Dalla parte del mostro: sul primo maggio e oltre

Dalla parte del mostro: sul primo maggio e oltre

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Black-bloc-a-Milano-725x445Iniziamo con un punto fermo, con una scelta di campo, con un’assunzione di parte: noi siamo stati nello spezzone delle lotte sociali, in quello spezzone cioè che a Milano si è organizzato per provare a determinare punti di rottura con l’Expo e la sua logica. Solo a partire da questa presa di posizione è possibile cominciare a discutere delle valutazioni del primo maggio.

La prima valutazione da fare è che il primo maggio contro l’Expo è stata una giornata importante. Lo è stata per la partecipazione, per i livelli di conflitto, per la multiforme tensione di rifiuto espressa e anche per le questioni che pone. I commenti a caldo e del giorno dopo circolati nei media ed espressi dai rappresentanti politici non stupiscono, vi è una ricorrenza che non merita qui particolare attenzione: è infatti inutile sprecare parole sui tentativi di criminalizzazione, falsificazione e mistificazione, ognuno fa il suo lavoro per la parte a cui fa riferimento. L’elemento che va invece sottolineato è un altro: l’ormai completa autonomizzazione di media e istituzioni politiche rispetto al contesto sociale. Dentro la crisi, gli uni e le altre si pongono sempre meno il problema di consenso e di comprensione dei contesti sociali (anche di quelli da controllare e all’occorrenza criminalizzare), assumendo invece l’irreversibile distacco rispetto ai soggetti colpiti dalla crisi. Il loro problema diventa esclusivamente quello del mantenimento e riproduzione delle proprie forme di comando e privilegio: il potere diventa definitivamente autistico. Questa autonomizzazione si riflette anche tra opinionisti e realtà di movimento che, di fronte alle profonde trasformazioni e terremoti prodotti dalla crisi, scelgono la scorciatoia dell’autoreferenzialità. Meglio conservare quello che si ha: se non è il potere, almeno è una cattedra da cui parlare o una struttura da mandare avanti. Non è un caso che più o meno tutti parlano delle “ragioni del No Expo oscurate”, anche coloro a cui di quelle ragioni è mai fregato nulla. Come se le ragioni vivessero disincarnate dai corpi che lottano per affermarle, nel cielo delle idee e non nella dura materialità della terra.

Ecco allora la specularità delle versioni. È stata rovinata la festa, ci dicono in coro Renzi e Repubblica, Mattarella e il Corriere della Sera, riferendosi alla loro fiera internazionale. È stata rovinata la festa, ripetono in coro “il manifesto” e vari compagni ricordando i bei tempi delle sfilate colorate. Ma piaccia o non piaccia, quelle sfilate non torneranno più, perché legate a un’altra fase e ad altri pezzi di composizione sociale. Perché in mezzo c’è una crisi divenuta permanente, un impoverimento di massa, precarietà e disoccupazione come elementi strutturali. In chi concretamente non arriva alla fine del mese, in chi non ha i soldi per pagare l’affitto, in chi per tirare a campare è costretto a lavoretti per nulla creativi e completamente serializzati, nei giovani che di un futuro non hanno nemmeno sentito parlare, la voglia del colore tende a spegnersi.
Una parte di queste figure era presente al corteo del primo maggio. Molti di questi componevano lo spezzone delle lotte sociali, forse il più numeroso, sicuramente quello più giovane e più europeo – dell’Europa reale, non di quella che popola i sogni degli europeisti di sinistra. Chi parla riduttivamente di “blocco nero” è ancora una volta ostaggio della mania dei colori: una felpa è una felpa e un passamontagna è un passamontagna, indipendentemente dal loro colore servono innanzitutto per impedire l’identificazione. Sotto – ed è la sostanza che conta – vi sono la determinazione politica a rompere divieti e compatibilità, la rabbia sociale di chi non accetta le condizioni di impoverimento e privazione imposte. Chiariamo ancora una volta: la rabbia non è né buona né cattiva, è un dato di realtà. Non è in sé un progetto politico, ma è difficile immaginare un progetto politico che non dia forma anche alla rabbia.
Lo spezzone delle lotte sociali si è mosso in questa direzione, provando a praticare l’obiettivo (la conquista dell’agibilità del centro cittadino) e rivendicando un legittimo uso della forza. In questa direzione, è definitivamente tramontata quella fobia dell’immaginario simbolico che per tanti anni – anni molto diversi da questi, ripetiamo – ha caratterizzato il movimento e le sue pratiche, nella ricerca del connubio tra conflitto e consenso, che talora diventava connubio tra simulazione ed elezioni. Quell’immaginario ha condotto a una sostituzione dei soggetti sociali con una loro rappresentanza simbolica; ora, nella durezza della crisi, i primi irrompono sulla scena, in forme spesso caotiche e contraddittorie, non colorate e maledettamente crude. Il problema che adesso ci dobbiamo porre è come evitare di ricadere in altre dimensioni puramente simboliche, in cui il luccichio della vetrina da infrangere sostituisce quella dei media da compiacere. Rompere con l’Expo significa anche rompere con l’attrazione per la merce-evento. Colpire un simbolo fa male alla controparte solo se si incarna in un processo di lotta e possibilità sociale (e ovviamente colpire una gelateria non fa male nemmeno ai diabetici). L’obiettivo da praticare il primo maggio erano le recinzioni d’acciaio e di scudi che impedivano di conquistare il cuore della metropoli, e i livelli significativi del conflitto si sono raggiunti nelle ripetute occasioni in cui migliaia di persone hanno provato a forzarle. Senza arretrare di fronte ai lacrimogeni e senza farsi abbagliare dai luccichii, che distraggono lo sguardo e non permettono di praticare l’obiettivo.

