Euroina? Il vero sballo è dire NO!

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Per chi non se ne fosse accorto: siamo in guerra. È una guerra non convenzionale e non dichiarata, apparentemente senza truppe d’occupazione ed eserciti visibili. È la guerra dell’austerity, che miete vittime e semina miseria come ogni guerra. Qua non c’entrano gli Stati e le nazioni, perché è una guerra di classe: da una parte i ricchi, dall’altra i poveri. Quello che la Troika vuole dalla Grecia non è che paghi il debito, ma che a pagare la crisi siano i lavoratori, i disoccupati, i precari e i soggetti impoveriti. E non solo i greci, ma noi tutti. Perciò il punto non è la solidarietà a un’altra popolazione, perché noi siamo quella popolazione. Il punto è costruire ricomposizione e una battaglia comune.

Attraverso quale istituzione oggi in Europa i ricchi conducono la guerra contro di noi? La risposta è semplice: l’Unione Europea. Dovrebbe essere chiaro a coloro che si schierano dalla parte della trasformazione dell’esistente, invece qui iniziano subito i problemi. Le supposte nobili radici europee, le ideologie dure a morire o i ben più materiali interessi concreti di chi ha convenienza a rimanervi legato, portano una buona fetta della sinistra e dei movimenti a immaginare altre Europe che andrebbero create d’incanto e che a nessuno è dato conoscere. Ai tempi del socialismo reale si poteva dire che il proprio socialismo era diverso o alternativo a quello esistente: non cambiava nulla, perché l’unica alternativa vera era tra l’accettare le condizioni di quel regime oppure combatterlo. Una parte di proletari lo hanno combattuto: quello che è venuto dopo è peggio, però ciò non toglie le ragioni e la necessità di quelle lotte. Oggi per l’Europa il discorso è lo stesso. L’alternativa non è tra questa e un’altra Europa, ma tra l’accettazione della dittatura finanziaria oppure la necessità di combatterla.

Come si può fermare questa guerra e rovesciarla contro chi la conduce? Rompendo con il mostro continentale dell’austerity. Non perché gli altri mostri geopolitici siano meglio, non è così. Semplicemente perché questo è il nemico con cui direttamente lottiamo e che possiamo guardare negli occhi. Gli operai che si sono rivoltati alla schiavitù del lavoro salariato non lo facevano per ritornare alla servitù della gleba, né si facevano fermare dalla paura all’idea di chi avrebbe pagato i salari se avessero cacciato i padroni della fabbrica. Perché il primo problema era liberarsi del nemico che li sfruttava. Né qua si tratta di invocare una supposta sovranità nazionale, perché quello strumento storico di oppressione è oggi interamente sussunto dentro le nuove forme della governance sovranazionale. Anzi, più cresce l’europeismo della Troika, più crescono i nazionalismi alla Salvini: sono le due facce della stessa medaglia, hanno l’uno bisogno degli altri. Indietro non si torna, ma per andare avanti bisogna rompere con il presente. Oggi serve una lotta europea contro l’Unione Europea: se questo è il punto intermedio di unificazione del capitale finanziario, la sua rottura deve essere il nostro punto intermedio di ricomposizione, per costruire un nuovo internazionalismo.
Voi non tenete conto dei mercati!, dicono oggi gli europeisti di ogni risma a chi pone il problema della rottura con il mostro. Come si può sopravvivere fuori dall’Europa? La questione è mal posta. La vera domanda è: come si può continuare a vivere dentro la bestia assetata di sangue? Seguire quella falsa questione significa adagiarsi nella mistificazione dei mercati finanziari e della Troika, che vogliono far passare come misure tecniche quelle che sono decisioni politiche. Nel campo della tecnica, vince il capitale. Noi quel campo lo dobbiamo rovesciare: “il rosso vince sull’esperto”, si diceva una volta. Chi rivendica il potere dell’esperto, anche a sinistra e nei movimenti, non ragiona nei termini del conflitto ma è subalterno e funzionale al governo dell’esistente. La tecnica va semmai controusata e messa al servizio della lotta: la storia delle rivoluzioni e delle insurrezioni, per esempio, ci insegna che anche la ricerca e pratica di modi di sopravvivenza economica e circuiti alternativi della moneta può acquistare importanza se messa al servizio della rottura e del conflitto sociale; senza, rischia di diventare proposta debole ai margini della governance del mostro.

