Al contrario, li poniamo proprio per tentare collettivamente di aprire nuovi spazi di possibilità. Siamo convinti che quello che abbiamo sia prezioso e da difendere. Siamo altrettanto convinti che quello che abbiamo è insufficiente e da ripensare in avanti. E probabilmente ci portiamo appresso, dentro di noi, un po’ di zavorra di impostazione che appanna il nostro sguardo. In questa fase servono indubbiamente degli sforzi soggettivi, guai a pensare che la banale constatazione che i militanti sono precari conduca alla rincuorante ipotesi che i precari sono militanti: noi abbiamo collettivi di lavoratori o studenti, ma noi non rappresentiamo lavoratori e studenti. Tuttavia, non tutti gli sforzi soggettivi sono uguali: alcuni cercano di aprire degli spazi espansivi di iniziativa, altri guardano alla riproduzione dell’esistente. Gli uni, più difficili e dai frutti immediati meno visibili, sono quelli potenzialmente gravidi di un futuro di lotte. Gli altri, più rassicuranti e talora con riscontri momentanei più soddisfacenti, hanno il respiro corto. Dobbiamo coltivare i primi, non cadere nella tentazione di accontentarci dei secondi. Alla durezza del reale, dobbiamo opporre la durezza del possibile e non l’autorassicurazione dell’effimero.

195916.98139022[1]Del resto le lotte non mancano, in Italia e sul piano transnazionale; faticano però a generalizzarsi e a creare spazi comuni. Gli sforzi soggettivi devono allora essere volti in questa direzione, facendo per esempio uscire dal settore le lotte che ci sono, senza perdere intensità ma guadagnando estensività. O connettendo in modo organizzato, magari attraverso campagne, temi e azioni: quella contro il lavoro gratuito e di merda, oppure il #RenziScappaTour e il #MaiConSalvini (dal campo sinti di Bologna alle mobilitazioni di Roma o Genova). Sempre pronti, ovviamente, a cogliere e approfondire contraddizioni che si possono aprire su terreni non nostri e all’interno della governance europea, come è stato nel caso di Syriza. Non ci interessa nemmeno sprecare parole per chi, incurante del diabolico perseverare, dà vita all’ennesima sfilata dei carri della rappresentanza istituzionale, sperando opportunisticamente di poter saltare su quello giusto. Al contempo, senza proiettare su altri quello che non sono, ovvero riversare su magari innovative forze socialdemocratiche desideri che non siamo in grado di realizzare o colpe per limiti che non riusciamo a superare, sappiamo bene che per fare la guerra e condurre battaglie è per noi utile tutto ciò che crea problemi di posizionamento al nemico.

Insomma, in questa fase dobbiamo sviluppare uno sguardo apparentemente “strabico”. Un occhio deve guardare al quotidiano, all’immediato, alla tenuta e alla riproduzione, alle occasioni che si aprono e che possono espandere il piano dell’iniziativa. L’altro occhio deve guardare al medio-lungo periodo, perché è su questo livello che vanno reimpostati progetto, strategia e scommesse politiche. Questo sguardo “strabico” deve ricomporsi nella produzione di controsoggettività, perché è il livello cerniera che consente di unificare le necessità della strutturazione quotidiana con i tempi lunghi del progetto. A questo fine, è per noi importante che compagne e compagni si impegnino innanzitutto nell’intervento politico in spazi parzialmente inesplorati, con l’urgenza di fare inchiesta e la voglia di imparare, immergendosi con mente progettuale e aperta alla sperimentazione, attenta all’accumulo di forze e al contempo coraggiosi nel far emergere campi, linguaggi e soggetti a cui all’oggi non arriviamo. Meglio rischiare e anche sbagliare in modo produttivo, piuttosto che fare tutto giusto nella residualità. A questo livello, dobbiamo porci il problema dei nostri limiti e delle nostre insufficienze, sottraendolo da un lato a una comoda rassegnazione (“tanto non serve a niente, quindi ho la coscienza pulita a non fare niente”), dall’altro a un’opportunistica consequenzialità (“nessuno è autosufficiente, quindi mi coalizzo per le prossime elezioni”). Entrambe queste opzioni sono dannose scorciatoie, così come è una scorciatoia adagiarsi nella propria marginalità credendola egemonia, rappresentandola come lotta, autodefinendola movimento. Per sfuggire a queste scorciatoie, dobbiamo conquistare l’inchiesta come metodo, il coraggio come prassi.

Il punto, dunque, è combinare virtuosamente il lavoro della talpa e il balzo della tigre. O per chi, rispetto a Marx e Benjamin, si trova più a suo agio con le citazioni di Muhammad Ali: volare come una farfalla e pungere come un’ape.

Come ricomporre questi animali in una figura potente e articolata? A noi la risposta, e prima ancora la discussione collettiva sulla corretta formulazione e la messa in ordine delle domande.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

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