Per ricominciare da capo – 10 tesi dentro e contro l’università

Per ricominciare da capo – 10 tesi dentro e contro l’università

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    1. Buona parte delle pratiche organizzative e degli strumenti di analisi che abbiamo utilizzato nell’agire politico universitario fino al 2008-2010, oggi non funzionano più o girano abbondantemente a vuoto. Questo punto di partenza è necessario ma non sufficiente. È necessario, perché senza la condivisione di questo presupposto riproduciamo esclusivamente noi stessi, cioè un corpo militante che privo di capacità di espansione sociale diventa burocrazia. Non è sufficiente se al contempo non spieghiamo perché non funzionano, e soprattutto se non ipotizziamo nuove pratiche organizzative e strumenti di analisi. Sarebbe come dire, nel pieno di un’estate afosa, che non bisogna uscire con sciarpa e cappotto: è una banalità che non ci fa fare alcun passo in avanti nel combattere il caldo. E noi sappiamo che il contrario del vero non è il falso, ma appunto il banale.

 

    1. Con l’Onda abbiamo perso una battaglia. Lì si è chiusa una lunga fase di transizione, dall’università di massa all’università-azienda. Di questo passaggio abbiamo saputo anticipare le caratteristiche centrali (trasformazione della figura dello studente, dequalificazione dei saperi e precarizzazione della forza lavoro, esaurimento dell’ascensore sociale, blocco della mobilità e declassamento). Individuando una tendenza, bisogna avere la capacità e la forza di deviarla, interromperla, rovesciarla. Ce l’abbiamo fatta in parte e per una certa fase, poi non più. Nel momento in cui la tendenza capitalistica si realizza, scompone le nostre forze e ci costringe a individuare i nuovi campi di battaglia. La guerra infatti continua.

 

    1. Il nuovo campo di battaglia è quello disegnato dall’università della crisi e dallo studente-utente. È dunque cambiato il contesto, ed è cambiata la soggettività che può combatterlo. L’università contemporanea deve produrre e riprodurre le figure della crisi, figure con basso tasso di aspettative e alto tasso di accettazione. Obbedienza e sacrificio non vengono più compensati dall’ascesa sul mercato del lavoro e nella collocazione sociale, ma da una vaga promessa che con ogni probabilità verrà tradita. In cambio di questa speranza al ribasso, bisogna accettare tutto, fino al lavoro gratuito. Lo studente-utente non è infatti un semplice consumatore della merce-sapere, ma è un lavoratore precario o coattamente volontario, in quanto coproduttore di quella merce e riproduttore della soggettività della crisi. L’università è un laboratorio decisivo di produzione e riproduzione di questa soggettività, che ha nella variabile generazionale un tratto strategico. E può diventare per noi un laboratorio decisivo di produzione e riproduzione di controsoggettività.

 

    1. Lo studente-utente non è la fine della possibilità delle lotte, ma è semplicemente una figura in cui si incarnano contraddizioni specifiche. Nostro compito è comprenderle, anticiparle, agirle, farle esplodere. Allora, come e dove si combatte l’economia politica della promessa? Si può pensare di combatterla a monte, facendo appello alla coscienza dello studente contro la figura dell’utente, al sapere disinteressato contro la sua finalizzazione di mercato. Sarà inutile, come tutti gli appelli idealistici. Oppure possiamo provare a combatterla a valle, cioè dove la promessa viene tradita. Se lo studente-utente non mette in discussione la logica del servizio ma pretende il rispetto della qualità di ciò per cui ha pagato, è allora qui che possiamo trovare la contraddizione specifica. Laddove sacrificio e obbedienza non hanno ricevuto in cambio quello per cui il contratto era stato stipulato. Attivando il conflitto a valle, si tratta poi di risalire a monte per far saltare l’intera logica: non sul piano ideologico, bensì nella materialità degli interessi di classe. Attenzione: monte e valle non vanno intesi in senso di sequenzialità cronologica, non si tratta di aspettare la delusione definitiva dello studente-utente, perché a quel punto sarà troppo tardi. Dobbiamo trovare e anticipare, nella quotidianità del sistema universitario tutti gli elementi del “tradimento” della promessa. E a partire da qui, dare battaglia all’economia politica che su di essa si basa.

 

    1. La meritocrazia non è semplicemente un’ideologia, ma un concreto ordine del discorso. Durante l’Onda non abbiamo saputo coglierne le ambivalenza. Da un lato, l’ordine del discorso meritocratico è legato all’idea della precarietà e dell’impoverimento non come dati strutturali ma come risultati di una cattiva gestione del mercato del lavoro, che premia appunto i non meritevoli a scapito dei meritevoli. Dall’altro, vi è nella rivendicazione meritocratica il rifiuto del declassamento e la non accettazione di una vita precaria, vi è cioè un’istanza di classe espressa da un segmento specifico del precariato cognitivo di prima generazione, quello con un’istruzione formale medio-alta, che non vede riconosciuto il proprio valore sul mercato del lavoro. