Dentro e contro l’economia politica della promessa

Dentro e contro l’economia politica della promessa

Dopo l’incontro “Inchiestiamo Expo“, proponiamo una riflessione su Expo e il lavoro volontario, verso e oltre la manifestazione NoExpo del primo Maggio.

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Partiamo da un dato, che non fa mai male: l’Expo sarà in buona misura mandato avanti da circa 16.500 lavoratori non retribuiti (volontari o esplicitamente impiegati in modo gratuito). Lor signori se ne aspettavano addirittura qualche migliaio in più, comunque anche così di certo pochi non sono. Anzi, sono davvero tanti. A fronte di questo dato, dobbiamo subito porci una domanda: si tratta di 16.500 giovani collusi con i nostri sfruttatori, complici e solidali con il capitale, impenitenti sadomasochisti dediti al dumping salariale e al peggioramento delle condizioni di vita proprie e altrui? Può darsi, ma se così è temiamo ci sia poco da fare, vista la diffusione a macchia d’olio delle forme del lavoro gratuito, o comunque pagato molto male. Oppure, ed è questa la strada che cerchiamo di percorrere, dobbiamo analizzare le forme di ricatto e i processi di soggettivazione che innervano la “scelta” coatta del lavoro non retribuito.

Sul primo aspetto – le forme di ricatto – c’è poco da dire: la precarietà selvaggia, una disoccupazione giovanile che viaggia ben oltre il 40% e un welfare (che in Italia è innanzitutto, se non quasi esclusivamente, welfare familiare) in via di esaurimento, sono elementi sufficienti per rendere chiaro ed evidente il quadro di costrizione che spinge all’accettazione della servitù volontaria. In questa servitù volontaria – e qui entriamo invece nel merito della produzione di soggettività – vi è un’illusoria speranza di futuro. È l’economia politica della promessa, un pallido sole dell’avvenire individuale che il capitale offre domani in cambio del sacrificio non retribuito oggi. Il curriculum è un messaggio in una bottiglia fatta di lavoro gratuito. Ma nell’economia politica della promessa vi è anche un perverso “salario psicologico” che sostituisce l’assenza di un salario reale: con quel “salario psicologico” i giovani possono ripagare la fiducia e gli investimenti fatti dai genitori e pensare di dare un senso alla propria vita, rispondendo nell’immediato alle domande che li frustrano (cosa dico a chi mi paga gli studi? come passo le mie giornate?): non servirà a niente, ma piuttosto che niente…; almeno lì vengo riconosciuto.

L’economia politica della promessa non è semplice ideologia, ma un dispositivo maledettamente materiale che è costruito su un insieme di motivazioni e costrizioni, fondato in un contesto di crisi e di aspettative decrescenti. Una volta, in un quadro espansivo, si diceva: se il padrone offre dieci vogliamo cento, se offre cento mille noi vogliamo. Oggi se offre cinque prendiamo al volo, perché potrebbe darci zero. È infatti storicamente falso che all’aumentare della crisi corrisponda in modo deterministico l’aumentare della rivolta. Corrisponde spesso la crescita dei livelli di accettazione. Dire crisi permanente non significa dunque immaginare un imminente crollo del capitalismo, bensì la trasformazione della crisi stessa in elemento permanente di accumulazione e di comando. Al di là degli aspetti tecnici e giuridici, il Jobs Act è innanzitutto questo, ossia un’affermazione politica e un dispositivo di disciplinarizzazione: è l’istituzionalizzazione del fatto che al lavoro non corrisponde necessariamente neppure più un salario per quanto misero sia. Quindi, se prendi qualcosina – in forma monetaria, di riconoscimento o di promessa per il futuro – sii contento e obbediente. L’avido capo delle coop Ciacco Poletti, con quella faccia da ingordo divoratore di profitti e rendite, l’ha ribadito ancora di recente, con il paternalismo tipico del sistema di potere del Pci-Pd emiliano-romagnolo: cari figli pigri e bamboccioni, perfino le ferie sono una manna che non meritate, è meglio che andiate a scaricare le cassette di frutta altrimenti vi adagiate nell’ozio.

