“Inchiestiamo l’Expo”: intervento di Andrea Fumagalli

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Presentiamo la trascrizione dell’incontro con Andrea Fumagalli “Inchiestiamo l’Expo”,
tenutosi il 31 Marzo al Community Center Autogestito di Filippo Re
[Vedi anche “Dentro e contro l’economia politica della promessa” riflessioni su Expo e il lavoro volontario, verso e oltre la manifestazione NoExpo del primo Maggio ]

Sono tanti gli aspetti che possono essere trattati quando si parla di Expo, riduciamoli a tre. Il primo riguarda i processi di normativizzazione di forme di lavoro gratuito, che fa seguito all’istituzionalizzazione del lavoro precario, cioè l’apertura di una nuova frontiera sul tema della svalorizzazione del lavoro. Il secondo argomento riguarda il tipo di soggettività che è implicata dentro questo tipo di lavoro. Il terzo concerne invece le cose che noi possiamo fare e agire non solo durante la manifestazione del primo maggio, che è molto importante ma non sufficiente poiché, a differenza di altre situazioni di questo tipo, di affermazione di principi rispetto a una certa struttura di potere, Expo è un processo dinamico e non statico. Un conto è infatti la contestazione di un evento che in un paio di giornate si esaurisce (vedi la riunione del G8), un conto è arrivare a intervenire e a smuovere qualcosa, a inserire qualche granello di sabbia negli ingranaggi di un evento che dura sei mesi e ha come finalità quello di produrre senso e consenso. Riuscire a costruire una battaglia di lungo periodo, questa è la parte più complessa.

Per quanto riguarda il primo aspetto sarò molto sintetico. L’Expo si apre con un prototipo di contratto il 23 luglio 2013 firmato da CGIL, CISL e UIL, Expo S.p.a e il comune di Milano in cui per la prima volta in maniera molto esplicita (ma non è la prima volta, direbbe un esperto giurista), vengono regolamentate e istituzionalizzate forme di lavoro cosiddetto volontario. Poco dopo i sindacati firmano un patto per impedire qualsiasi forma di sciopero che possa interessare i lavori di costruzione per Expo, altro aspetto che rientra all’interno di un processo di normalizzazione e normativizzazione allo stesso tempo. Quest’accordo prevede che su 23.000 posti di lavoro 18.500 vengano non retribuiti, includendo altre forme di lavoro tra apprendistato, stage, inserimenti di lavori socialmente utili per i disoccupati over quaranta, tirocini, che aprono la strada alla sperimentazione della riforma Fornero approvata esattamente due settimane prima, sempre nel luglio del 2013, e rilanciano verso forme di liberalizzazione dell’apprendistato del contratto a termine che diventeranno la prima parte del Jobs Act, la legge 78 entrata in vigore il primo maggio del 2014. L’accordo del 23 luglio è stato salutato come un accordo pilota estremamente innovativo nel campo delle relazioni industriali per cui sia esponenti sindacali che esponenti dell’allora governo Letta lo hanno promosso come esempio da seguire e da generalizzare in tutta Italia, anche al di fuori del contesto di eccezionalità che Expo rappresenta, eccezionalità usata come giustificazione.

Diverso è invece il tema del lavoro gratuito. Il modello che viene prefigurato inizialmente per una situazione eccezionale tende a diventare norma con il progetto “garanzia giovani” di cui adesso si hanno i primi dati. Ė uscita un’informativa del parlamento e poi una ricerca fatta dall’università di Modena (di Tiraboschi, allievo di Biagi), in cui emerge che si è creata una banca dati di 480.000 persone, giovani al di sotto dei 34 anni su un bacino potenziale di un milione e quattrocentomila; di questi 480.000 curriculum inviati, 237.000 sono stati distribuiti a circa 120.000 imprese che avevano dato i loro dati e le loro richieste di professionalità al piano “garanzia giovani” e che dovrebbe fungere da incontro tra domanda e offerta di lavoro, quindi agevolare e fluidificare questo incontro. Soltanto 44.000 hanno avuto un contatto diretto per una proposta essenzialmente di stage, 35 ore settimanali, ci sono dei casi di persone che abbiamo contattato che ci raccontano che sono ormai più di due mesi che lavorano 35 ore e non hanno visto ancora un soldo perché il sistema di pagamento dovrebbe essere a commissione. Nel piano “garanzia giovani” la forma stage per adesso è quella più utilizzata, si tratta di lavoro sottopagato, non completamente gratuito. Il piano, che è poi la molla che spinge il lavoro gratuito, è che loro non ti offrono un’occupazione ma un’esperienza in base alla quale tu acquisisci tutte le caratteristiche per essere in un futuro occupato. Questo è uno dei pilastri della politica occupazionale europea, insieme alle pari opportunità, che si chiama employability, tradotto in italiano occupatibilità, cioè rendere una persona occupabile significa renderlo nelle condizioni di poter trovare un’occupazione. É un escamotage che il piano “garanzia giovani” dovrebbe attuare tramite forme di apprendistato, di stage sottopagato e soprattutto attraverso la formula del lavoro cosiddetto civile, che rimane nebulosa e della quale non ci sono sperimentazioni in campo, ma che era già dentro l’accordo del 23 luglio ripreso nel piano “garanzia giovani”. L’occupabilita è come una sorta di limbo tra processo di formazione e processo di prestazione lavorativa, e la formazione, come si sa, è gratuita. È così che si inserisce il lavoro gratuito: in queste forme di stage la prestazione lavorativa non è affatto di carattere formativo ma è prestazione lavorativa vera e propria.

