Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà

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 0. No Borders! No Nation! No Europe!

In quest’ultimo mese i confini europei – artifici creati a tavolino e maneggiati a piacimento da falchi, parassiti e fauna padronale di ogni genere – sono stati sottoposti a fortissime tensioni.

Da un lato c’è stato chi li ha stressati tanto da far credere di poterne uscire – ridefinendo le dimensioni di un intero continente, o quantomeno di stabilire al loro interno nuovi e più vantaggiosi rapporti di forza – sedendosi a tavolino con chi li ha disegnati; dall’altro lato c’è chi, per un certo periodo di tempo, li ha visti come un miraggio, un’oasi di libertà nel deserto del reale, il quale, per chi emigra dal Sudan o dall’Eritrea, molto spesso si traduce in guerra e lotta per la sopravvivenza.

Entrambi, però, una volta scontratisi con i vincoli che ogni confine porta con sé, hanno dovuto radicalmente mutare ideale e immaginario e abbandonare le vecchie lenti di ragionamento e interpretazione, gli uni perché irretiti nella tradizione dalla sinistra, gli altri perché ingannati da un quadro dipinto dallo stesso autore che il deserto ha contributo a crearlo.

Il risultato è che tanto per i cittadini europei, che più che europeisti sono shengheiani a progetto, quanto per i non nativi europei, l’Europa rappresenta un metodo politico di sfruttamento e precarizzazione della vita all’interno del quale si respira “una confortevole, levigata, ragionevole, democratica” aria di “non-libertà”. È ora per tutti quelli a cui tentano di far pagare la crisi uno spazio politico da agire, rompere e trasformare.

Per comprendere meglio la situazione di Vemtimiglia anche noi dobbiamo utilizzare lo stesso paio di occhiali, che ci consenta di avere uno sguardo disincantato rispetto alla “fortezza Europa”, tramite il quale saper leggere la capacità dei ragazzi che animano il presidio permanente “No Borders” di organizzarsi, e la loro volontà di trascendere la dimensione privata e di prendersi direttamente ciò che già gli spetta.

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1. Autorganizzazione e pratiche di resistenza

Assumendo questo punto di vista, allora, tutto cambia. Cambia il valore che si dà all’attenersi alle leggi e soprattutto al sottrarsi a certe leggi che vengono spacciate per tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica quando altro non sono che il tentativo di conservazione dell’attuale sistema di valori.

Non rispettare un’ordinanza che vuole criminalizzare la solidarietà diventa una presa cosciente di uno spazio politico, così come decidere di fuggire dalla stazione di Ventimiglia per raggiungere il presidio ed unirsi ai compagni. Per non parlare dell’accamparsi su una scogliera e resistere a gendarmerie e polizia mettendo a valore i propri corpi, di coesistere sullo stesso territorio dove i ricchi scorrazzano su Ferrari e navigano su lussuosi yacht mentre dall’altra parte si aspetta il calar del sole per cenare (“do the breakfast!”) insieme andando oltre le cosiddette divisioni “etniche” o religiose, quasi come se fossero soltanto diverse tradizioni.

Ma il dato politico dell’organizzazione della lotta è ancor di maggior rilievo e si dà quando i migranti decidono di restare sul territorio, mettendo da parte l’idea di raggiungere da soli la meta prefissata, e rivendicare la libertà di movimento per tutti, da Calais a Ventimiglia, distruggendo la logica dell’uno su mille ce la fa, attaccando direttamente la struttura politica dei confini, dello Stato-nazione, dell’Europa stessa. Questo significa “no Borders, no nation, stop deportation”. Così la resistenza assume un altro valore, così resistere e organizzarsi significa attaccare e cercare di distruggere per ottenere un miglioramento comune.

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2. Soggettività e aspettative decrescenti

Il presidio permanente “No Borders” in un mese è stato attraversato e ha riunito diverse soggettività, gran parte provenienti dall’Africa del Nord e dell’Est, in particolare dal Sudan e dall’Eritrea, in un range di età che va dai sedici anni ai trenta. La fascia di età più “popolosa” è quella tra i venti e i venticinque anni.