Voi che volete la rottura consegnerete il paese nelle mani dei reazionari!, urlavano i menscevichi e i socialdemocratici nel ’17. Oggi quelle stesse parole risuonano, senza che ci sia stato l’ottobre e senza la conquista del palazzo d’inverno. Una volta si diceva comunismo di guerra, ora c’è la guerra senza comunismo. Di certo, però, in guerra ci vogliono misure che rompono la normale razionalità politica, o meglio disvelano il carattere per nulla normale di quella razionalità politica. L’eccezione è diventata norma: la Troika lo sa bene, noi fatichiamo a comprenderlo. Dobbiamo invece rispondere ai conservatori di sinistra dell’Europa reale: siete voi che consegnate l’opposizione sociale nelle mani dei reazionari. Nella crisi e nella guerra, infatti, il lessico politico si radicalizza e non lascia spazio per raffinati distinguo incomprensibili ai molti: è necessario possedere la complessità e agire la semplificazione. Dentro e contro il primo massacro mondiale era rivoluzionario dire “pace e pane”; oggi quali sono gli equivalenti funzionali di quelle due semplici e nette parole d’ordine? Questo è il punto inaggirabile: in guerra chi non ha il coraggio della rottura, è di ostacolo alla trasformazione. Qua servono misure e pratiche impensate in tempi di pace, servono coraggio e spregiudicatezza: non basta ordinariamente che “gli strati inferiori non vogliano”, ma occorre anche che “gli strati superiori non possano” vivere come per il passato. Bisogna far paura a chi crea paura.

In sintesi e per schematizzare, in Grecia ci sono quattro posizioni rispetto al referendum. La prima è quella di chi è per il sì: è ovviamente quella dei nemici, ma anche di tanti potenziali amici impauriti per le possibili conseguenze. La paura è il vero dispositivo che forse permetterà al sì di vincere. Storicamente, lo insegna Hobbes, la paura è fondamentale per perpetuare le forme del dominio, per fare in modo che gli oppressi preferiscano perpetuare la propria miseria conosciuta invece che navigare nel mare aperto e potenzialmente libero dell’ignoto. In questi giorni la propaganda internazionale assume appunto toni terroristici e di guerra, a dimostrazione della paura che a sua volta ha la controparte. Gli europeisti di sinistra finiscono per fare il gioco delle istituzioni della Troika: rompere con l’Europa sarebbe un disastro! – ammoniscono gli uni e gli altri.

La seconda posizione è quella del no per sperare nella ripresa della trattativa. È una posizione forse tattica, sicuramente debole e per di più irrealistica, perché l’esercito nemico non ha alcuna intenzione di concedere se non le briciole. In ogni caso, quelle briciole calcolate in punti percentuali nulla cambierebbero del risultato politico: la vittoria dei nemici. Ripetiamo, non è una questione tecnica. Chi oggi si schiera per la ripresa della trattativa o per la ristrutturazione del debito, è per un’austerity dal volto umano. Non ha molto senso parlare di ambiguità di Syriza, perché sarebbe come chiedere a una forza socialdemocratica di essere ciò che non è. Syriza è stata spinta a questo punto, in parte oltre se stessa: è stata spinta dalla rigidità del nemico, è stata spinta dall’ingovernabilità del sociale. Ora spetta a noi.

La terza posizione è quella del ghetto dell’ideologia: no al sì e no al no, astensione per mantenere intatta la propria inutile purezza. I socialisti della seconda internazionale dicevano “né aderire né sabotare”, cioè scelta dell’impotenza e dell’inazione. Fu un tragico fallimento.

Vi è poi un’altra posizione possibile, quella che mette in discussione il sì della paura ed eccede il no della trattativa. L’oxi della rottura. La scommessa, cioè, che indipendentemente dai motivi per cui il referendum è stato convocato e della sua valenza concreta, si sia aperta una fenditura che può essere agita in modo radicale e fino in fondo. Per rendere inapplicabile il sì e ingovernabile il no. Una parte dei movimenti in Grecia ci pare abbia assunto questa posizione, senza puzza settaria sotto il naso e con pragmatismo autonomo. Per portare l’oxi oltre se stesso, per rovesciare un’ambigua contingenza su un nuovo campo di battaglia. Questo campo di battaglia, però, lo dobbiamo costruire insieme, generalizzando quel rifiuto: impedendo che quella breccia si richiuda, approfondendola e aprendola alla possibilità di un nuovo ciclo di lotte a partire dalla sponda mediterranea.

Allora, qua in ballo non c’è un semplice referendum o la democrazia, ma molto altro e molto di più. Oxi significa il rifiuto della condizione di miseria che ci hanno imposto. Oxi significa la rottura con la dittatura finanziaria. Oxi significa la possibilità di riprendere in mano le nostre vite. Oxi significa riproporre in termini nuovi un problema antico: come trasformare la guerra finanziaria in guerra civile rivoluzionaria.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

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