Altro escamotage è il fatto che si parla di lavoro volontario. Dobbiamo fare una distinzione terminologica anche al nostro interno: il lavoro volontario è lavoro libero, quello che in inglese verrebbe tradotto con “free job, ovvero una persona può decidere di fare qualsiasi cosa gratuitamente. Il lavoro volontario viene di solito richiesto per attività di carattere sociale e di cura, é pericoloso perché sviluppa elementi di sussidiarietà all’interno del pubblico e quindi favorisce i processi di privatizzazione dei servizi sociali che dovrebbero essere pubblici ma, al di là di questo, è una scelta libera individuale. Nella normativa europea che regola questa forma di free job si presume che non ci debba essere nessuna forma di coazione, induzione o di promessa/vantaggio, cioè chi fa lavoro volontario lo fa senza avere nessuna garanzia di un vantaggio futuro; non ci può essere lavoro volontario che si presenta come lavoro di formazione con la promessa di un’assunzione futura, non è già più lavoro volontario. In inglese é tradotto molto bene e si chiama “unpaid job”, ossia lavoro non pagato, il lavoro volontario non esiste. In Italia, invece, tra lavoro volontario e lavoro gratuito si fa confusione; lavoro volontario e lavoro gratuito corrisponderebbero al free job negli intendimenti dei media, quindi un lavoro che tu liberamente fai per finalità che rientrano nell’economia della promessa.

Sarebbe interessante capire se ci sono gli estremi di agire anche da un punto di vista legale dato che Expo non è un’attività socialmente utile, al suo interno vengono prodotti profitti, plusvalore, una parte di Expo è proprio dedicata a quello che viene chiamato il business marketing, cioè nella fiera ci sono dei produttori che vanno lì e vendono il loro prodotto. Secondo i dati che abbiamo è l’unica parte ad essere piena. In questa sezione di Expo dovrebbero focalizzarsi essenzialmente le forme remunerate di lavoro, i contratti a tempo determinato o indeterminato, i contratti di apprendistato e qualche forma di stage. Se vai a lavorare in una filiera che produce profitto, anche secondo le norme europee le leggi ti impongono che quel lavoro deve essere retribuito. Sono le altre tre sezioni di Expo in cui invece i 18.500 volontari saranno catapultati. La parte del marketing territoriale è quella in cui dal comune alla piccola provincia per arrivare fino alla Cina vi saranno esposizioni e forme di marketing territoriale che si occupano di cibo, sostenibilità, ecc. In questi padiglioni sarà concentrata la parte di lavoro volontario che è lavoro non pagato vero e proprio. L’equivoco nasce dal fatto che c’è una terza sezione di Expo che chiamiamo marketing sociale. Questa parte verrà svolta all’interno della cascina Triulza, una vecchia area abbandonata che risaliva al 1200-1300 in completo stato di abbandono, con addirittura residui di amianto, che è stata completamente ristrutturata per diventare una corte molto grande di stampo veneto-emiliano, in cui si troverà l’ingresso dell’aerea di Expo e dove avranno un posto tutte le forme di associazione ONG che vanno dall’Arci alla Caritas, purtroppo anche il Naga e altre, circa 30/35, espressione della “società civile”. Sono tutte gestite dal comune di Milano e dalla CSV, che ha vinto l’appalto e la gestione, all’interno vi lavoreranno i 7.000 e passa volontari. In questa sezione ti dicono che si tratta di lavoro volontario perché lavori per le ONG e non lavori a scopo di profitto, tralasciando che sei sempre all’interno del circuito dell’Expo.