Ancor più dopo il primo maggio di Milano, è evidente come l’alternativa sia tra una scommessa in avanti e una scelta di marginalità. E in questa fase marginalità vuole innanzitutto dire ritrarsi nei propri orticelli di fronte ai nodi sociali e politici, scegliere cioè di adagiarsi nei propri colori e rifuggire da una composizione mostruosa, che non si capisce e spaventa. Chi parla di devastazione di Milano o è in malafede, oppure non ha idea di cosa sia la devastazione della crisi. In ogni caso, preferisce guardare altrove, al proprio ombelico, alle proprie certezze, a quello che non c’è più. A chi parla di movimento asfaltato chiediamo: chi è questo movimento a cui fate riferimento? Le sue rappresentanze politiche? Chi aspetta il sole della coalizione sociale? Chi ha nostalgia di quando i precari erano creativi e colorati? Prima ancora di ogni critica o distanza politica, c’è un problema di composizione di riferimento: la composizione a cui fanno riferimento coloro che piangono sulla MayDay No Expo rovinata è marginale politicamente, non espansiva, certo non scomparsa ma in tendenza non passano da lì i potenziali punti di rottura e generalizzazione. Il punto è che la crisi ha prodotto nuovi soggetti, caotici e mostruosi com’è la crisi, che possono passare dall’accettazione del lavoro gratuito al nichilismo della vetrina fine a se stessa. Ma è di qui che dobbiamo passare, dalla scelta del mostro: non per esaltarlo, ma per trasformarlo. Per trasformare cioè l’apparente rassegnazione in rifiuto e la rabbia in progetto di rottura e costruzione di autonomia. Chi non accetta questa sfida e si volta da un’altra parte, come è successo a Milano, non solo sta al gioco dei buoni e dei cattivi, ma non dà alcun contributo alla trasformazione di quelli che – belli o brutti che siano – sono i soggetti reali.

Il primo maggio contro l’Expo non è stato un riot, perché le rivolte sono fatte da soggetti sociali che si ribellano alla condizione di marginalità, non da un insieme di realtà militanti che si coordinano e provano a dare direzione all’eccedenza. Le rivolte avvengono, le lotte si organizzano. Le une possono essere alimento delle seconde, nella misura in cui la politicità delle prime trova forma organizzata e si generalizza. Sicuramente, però, dobbiamo porre i problemi all’altezza di una fase storica in cui la rivolta – dalle banlieue a Londra fino ad arrivare a Baltimora – diventa piano della politicità per fette crescenti del proletariato metropolitano. All’oggi sappiamo quello che non c’è più (e onestamente non ne sentiamo neppure la nostalgia), non abbiamo ancora trovato quello che ci può essere – e di questo ne sentiamo l’urgenza. Quello di cui c’è bisogno sono nuove pratiche di lotta e radicamento progettuale adeguate alla fase e alla composizione sociale colpita dalla crisi. C’è bisogno di reti e connessioni non solo sull’evento, ma sostenute dalla produzione di discorso politico avanzato e metodi comuni, da tensione strategica e intelligenza tattica.

A chi osserva il proprio ombelico, voltando sdegnato lo sguardo dal mostro per cecità o opportunismo, diciamo con il buon senso materialista: benvenuti nel deserto del reale. In questo deserto dobbiamo organizzarci, perché l’unico mondo possibile è quello che passa dal rivoluzionamento di quello che viviamo. Ben sapendo, come ci ricordava il leader delle pantere nere Huey P. Newton, che “il deserto non è un circolo. È una spirale. Quando siamo passati attraverso il deserto, niente sarà più lo stesso”.

Ps: due giorni dopo la manifestazione contro l’Expo, a Bologna insieme a tante e tanti abbiamo contestato il ducetto Renzi a una Festa dell’Unità svuotata di qualsiasi legittimità. Abbiamo resistito alle cariche della polizia e al dispositivo di militarizzazione del PD, abbiamo dimostrato ancora una volta che attaccare il partito della nazione è possibile e necessario. E che l’opposizione alla logica dell’Expo si costruisce il primo maggio a Milano e tutti i giorni sui nostri territori.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

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