Per il rifiuto del lavoro

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Pubblichiamo qui il contributo di un nostro compagno pubblicato sul sito InfoAut tra i materiali per un dibattito sul rifiuto del lavoro


Il testo di Bifo ha soprattutto un merito: quello di porre di nuovo il tema di una critica radicale del lavoro. Non del lavoro salariato o del lavoro sotto padrone, come se ce ne fosse un altro buono, da salvare o addirittura ricercare. No, il lavoro sans phrase nel capitalismo è questa roba qui: sfruttamento. Chi l’ha definito un bene comune, o è un utile idiota, oppure è idiota e basta.

Ma come si fa oggi, chiederà il sinistro in agguato, a formulare una critica radicale del lavoro quando la disoccupazione in Italia supera il 12% e quella giovanile viaggia intorno al 42%? Rispondiamo, al contrario, che proprio oggi ce n’è più bisogno che mai. E che forse è proprio la dismissione di una simile radicalità all’origine di tanti problemi e insufficienze politiche che connotano i militanti e i movimenti. Diciamo di più: è venuto il momento di riprendere in mano e aggiornare, dentro la nuova composizione di classe, la questione del rifiuto del lavoro.

Procediamo con ordine e sinteticità nello spiegare questa affermazione e nello sviluppare quanto Bifo scrive, mettendo al contempo in evidenza alcuni nodi irrisolti.

In primo luogo, disoccupazione, precarietà e impoverimento dilaganti significano non una diminuzione bensì un aumento del lavoro. Per procacciarsi i soldi per campare, bisogna arrabattarsi tra svariate occupazioni, perlopiù saltuarie e discontinue. E anche la ricerca di un brandello di salario diventa a tutti gli effetti tempo di lavoro. Chi – nel sindacato e nella sinistra – per anni ha proposto e ancora continua a proporre il ritorno al posto fisso come panacea di tutti i mali, dimentica o meglio ha sempre avversato la radice di classe della flessibilità, cioè il rifiuto del lavoro e la lotta contro la fabbrica. Chi oggi continua a esaltare la bellezza della libera scelta del precario, non si è reso conto che dopo gli anni ’70 i rapporti di forza si sono invertiti a vantaggio del nostro nemico. Così la flessibilità operaia, da minaccia e arma contro il governo della forza lavoro, si è rovesciata in precarietà, in quanto dispositivo per allargare i tempi e i luoghi di estrazione del plusvalore. E il rifiuto del lavoro si è trasfigurato nella sua proliferazione, oppure nella sua assunzione acritica in forma alienata e senza reddito. Più lavoro e meno soldi, è la parola d’ordine del capitale.

In secondo luogo, negli ultimi decenni c’è stata una costante lavorizzazione dell’agire umano, corrispondente alla socializzazione e incorporamento dei saperi nel lavoro vivo. La formula della “vita messa al lavoro” crea più problemi di quanti ne risolva, preferiamo invece indagare quali sono le nuove gerarchie di un’accumulazione del capitale che mangia continuamente capacità umane e mette in produzione spazi che un tempo erano dedicati alla riproduzione sociale. Non ripetiamo qui intuizioni e analisi sulla cognitivizzazione del lavoro, che riteniamo ancora in buona misura utili a patto di ripensarli alla luce della crisi. Va però notato che, a partire da premesse almeno in parte corrette, si sono talora sviluppati cortocircuiti e conclusioni alquanto discutibili. Ce n’è una in particolare che subito balza agli occhi: nel momento in cui l’agire umano si lavorizza, si tende a perdere la specificità del lavoro e a farlo divenire comune, confondendo così tra valorizzazione capitalistica e ricchezza, tra attività e merce, tra sfruttamento e liberazione. È il calco speculare dell’idea di un capitale ritenuto puramente estrattivo, non più un rapporto sociale antagonista da distruggere ma un agente parassitario di cui sbarazzarsi. La (parziale e coatta) autonomia nelle forme della cooperazione sociale per il capitale sono qui scambiate come conquista di (piena e libera) autonomia contro il capitale. La composizione tecnica è immediatamente tradotta in composizione politica, e Marx viene sostituito con Proudhon. Paradossalmente, partendo da un polo opposto, si arriva alla stessa nefasta conclusione della secolare tradizione della sinistra, marxista e socialista: l’esaltazione del lavoro come strumento di emancipazione. Tra materiale e immateriale, cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia: il lavorismo.