Gli altri 7/8.000 volontari lavoreranno invece nel marketing territoriale cioè quello del paese, che dovrebbe essere il corpo dell’Expo, questa è tutta manodopera gestita dalla Manpower che ha vinto l’appalto della gestione. In questo sezione viene prodotto un profitto enorme. Dentro il circuito dell’Expo lavoreranno circa 120 lavoratori di servizio civile che prenderanno, in maniera simile a quando si faceva il servizio militare, 130/150 euro al mese, sono lavoratori fissi, non divisi in turni da 15 giorni come invece riguarda i lavoratori volontari. Le società che gestiscono questo servizio civile prenderanno dallo Stato, per ogni lavoratore, più di 400 euro, percentuale comunque inferiore rispetto al guadagno che avrà Manpower in quanto società privata che gestisce tutti i contratti di lavoro a tempo determinato, per apprendistati pagati. ecc. Tutto si gioca sul discorso del lavoro volontario, dove lavoro volontario ha accezione positiva e per il quale l’Italia è il paese con la maggior percentuale.

Un primo elemento da scindere è quello tra lavoro non pagato e vero lavoro volontario. A Expo di lavoro volontario ce n’è pochissimo, non abbiamo in dati precisi ma è meno del 10%. L’altro processo in corso è quello che riguarda la formazione legata a Expo, in atto anche in altre città d’Italia, che tocca essenzialmente gli studenti delle scuole medie, superiori e università. Ci sono intere scuole coinvolte, alberghiero, artistico, linguistico, i periti, meno i licei scientifici e classici dove vengono inseriti dei programmi di partecipazione a Expo dopo il primo maggio ma entro il 6 giugno perché poi le scuole chiudono. Ci sono già per esempio gli studenti dell’alberghiero che al quarto o quinto anno sono più o meno costretti a passare un mese con contratti di stage, forme semi- o non retribuite presso hotel a 4/5 stelle, perché fa parte del loro curriculum, e con questo acquisiscono punti ai fini della maturità. Come sappiamo benissimo che alla fine della triennale si deve svolgere lo stage, non sono cose nuove, ma nell’ultimo anno c’è stata una convergenza di queste verso Expo. Tutti questi non vengono contati nei 18.500 ma rappresentano già quei meccanismi di passaggio formazione/lavoro.

Expo diventa il banco di prova della generalizzazione del lavoro non pagato, lo si fa passare come lavoro volontario, e lo si fa passare come lavoro volontario finalizzato a rendere la persona occupabile, questo è il meccanismo che viene propagandato e indotto.

Anche all’interno delle presentazioni di Expo nelle scuole di Milano – al di là dell’importanza di Expo, il patriottismo di Expo, la milanesità di Expo e tutte queste stupidaggini – ci si focalizza proprio sul processo di formazione che avrebbe dato i suoi frutti nel futuro, un classico esempio di economia delle promessa che si aggiunge all’economia dell’evento. Se il prossimo anno partisse e si dispiegasse il concetto di servizio civile all’interno del piano “garanzia giovani” si avrebbe un abbattimento del tasso di disoccupazione giovanile dal quasi 42% al 30% perché questo 12% è diventato occupabile, ma non retribuito. Expo diventa il banco di prova di questo trucchetto.

In molte scuole, soprattutto nei licei che erano stati tanto toccati da questo meccanismo di formazione/lavoro, sono passate negli ultimi 10 giorni una serie di circolari che dicevano di inserire come titolo di merito ai fini sopratutto della valutazione della maturità la possibilità di visitare Expo organizzando delle classi. Il prezzo ufficiale del biglietto per Expo è di 34 euro che diventano 85/80 se fai un pacchetto di tre giorni, ci sono poi delle tariffe che variano per biglietti di tipo famigliare, biglietti riservati alle associazioni che sono dentro Expo (i dipendenti del comune di Milano, della provincia, quelli che sono legati all’Arci, ecc.) che costano 20 euro al giorno, dovevano costare 30 euro ma hanno ridotto a 20 euro. Ora invitano le scuole ad organizzare delle classi per andare a Expo dopo il primo maggio, sopratutto nei primi giorni ed il costo del biglietto è di 10 euro; se ci vai il 29 aprile ti fanno entrare gratis, purché tu ci vada.