Ora, ecco il macroproblema politico: poiché siamo dentro l’economia politica della promessa, come possiamo agire contro? Innanzitutto, non dobbiamo commettere gli stessi errori che furono fatti durate il movimento dell’Onda e dintorni rispetto alla questione della meritocrazia. Non dobbiamo appunto pensare che si tratti di mera ideologia, né che sia sufficiente smontarne dal punto di vista teorico le retoriche per mostrare che si tratta di una mistificazione sotto cui si cela il linguaggio del potere. È vero, ma non basta: il semplice disvelamento del ricatto non è sufficiente, se non si socializza la possibilità di romperlo. Il problema è allora il punto di attacco di questo dispositivo materiale di sfruttamento. Le possibilità di approfondire la contraddizione e rompere non si danno tanto sul punto di partenza della cosiddetta “scelta individuale”, perché è lì che agisce nella sua pienezza il meccanismo del ricatto, ma sul suo punto di arrivo: pensi davvero che verrà mantenuta la promessa che oggi ti porta ad accettare la servitù volontaria? Quel domani che ti promettono non ci sarà, nemmeno lavorando sodo e addirittura in modo non retribuito. Questo è il dato storico: il capitalismo non è più in grado di mantenere le sue perverse promesse, intrinsecamente basate sulla competizione individuale e sulla gerarchizzazione sociale. Non basta conoscere questo dato, dobbiamo trasformarlo in arma politica. A sovvertire la realtà non è infatti la propagazione della coscienza, ma l’organizzazione della forza.

Sia chiaro: il lavoratore non retribuito, ovviamente, non è un soggetto omogeneo. Al contrario, vi è una stratificazione al proprio interno (tra chi può contare su risorse economiche e familiari, chi ne consuma gli ultimi residui, chi è solo di fronte al ricatto, tra i precari di prima e di seconda generazione, e poi a seconda dei settori e ambiti in cui si è collocati). Quasi tutti, ancorché in forme e con esiti parzialmente diversi, vanno però incontro al “tradimento” delle promesse per cui oggi si sacrificano. Non crediamo neppure, tuttavia, che il quadro sia così privo di increspature come appare dalle statistiche. Pensiamo invece che covino comportamenti di microresistenza e rifiuto che non assumono forma collettiva né tanto meno esplicitamente politica, scappatoie perlopiù individuali per sottrarsi temporaneamente al ricatto o almeno rimandarlo di qualche tempo. Questi comportamenti li conosciamo poco, spesso non li vediamo o non vi prestiamo sufficiente attenzione, ancor meno riusciamo a individuarne la politicità intrinseca: questo è il nostro problema. E d’altro canto fatichiamo a immaginare pratiche collettive di autovalorizzazione, in grado di costruire senso e prospettive da un punto di vista autonomo e antagonista all’economia politica della promessa. Rifiuto e autovalorizzazione, negazione della servitù volontaria e riappropriazione della ricchezza sociale, rottura della soggettivazione capitalistica e nuove prospettive di controsoggettivazione: ecco il nodo su cui ripensare le forme di organizzazione che hanno nella materialità dell’elemento generazionale un campo di applicazione decisivo.

L’Expo è un banco di prova importante, per noi e per i nostri nemici. Il Jobs Act si combatte a partire da Milano. Non lo sconfiggeremo con l’appello etico, con l’invocazione di ciò che sarebbe giusto: dire la verità non basta, se non organizziamo la forza per imporla. Come organizziamo per esempio uno sciopero dei lavoratori non retribuiti, come indica Sergio Bologna? Per porci quest’ordine di problemi, servono a poco le autorappresentazioni simboliche, che finiscono per sostituire i soggetti concreti con l’immagine di come dovrebbero essere. Serve inchiesta militante e sperimentazione organizzativa, procedendo per prova ed errore, con la capacità di modificarsi e generalizzare ciò che funziona. Il conflitto nasce sempre dalla durezza terrena della propria condizione, non dal cielo delle ideologie di cui troppo spesso si nutrono i militanti. Non ci interessa la proliferazione di comunità di ribelli autocompiaciute del proprio essere isole nella rete; vogliamo trovare e costruire i punti di applicazione della forza collettiva per distruggere quella rete. Vogliamo collettivamente trovare le parole e le pratiche per poter dire: lavoratori non retribuiti di tutto il mondo, unitevi! Non avete da perdere che i vostri curriculum!