Il sistema-PD è una tigre di carta

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CEFewluW8AAgltk.jpg largeL’ultimo mese a Bologna è stato di frenetico lavoro per la nostra controparte: misure cautelari, cariche alla Festa dell’Unità (1, 2), sgomberi effettuati e minacciati in tempi rapidi e contro tutti, spazi sociali (1, 2) e occupazioni abitative. Sarebbe sbagliato, o quantomeno estremamente riduttivo, inquadrare tutto questo nella semplice ottica della repressione. Da un lato, perché avrebbe come conseguenza una dimensione puramente reattiva, in cui il soggetto della risposta sono i singoli gruppi che subiscono l’attacco. Dall’altro, perché la repressione e gli organi che la gestiscono sono apparati di una macchina ben più complessa. Il soggetto invece sono le lotte nella crisi, quelle esistenti e quelle potenziali. A essere sotto attacco, ciò di cui la controparte ha davvero paura, è la possibilità di una radicalizzazione e generalizzazione dei conflitti contro i processi di impoverimento e di redistribuzione della ricchezza verso l’alto. La macchina che governa questo processo è il sistema-PD.

Non si tratta semplicemente di un partito al potere, ma appunto di un sistema di potere costituitosi attorno a un partito. La sua lunga storia affonda le radici lontano nel tempo, potremmo dire da dopo il 21 aprile 1945. Prima trasformando la Resistenza in un’icona vuota e depoliticizzata, funzionale al nuovo corso del PCI dopo la svolta di Salerno; poi con l’infame contrapposizione frontale ai movimenti autonomi degli anni ’70; infine, dopo aver gestito la lunga transizione verso il PDS, DS e il PD, ora è il momento di aprire la strada al Partito della Nazione. Bologna e l’Emilia Romagna sono state il terreno di sperimentazione di un’isola di socialismo reale, con un ceto medio progressivo, un welfare solido ed esteso in cambio dell’obbedienza al sistema di potere del partito unico. La lotta di classe doveva essere superata dai benefici della legalità socialista, e chi la portava avanti doveva essere schiacciato in quanto oggettivamente nemico dell’interesse generale – cioè l’interesse del partito. Questo sistema ha nel corso dei decenni consolidato diverse articolazioni di potere: da quella politica, con una presenza pressoché permanente a Palazzo d’Accursio, a quella economica attraverso Legacoop e Cgil, fino ad arrivare a quelle giudiziarie, con Procura e Questura. A queste va aggiunta l’Università, la più grande azienda del territorio, ovviamente di proprietà della sacra famiglia (non è un caso che l’attuale Rettore Ivano Dionigi passi dal fallimento dell’amministrazione dell’ateneo alla possibilità di diventare candidato sindaco, per i servigi forniti anche nell’attaccare i movimenti e la pronta fedeltà dimostrata al nuovo monarca Renzi).

Talvolta è difficile capire i confini tra i diversi ruoli, tanto è articolato questo sistema di potere: capita così che il rettore faccia il sindaco, il questore il politico, il sindacalista il padrone. Non paghi, negli ultimi anni il procuratore si è fatto portavoce dell’autorità morale, intervenendo a ogni più sospinto non in vesti giuridiche ma come sacerdote e custode della verità sul bene e sul male. Il cosiddetto stato di diritto cede il posto alla santa inquisizione, tant’è che non ammette possibilità di critica neppure quando in ballo ci sono delle responsabilità su persone morte. La libertà d’espressione, si sa, è un optional che va utilizzata quando fa comodo e soprattutto quando l’espressione non dà fastidio. Ma attenzione, come dicevamo non si tratta di un potere che si regge sulla pura coercizione poliziesca, come tende a immaginare chi pensa di vivere in un mondo di guardie e ladri, indipendentemente che parteggi per le une o per gli altri. Al di là delle guardie e dei ladri, vi è un contesto di rapporti sociali su cui questo sistema di potere agisce, per creare consenso, accettazione e ricatto. Nell’ultimo mese, per esempio, non vi è dubbio che l’arrivo a Bologna del nuovo questore Ignazio Coccia (addestrato nella squadra anti-terrorismo e premiato per la “meritoria” partecipazione al rapimento di Abu Omar) abbia accelerato i tempi della “guerra” alle realtà dell’antagonismo, dichiarate fin da subito il nemico principale da Coccia. La questura, però, agisce pienamente dentro e non in modo indipendente da questo sistema di potere, ne è un’articolazione e all’occorrenza un rappresentante.
Ora, rispetto a questa lunga storia, vi sono però almeno due elementi nuovi e decisivi. Il primo è la crisi, il secondo è la perdita di legittimità sociale da parte delle istituzioni della rappresentanza. Non è la stessa cosa governare in una fase di sviluppo espansivo oppure di conclamata recessione, di possibilità di redistribuzione o di concentrazione della ricchezza al vertice: quando non si hanno più i soldi per comprare il consenso, bisogna imporlo. D’altro canto, per quanto continui a usarne le stesse retoriche e logiche, gli eredi contemporanei del PCI non hanno più base sociale radicata, struttura militante e neppure apparato intellettuale: resta solo il nudo servilismo dei miserabili e degli opportunisti. Anche nella sua roccaforte il PD è un partito di affaristi e funzionari, che puntano alla pura gestione dell’esistente in quanto conservazione e autoriproduzione del proprio potere. Ne ritrae una nitida immagine l’ultima Festa dell’Unità (ultima da tutti i punti di vista), con la criminalizzazione degli insegnanti che contestavano la Giannini, le cariche dentro la Montagnola per proteggere la visita di Poletti e quelle ai cancelli per consentire il – fischiatissimo addirittura dentro – comizio di Renzi. Un’altra fotografia significativa è quella del Comune blindato e militarizzato dopo gli sgomberi per paura delle contestazioni. Quando scrivevamo che a tesserarsi al PD restano quasi più solo i poliziotti non andavamo lontani dal vero; sicuramente, è l’unico servizio d’ordine che è loro rimasto.