A questo si aggiunga che i lavori sono molto indietro, ci sono lavoratori con cui abbiamo contatti che hanno come incarico di costruire pannelli per coprire le parti non costruite. Se entri a Expo adesso ti perquisiscono perché è vietato fare foto, quelle che ci mostrano sono il rendering,ossia quello che dovrebbe risultare una volta che i lavori sono finiti ma, se dovesse piovere il primo maggio, non è la nostra manifestazione bensì l’apertura di Expo ad andare in flop. Abbiamo informazioni che abbiamo tramite chi è andato a Expo per questioni di lavoro, gente che lavora presso il comune (a Milano sono state fatte una quarantina di domande per i colloqui volontari di persone del nostro giro, che non hanno nemmeno superato il primo colloquio, per cui controllano chi fa domanda, dunque la possibilità di infiltrarsi a Expo è bassa): pare che il numero di volontari sia passato da 18.500 a 16.500 e che il numero delle domande arrivate sia intorno alle 23-24.000. Questa domanda di lavoro volontario non è stata così massiccia come si poteva pensare, considerando la campagna mediatica che era stata fatta e bisognerebbe anche capire quanti di questi provengono dal sud. È recentemente uscita una circolare in università che ha fatto incazzare molti studenti e fuorisede perché nel mese di agosto, quando normalmente gli studentati sono chiusi, agli studenti che alloggiano lì è stato chiesto di liberare completamente la propria stanza perché verrà affittata come foresteria, sui 450 euro, ai volontari che vanno a lavorare ad Expo. Questo ci permetterà di avere ad agosto un luogo dove i volontari sono riuniti, il che risolve uno dei problemi di fare inchiesta che era proprio riuscire a trovare questi volontari.

Tuttavia la domanda di lavoro volontario a Expo c’è stata, magari inferiore a quello che si poteva prevedere ma c’è stata: perché? Su questa questione stiamo organizzando, attraverso alcune tecniche di socioanalisi con anche Renato Curcio un cantiere o un laboratorio di inchiesta sul lavoro volontario che sarà diviso su due livelli. Uno è quello della formazione studenti, il 18 e 20 aprile faremo il primo incontro con una quarantina di studenti che sono già stati contattati da Expo, soggetti che esistono in carne e ossa, un po’ timorosi di apparire in pubblico, che però hanno avuto un’esperienza di lavoro presso Expo, sotto forma di stage talmente negativa che hanno voglia di parlarne e anche denunciarla. Sono andati là con delle promesse di un certo tipo di lavoro e si sono ritrovati a dover fare tutt’altro. Molta di questa gente è incazzata e abbiamo anche aperto un numero verde, anche quello anonimo, per le comunicazioni; qualcosa si sta muovendo e questo è un primo tentativo di fare inchiesta e vedere Expo come test dei processi di employability, cioè di quel passaggio da formazione a lavoro per abituarti a lavorare gratuitamente. Il secondo filone che vogliamo aprire è quello che inizierà dal primo maggio in poi e sarà concentrato sul lavoro volontario. La metodologia è abbastanza simile, nel senso che come primo step l’idea è quella di chiedere alle persone le loro percezioni/aspettative ex ante esperienza Expo e poi ricontattare le stesse persone per avere le valutazioni ex post, capire l’esperienza e le contraddizioni per cogliere i punti deboli della struttura. Se non vogliamo aspettare agosto, l’idea è quella di aprire una testa di ponte dentro Expo in più punti per portare all’interno materiale e creare contatti.

Uno dei punti che si vorrebbe indagare, a partire dai colloqui che sono già stati fatti, è essenzialmente il nuovo tipo di divisione del mercato del lavoro che si sta mettendo in atto. Non quella tradizionale che riguarda le mansioni e le condizioni fra operaio, dirigente, lavoratore autonomo, indipendente, partita iva, non partita iva free lance, ecc.: quella è una divisione del lavoro che già esiste seppur cambia pelle e si modifica a seconda dell’evoluzione dei processi di accumulazione di valorizzazione, e non è neanche una divisione di tipo cognitivo del lavoro per cui la stratificazione e la segmentazione del lavoro si basa su un livello di accesso diverso agli strati della conoscenza tacita o standardizzata. C’è un altro tipo di divisione del lavoro che ancora dobbiamo studiare, legata in parte all’economia delle promesse che è realmente percepita a livello individuale e si basa su due concetti: riconoscimento e merito. Il merito seleziona fra chi vale e chi non vale, e il riconoscimento tra chi ha successo e chi non ha successo. La spinta verso processi di individualizzazione del lavoro è avere successo ed essere di valore, questo porta a riconoscere il merito come dispositivo che separa chi vale e chi non vale tramite processi di dumping individuale che ti portano ad accettare in funzione di questo risultato. Se vuoi valere devi essere meritevole, se sei meritevole devi essere disponibile, se sei disponibile fai anche il lavoro non pagato. È perfettamente funzionale a un meccanismo di asservimento da un lato e di inserimento dall’altro, e sta in parte all’interno dell’economia della promessa.

