L’alba di fuoco della BCE

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La giornata di mobilitazione contro l’inaugurazione del nuovo palazzo della BCE nel cuore finanziario dell’Europa dell’austerity, in Germania a Francoforte, è senza dubbio stata una data importante nel calendario dell’antagonismo europeo.

Innanzitutto occorre premettere che il 18 marzo è stato un momento di incontro transnazionale reso possibile dalla volontà, condivisa da molte realtà organizzate, di identificare un nemico comune contro cui prendere parte in una guerra che deve essere di tutti a prescindere dalle nostre differenze, una guerra nella quale la molteplicità di contesti e soggettività che caratterizzano il variegato spazio geografico europeo possa rappresentare un punto di forza anziché un limite. Tuttavia, per una lunga serie di ragioni – tra cui le oggettive difficoltà logistiche ed economiche nel raggiungere Francoforte dai paesi più colpiti dalla crisi e la debolezza delle reti di comunicazione e coordinamento transnazionale – l’obiettivo della messa a fuoco di una controparte comune su scala sovranazionale è evidentemente ancora lontano; se non altro è apprezzabile che per alcuni l’assedio a un’istituzione europea si sia delineato come orizzonte organizzativo desiderabile, configurandosi quindi come possibile.

Insomma, esiste la consapevolezza che le diffuse lotte all’austerity made in UE – e, aggiungiamo noi, auspicabilmente e necessariamente anche quelle lotte che si danno aldilà dei confini della Fortezza Europa e dell’Occidente – devono entrare in relazione, contaminarsi e sincronizzarsi per moltiplicare la propria potenza ed essere in grado di esercitare realisticamente ed efficacemente un contropotere all’altezza della sfida posta dal potere finanziario globale. Un contropotere diffuso che non escluda momenti di convergenza.

La composizione in piazza è stato forse l’aspetto più deludente del 18 marzo: quasi nessuna traccia di strati di proletariato non politicizzato né della sua componente giovanile e migrante. Probabilmente, tanto in Germania quanto in Italia e altrove, ancora non abbiamo sviluppato la capacità di coinvolgere quei gruppi sociali che, nell’incedere di una crisi che cancella il futuro e immiserisce il presente, anziché estranei potrebbero piuttosto essere l’ossigeno che alimenta il fuoco di una rivolta anche generazionale. Per quanto riguarda invece la partecipazione dei lavoratori, alcuni organizzati per mezzo di sperimentazioni sindacali più o meno alternative, anche qui c’è da dire che la loro presenza non ha costituito una cifra numericamente significativa nel quadro di una mobilitazione di respiro internazionale contro lo strapotere economico della finanza che al lavoro impone precarizzazione, workfare, abbassamento dei salari e disoccupazione di massa. Insomma, la “plebe” tedesca non era in strada al fianco dei tanti compagni e attivisti presenti, che in ogni caso hanno dato vita a un corteo molto partecipato che nel pomeriggio ha visto sfilare per le strade di Francoforte oltre 20.000 persone. Non dobbiamo però accontentarci e accettare passivamente questo dato di scarsa partecipazione non militante ma organizzarci nei territori per ribaltarlo e favorire l’innesco di sempre più processi di soggettivazione antagonista. Che la nostra insufficienza sia uno stimolo, mai rassegnazione.

Passiamo ora all’elemento a nostro avviso più originale e interessante: l’organizzazione tattica del conflitto. Durante le prime ore del mattino tre diversi blocchi sono riusciti a incunearsi nella zona rossa, ciascuno a suo modo, ciascuno con il proprio modo di agire. E’ importante sottolineare che sono state la mobilità, la rapidità d’esecuzione e l’essere offensivo del blocco nero a permettere di spiazzare il mastodontico dispositivo poliziesco schierato; il black bloc è risultato estremamente efficace grazie al suo posizionamento asimmetrico e alla sua imprevedibilità di movimento e azione. A questo proposito si è rivelata di fondamentale importanza la preesistente affinità tra compagni abituati a viaggiare e incontrarsi nei luoghi delle lotte, dalla Val di Susa alle ZAD ma non solo, ambienti di contaminazione e di reciproco scambio esperienziale ed emotivo.

In sintesi la convergenza di più sperimentazioni di connessione transnazionale è riuscita a essere produttiva dal momento che l’intelligenza collettiva ha saputo far coesistere sensibilità politiche e tattiche militanti diverse fra loro. Per esempio, non tutti hanno partecipato alle azioni del mattino, così come non tutti hanno partecipato ai comizi pre- e post- corteo patrocinati da partiti, associazioni, etc. ma ciò che conta, sembra scontato ripeterlo ma in realtà non lo è affatto quando di mezzo c’è la socialdemocrazia, è che in pochissimi si sono sentiti di tracciare una linea di divisione tra manifestanti buoni e cattivi. La coesistenza di pratiche offensive e simboliche, anziché la loro contrapposizione, si è rivelata essere condizione necessaria per il buon esito della protesta.

Le colonne di fumo che salivano dalle barricate hanno sfumato di nero l’alba di Francoforte: l’antagonismo è riuscito a profanare la solo apparentemente inviolabile sacralità tecnocratica del mostro capitalistico che è l’Unione Europea. Un messaggio lanciato forte e chiaro.

Ciò che è, è. Ciò che non è, è possibile!

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

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  • a autonomen

    quando gli altri fanno casino’ si sfrutta il momento poi quando succede a kasa nostra….subito comunicati contro la violenza….andateaffanculo!!!
    autonomi de merda