#‎LibertàDiDimora‬: presentazione della campagna

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11118999_1641348722761659_2117260575395444488_nIl 29 aprile 2015 Loris e Parvis, due studenti dell’Alma Mater di Bologna, sono stati portati in questura e hanno ricevuto una misura che li ha trasformati in clandestini nella città in cui vivono, costringendoli nel giro di poche ore a fare i bagagli, abbandonare la propria casa e allontanarsi fino a data da destinarsi. Si chiama divieto di dimora, misura cautelare preventiva che obbliga le persone colpite ad allontanarsi dal luogo in cui risiedono, dalla città in cui hanno scelto di vivere e nella quale hanno costruito nel tempo legami affettivi, percorsi formativi e lavorativi, progetti politici e sociali. Ciò che questa misura tenta di colpire e dissolvere è quindi anche tutta quella rete di socialità attivata nella città in cui si vive e attraverso la quale si cerca di resistere collettivamente alle conseguenze e ai costi della crisi che invece si vorrebbero abbattere interamente sul singolo atomizzato, reso solo e docile. Loris e Parvis non possono dunque rientrare a Bologna e in tutta la provincia, pena l’arresto.

Il divieto di dimora è emesso dalla procura in via preventiva, cioè senza processo e senza che i reati ipotizzati siano verificati e dimostrati. Negli ultimi anni Bologna ha la dubbia fama di essere diventata un laboratorio di sperimentazione di questo specifico dispositivo di negazione del dissenso. I divieti di dimora sono paradigmatici delle misure cautelari preventive sempre più usate a partire dalla fine degli anni Novanta: agiscono in modo arbitrario, negano il principio della presunzione di innocenza, colpiscono le forme di vita delle persone che si impegnano politicamente, fino ad arrivare a privarle dell’abitazione e della libertà di scegliere dove vivere, quali spazi attraversare e in quali tempi. A differenza della “tradizionale” galera, con queste misure lo Stato non paga neppure i costi economici e politici della pena preventiva: non deve cioè affrontare le spese di detenzione, con il vantaggio aggiuntivo di far passare sotto silenzio l’operazione di fronte all’opinione pubblica. I costi vengono totalmente esternalizzati su chi subisce la pena. All’oggi in tutta Italia ci sono centinaia di persone, soprattutto giovani e giovanissimi, che vengono sottoposti a misure cautelari preventive di diversa natura per il loro impegno politico e sociale: la libertà di espressione, vessillo di tutti dopo i fatti di Parigi, è così sistematicamente negata.

Le misure cautelari sono comminate sulla base di una presunta pericolosità sociale: sotto lo sguardo arbitrario del questore prima e del gip poi si traccia un profilo psicologico e morale dei soggetti, attraverso cui si sostiene che costituiscono una potenziale minaccia per l’ordine pubblico. Come ci ricorda Foucault, “la nozione di pericolosità significa che l’individuo deve essere considerato dalla società a livello delle sue potenzialità, e non a quello dei suoi atti; non a livello delle infrazioni effettive a una legge effettiva, ma al livello delle potenzialità di comportamento che esse rappresentano”. Ma cos’è dunque socialmente pericoloso, la crisi o chi crea reti di solidarietà, l’impoverimento o chi vi si oppone? Come il caso di Loris e Parvis dimostra, insieme a tanti altri dello stesso tipo, sono invece ritenuti socialmente pericolosi e non tollerati coloro che difendono l’università dalla privatizzazione, che praticano l’autogestione degli spazi e dei saperi, che si schierano al fianco dei facchini migranti contro le condizioni di sfruttamento loro imposte, dei lavoratori impoveriti e dei disoccupati minacciati di sfratto, che si oppongono alla precarietà lavorativa ed esistenziale, allo smantellamento dei diritti, alla militarizzazione degli spazi pubblici, alla privazione della libera espressione. Dunque, oggi in Italia il dissenso e la dignità vengono puniti in quanto socialmente pericolosi.

Poco importa se queste pratiche giuridiche mettono in dubbio il garantismo che dovrebbe essere alla base di uno stato di diritto democratico. Non stupisce infatti che misure come il divieto di dimora trovino la propria origine nel ventennio fascista, quando chi non si uniformava al pensiero del partito unico dominante veniva relegato al confino o alla reclusione. Poche settimane fa si è celebrata la “Liberazione” e i comizi in cui venivano ricordati nonni e parenti partigiani sono stati infiniti, ma come si pratica la libertà oggi se chi tenta di difendere l’università e la scuola, i diritti e il welfare, può essere cacciato da un giorno all’altro senza destare indignazione? Come se non bastasse, a rendere ancora più abietto tale provvedimento è il fatto che si utilizzano politicamente, per reprimere il dissenso, misure che precedentemente erano state comminate per reati infami come le violenze domestiche contro donne e bambini.

Facciamo dunque appello a tutti e tutte coloro che hanno a cuore la libertà, che affermano il garantismo, che vogliono “un mondo più giusto, libero e lieto”: invitiamo a una presa di parola plurale contro queste odiose misure, nelle forme che si ritengono migliori, ognuna delle quali verrà raccolta sulla pagina facebook e fatta circolare.

A essere socialmente pericolose sono queste misure cautelari preventive. Perché laddove non c’è dissenso, non c’è libertà.

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  • Pingback: Radio Onda d'Urto » BOLOGNA: 5 ATTIVISTI DI HOBO AI DOMICILIARI. IVAN,FRANCESCA, GIGI, FRANCESCO E PARVIS LIBERI!!()

  • Robespierre

    Le misure cautelari si possono attuare nel nostro ordinamento giuridico in base al sussistere di uno o piu’ di questi pericoli:
    1) Pericolo di reiterazione del reato
    2)Pericolo di fuga
    3)Pericolo di inquinamento delle prove.
    Ovviamente nel caso dei due ragazzi in questione possiamo escludere il secondo punto, dunque la procura( vi informo che il magistrato che ha firmato il provvedimento e’ iscritto a Magistratura Democratica, cioe’ le corrente marxista della magistratura) ha ravvisato certamente i pericoli di cui al punto uno e al punto tre.