Parallelamente a questo tipo di meccanismo l’altra divisione del lavoro di carattere soggettivo più che economico tradizionale è quella tra l’essere riconosciuto e il non essere riconosciuto. Questo è già un meccanismo potentissimo che vale in alcuni comparti, per esempio la filiera del lavoro creativo nel quale è attraverso il riconoscimento che ti fai un nome e per essere riconosciuto sei disponibile al lavoro non retribuito, non pagato, non sei selezionato solo in base al merito. Per questo una cosa che si vorrebbe fare in questi laboratori è proprio quella di imbastire il lavoro di ricerca e di inchiesta cercando di capire se questi due meccanismi funzionano, se un’esperienza negativa è sufficiente per metterli in dubbio, e quindi produrre processi di soggettivazione da questo punto. Il capitale attraverso il meccanismo di riconoscimento e di merito produce processi di soggettivazione, non è neutro, e li produce anzi in modo talmente potente e innovativo rispetto alle forme tradizionali di opposizione che sono spesso impotenti, inutili, inadeguate e certe volte addirittura controproducenti, poiché avvalorano la soggettivazione via merito. Pensate a come ha distrutto questo meccanismo tutto il movimento dei ricercatori precari in università alcuni anni fa, ai tempi dell’Onda.

Il meccanismo di individualizzazione “io sono io perché valgo e di conseguenza è a me che deve essere riconosciuto il merito poiché l’altro non vale e quindi deve scomparire” produce ovviamente un effetto dumping che arriva al punto tale per cui se prima eri disponibile ad essere pagato 1.500 euro all’anno per un corso di 60 ore, poi perché hanno tagliato i fondi sei disponibile a farlo per 800 euro all’anno, poi a 400 e adesso lo fai gratuitamente, tra un paio d’anni per fare un corso dentro all’università per avere riconoscimento e poter dire “lavoro all’interno dell’università, sono un docente, io valgo” sarai magari disposto a pagare per tenere il corso! In alcuni casi di stage si intravede già l’inizio di questo meccanismo e sono gli studenti, anche in un numero ancora marginale, a pagare le aziende.

Se la precarietà è diventata norma, oggi siamo tutti precari ed è quindi stata risolta, non è più un’eccezione, il contratto a tempo determinato, così come l’apprendistato e il licenziamento individuale sono completamente liberalizzati e viviamo in una precarietà esistenziale, vitale, senza nessun limite, il discorso del lavoro gratuito diventa la nuova frontiera. Quando il lavoro gratuito sarà generalizzato e produrrà assoggettamento capitalistico, ci verrà chiesto di pagare per andare a lavorare.

L’Expo potrebbe quindi essere una vetrina interessante sulle questioni del lavoro per iniziare a fare inchiesta su queste tematiche; o ci confrontiamo solo con compagni che hanno già maturato una capacità di coscienza attraverso letture e interessi e quindi capiscono questi concetti, che sono quelli che oggi costituiscono il gruppo dei militanti diciamo nell’area dei collettivi, delle associazioni, dei centri sociali, ecc., oppure allarghiamo la possibilità di aggregazione, attraverso varie forme di azione, detournando questa mentalità di assoggettamento basata sul riconoscimento e sul merito. Non si tratta solo di contestare Expo, ma di individuare degli strumenti e dei nuovi attrezzi che ci permetteranno di sviluppare la lotta politica anche dopo Expo. Non bisogna puntare tutto solo sul primo maggio, è importante al contempo sviluppare una capacità di azione durante i sei mesi per approfittare il più possibile di questo banco di esperienze, poiché lì si avranno contemporaneamente una serie di realtà che difficilmente troviamo unite.

Con un’organizzazione del lavoro che assolutamente ricorre a quella della grande distribuzione dei call center, con turni di 475 persone ogni 15 giorni che entrano scaglionati in non più di 20 in maniera che il gruppo che si crea e che potrebbe sviluppare energie solidali è formato al massimo da 10 persone in modo da non fare comunella, perché lo stare insieme è una delle condizioni per creare conflitto, non è facile creare forme di resistenza, ma una volta capito come funziona si può svelare il meccanismo. Con questo lavoro di inchiesta anche se non si otterranno risultati particolarmente eclatanti, si può fare un passo in avanti soprattutto per il lavoro politico che ci aspetta in futuro.

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