E molti di loro hanno voluto raccontare il viaggio che li ha portati fino a Ventimiglia, i luoghi che hanno attraversato e come sono cambiate le prospettive e l’immaginario sull’Europa dal momento della partenza a quello dell’arrivo a Ventimiglia.

Prendiamo ad esempio la storia di Samir (nome di fantasia), paradigmatica perché è quella che abbiamo sentito ripetere come un ritornello da gran parte dei ragazzi provenienti dal Sudan. Samir decide di emigrare in Europa per allontanarsi dalla guerra che assedia il suo paese dal 2003 e stabilirsi in un luogo dove sembra che viga l’uguaglianza e la parità di opportunità, dove poter continuare i suoi studi, dove poter vivere seguendo le leggi della democrazia. Samir vuole arrivare a Londra perché conosce benissimo l’inglese oltre che l’arabo. Molti, a differenza di Samir, preferiscono il nord Europa, in particolare Norvegia, Svezia e Olanda, mentre soltanto una minoranza vuole arrivare in Francia dove potersi ricongiungere con i propri amici e familiari, trovare un’occupazione e una casa. Si contano sulle dita di una mano i ragazzi che vogliono fare pianta stabile in Italia.

Per racimolare i soldi necessari per poter pagare il prezzo del biglietto che li porterà in Sicilia, molti devono fermarsi a lavorare in Libia, spesso con paghe e condizioni disagevoli. Ad altri non va cosi bene perché vengono imprigionati per mesi, altri ancora, quelli che la Libia l’attraversano e basta, vengono rapinati e privati del denaro e dei cellulari e solo successivamente lasciati passare. Il viaggio in nave è duro, lo spazio è poco, ma nonostante le peripezie affrontate fino a quel momento, l’umore non può che crescere, perché l’Europa è ormai vicina.

Appena Samir sbarca con i suoi compagni di viaggio sulle coste della Sicilia si accorge che l’Italia e l’Europa non sono esattamente come se le era immaginate. Perché in molti vengono obbligati con la forza a lasciare le impronte digitali, perché vengono trasportati a Roma vedendosi rallentare il percorso, dove dovrebbero essere smistati nei vari centri di accoglienza – e dove per la prima volta cominciano ad organizzarsi –, perché per muoversi da Roma a Ventimiglia molti sono costretti a viaggiare nascosti sotto i sedili dei treni.

Una volta giunti a Ventimiglia la promessa di diritti e democrazia si palesa per ciò che è, una promessa tradita, tanto che Samir ci dice esplicitamente : “ma quali diritti e quale democrazia”, e la dissoluzione di quest’immaginario si trasforma in volontà di organizzarsi, resistere e di lottare insieme contro le leggi ingiuste, contro la corruzione di polizia e passeur, per costruire un futuro degno per tutti coloro che decidono di migrare.

3. Spazio di movimento

Ciò che risulta evidente è come, nelle diverse parzialità e specificità, l’apporto di varie realtà di movimento, non in numero massiccio ma comunque presenti, non si riduca ad una funzione assistenzialista o mutualistica debole, per quello c’è la croce rossa italo-francese, ma manifesti la necessità di un coordinamento più ampio, che parta dalle esigenze e dal ragionamento dei migranti, che una volta imbrigliati nella trappola del ricatto diventano forza lavoro a bassissimo prezzo, e che possa al suo interno convogliare le energie di più soggetti politici. Tra le righe della due giorni di lotta del 18-19 c’è anche questo.

È possibile creare reti transnazionale che sappiano rafforzare i contenuti sui vari territori? E’ possibile costruire terreni comuni di lotta che vadano oltre la semplice solidarietà, ma che partano dalla comune condizione dei soggetti colpiti dalla crisi? Questo anche per combattere le minacce xenofobe e razziste che sono necessariamente intrinseche a questa Europa e che vediamo per esempio nelle parole dei Salvini e degli Zaia di turno, con muri nuovi e muri vecchi che provano nascere e svilupparsi.

Ricordandoci che lo spazio del possibile è lo spazio politico che sappiamo conquistare, allora quest’esigenza diventa sempre più pressante.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

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