Quando diciamo che la crisi è permanente intendiamo che la crisi diventa anche forma permanente di governo e comando. In questo quadro i ceti politici rinunciano a una visione strategica e assumono un orizzonte di breve periodo, in cui l’unica cosa che conti è la gestione del potere. Renzi lo ha detto chiaramente e senza fronzoli all’indomani della “vittoria” alle regionali emiliano-romagnole con il 63% di astensione: può votare anche il 5% della popolazione, l’unica cosa che conti è avere un voto in più degli avversari. Dentro la stagnazione della crisi, Bologna torna quindi a essere un laboratorio politico per il nostro nemico, cioè per i governanti dell’austerity, oggi incarnati dal PD renziano: qui si sperimenta il sistema di potere del prossimo Partito della Nazione. Ad attaccare questo passaggio ci proverà la Lega di Salvini, condividendone lo stesso campo di gestione istituzionale, radicalizzandone le retoriche e portandole fino alle estreme conseguenze: se i migranti vanno cacciati e le occupazioni vanno sgomberate, l’originale è sempre più affidabile della fotocopia. Si tratta di due variabili della stessa opzione, cioè il governo della crisi a favore dei padroni – il PD ne privilegia alcuni, la Lega altri, ma sempre padroni sono.
L’antagonista reale e potenziale di questo laboratorio è chi si pone al di fuori e contro quel campo, ovvero quegli elementi di resistenza e rifiuto che non assumono ancora forma collettiva, quella rabbia che non si è per ora trasformata in lotta comune per la qualità della vita. È lì che dobbiamo scavare, ricercare, agire. È lì che il “noi” del movimento va costruito, rafforzato, organizzato. Qua a Bologna stiamo giocando la partita contro la punta avanzata del nostro nemico. Questa partita la dobbiamo vincere non solo resistendo e rispondendo nell’immediato, ma costruendo strategia autonoma. Attaccando questo sistema di potere nelle sue diverse articolazioni e a differenti livelli, con intelligenza e con coraggio, con tranquillità e con determinazione. Di fronte a questo laboratorio del Partito della Nazione, dobbiamo aprire un laboratorio delle lotte e delle scommesse politiche. Ancora una volta, accontentarsi di pezzetti di proprietà politica ai margini della governance del PD, che sopravvivono nella misura in cui evitano per calcolo o per debolezza di attaccarlo, vuol dire votarsi alla sconfitta. E magari non riuscire a conservare nemmeno quei pezzetti di proprietà. Peggio ancora, significa aver già assunto la sconfitta come dato irreversibile. Al contrario, noi diciamo che la furia cieca del nemico non mostra la sua forza, bensì la sua debolezza. Ogni volta che ne abbiamo colpito delle parti – le cooperative sfruttatrici e i ministri in passerella, la gestione mafiosa dell’università e il potere inquisitoriale della procura – ne abbiamo tastato la fragilità. Arresti domiciliari e fogli di via sono misure preventive della loro paura. Non servono né miopia né astigmatismo, né esaltazione degli eventi immediati né teologie dei processi futuri: il nostro “sguardo strabico” ci dice che la strada è quella giusta, per quanto ce ne sia molta da fare. Dobbiamo far continuamente divenire il nostro presente gravido di strategia e prospettiva.

Quindi, lo ribadiamo: attaccare il PD è possibile, attaccare il PD è necessario. A questa altezza vale davvero la pena di riscattare finalmente la domanda: se non ora quando?

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