Domanderà qualcuno – ed è la terza questione: come si fa a parlare di rifiuto del lavoro quando a essere messi al lavoro sono saperi, linguaggi, passioni, relazioni, la stessa soggettività? Ci sembra qui di ravvisare tre vizi di fondo. Il primo: a partire dalla pur corretta esigenza di individuazione delle peculiarità delle trasformazioni del lavoro e della produzione contemporanee, si giunge all’errata conclusione che nelle forme passate del lavoro, per esempio nella fabbrica taylorista, non vi fossero – pur con evidenti differenze di gradazioni, qualità e utilizzo – saperi, linguaggi, passioni, relazioni, la stessa soggettività. Non è così: anzi, la produzione di soggettività è sempre stata contenuto e posta in palio del rapporto di lavoro e dunque di sfruttamento. Da qui consegue il secondo vizio: immaginare saperi, linguaggi, passioni, relazioni e più complessivamente la soggettività come spazi liberi e valori in sé positivi. La soggettività, invece, non è né buona né cattiva: è una merce specifica, sottoposta continuamente ai processi di sussunzione e colonizzazione del capitale, tale da renderla accettante e perfino contenta. E che può, all’opposto, attraverso processi di lotta e formazione, divenire controsoggettività, demercificandosi. La soggettività è allora un campo di battaglia. Certo, si insisterà, quando viene lavorizzata la riproduzione, quando al centro vi sono per esempio le relazioni e la cura, il rifiuto del lavoro sembra impraticabile. E tuttavia, non dobbiamo mai dimenticare il ricatto che costringe il lavoratore o la lavoratrice della cura a vendere la propria forza lavoro, e che viene invece occultato e scaricato sul rapporto diretto con l’utente del servizio. Insomma, se non demistifichiamo questo processo, se non torniamo a dare un volto al padrone che sembra smaterializzarsi e ci accontentiamo di contemplare gli spettri astratti della finanziarizzazione, continueremo a scambiare per libera autovalorizzazione ciò che è solo il selfie del nostro sfruttamento. Terzo vizio: non considerare la stratificazione dentro la composizione e l’industrializzazione del lavoro cognitivo, che si è accelerata e intensificata nella crisi. Schematizziamone la gerarchia interna: vi è in alto una piccola frazione (denominata “quinto stato”) che si colloca o smania per collocarsi tra le elite dell’innovazione capitalistica, nuovo aspirante ceto medio in quanto funzione di mediazione e contrapposizione alla lotta di classe; gli strati in mezzo fanno fronte ai processi di declassamento e lottano, spesso senza successo, per vedere riconosciute le proprie competenze; le masse degli strati bassi – che si allargano anche a quelle figure operaie e del lavoro ritenute “tradizionali” – sono alle prese con la serialità e banalità del proprio lavoro e dei propri gesti. Se il ristretto strato alto va verso l’altra classe, le figure in cui si incarnano gli altri due sempre più trovano nella loro occupazione l’oggetto mistificato e alienato delle loro passioni; e, in basso, non trovano nient’altro che una terribile serialità e monotonia rispetto a cui il rifiuto è perfino istintivo.

Quarta e ultima questione, problematicamente centrale nell’argomentazione di Bifo: le tecnologie. Non facciamo nulla di nuovo nel ricordare come esse non siano niente affatto neutrali, vi è chi le comanda e chi ne è comandato. È la questione decisiva dei rapporti di forza, troppo spesso scordata dal pensiero critico e radicale a partire dagli anni ’80. Ma non si tratta solo di appropriarsene, cambiando di segno il comando. Perché le tecnologie sono a loro volta vettori di comando, che si incarnano nel lavoro vivo che le utilizza, producendo effetti di trasformazione della soggettività e mangiando capacità umane, facendo dunque perdere forza – anche contrattuale – ai lavoratori. Così, se è vero che con lo sviluppo tecnologico il capitale costante in parte viene incorporato nel lavoro vivo, o quantomeno ha continuamente bisogno di essere irrorato dalla cooperazione sociale, è altrettanto vero che ciò determina al contempo l’incorporamento dell’accettazione e dello sfruttamento. Accelerazionismo e primitivismo sono entrambe risposte sbagliate al problema, perché immaginano lo sviluppo del capitale come dato oggettivo, di fronte a cui non ci resta che l’illusoria scelta di velocizzarlo o respingerlo. Il punto è invece guardare alla capacità umana come potenza soggettiva di classe, per interrompere, rovesciare e deviare quello stesso sviluppo: si tratta al contempo di preservare facoltà non macchinizzate e di controutilizzare quelle macchinizzate. Perché per produrre sapere autonomo bisogna innanzitutto rifiutare sapere capitalistico.

Concludiamo, riassumendo e rilanciando in avanti. Il lavoro è sfruttamento, è comando, è produzione di una soggettività che accetta il capitalismo, per ricatto o piacere, o per entrambi. Ecco perché, per il capitale, di lavoro ci sarà sempre bisogno. Nella società dentro cui siamo collocati, infatti, il lavoro non produce semplicemente ricchezza, ma innanzitutto capitale. E produce la forza lavoro come capitale. Il mercato è il luogo dell’incontro coatto tra i padroni, in quanto datori di lavoro, e i proletari, in quanto datrice di capitale. Quando i proletari rifiutano di dare capitale, qui si apre la strada alla loro estinzione in quanto parte interna al capitale e di costruzione come parte per sé, in autonomia.

Attenzione, però: il rifiuto del lavoro non è un vezzo sloganistico dei militanti, questa è mera autoreferenzialità identitaria. Quel rifiuto agisce dentro e contro i rapporti di sfruttamento, viene praticato non come ideologia ma come bisogno: per risparmiare fatica, guadagnare tempo, recuperare reddito e sottrarre energie a chi ci sfrutta. Assume forme necessariamente ambigue, che non si ripetono mai uguali a se stesse. Nostro compito è oggi fare ricerca sulle nuove forme di rifiuto, potenziale o reale, storicamente determinate: rifiuto del lavoro gratuito, rifiuto del lavoro di merda, rifiuto del lavoro per pochi spiccioli, rifiuto del lavoro banalizzante. E probabilmente tante altre che non sappiamo, perché da questo punto di vista le nostre lenti sono insufficienti o addirittura sbagliate.

Nelle forme singolari, disperse e spontanee il rifiuto ha una politicità intrinseca, che può e per noi deve trovare una forma di generalizzazione collettiva. Solo in questo passaggio diventa un’arma politica contro il padrone, per l’affermazione di una rigida indisponibilità alle sue esigenze, la riappropriazione di reddito e spazi di libertà, la conquista di un terreno di attacco e non più solo resistenziale. Qui un punto di vista autonomo è irriducibile alla visione anarchica, che sfocia nell’esaltazione astorica dell’alienazione o del nichilismo, senza rendersi conto che oggi alienazione e nichilismo sono funzionali al capitalismo, messe in vendita come merce. Sono il mito di “The Wolf of Wall Street”, del consumo autodistruttivo e dell’uomo finanziarizzato. Oppure sfocia nella costituzione di microcomunità di amici, metropolitane o rurali, incuranti della materialità dei rapporti sociali e di forza tra le classi, che sognano semplicemente un microcomunismo già realizzato nell’autogestione della propria marginalità. Senza rendersi conto, in questo caso, che quella marginalità è interamente sussunta negli ingranaggi della governance capitalistica.

Avanti, allora, per individuare le molteplici tracce del rifiuto di essere forza lavoro, dunque capitale. Alla ricerca delle pratiche concrete già esistenti da trasformare in una negazione costituente, in un no che afferma, in un rifiuto potenzialmente produttivo di nuovi rapporti sociali. È ciò che noi chiamiamo, ancora e in forma nuova, costruzione dell’autonomia.

[di Gigi Roggero]

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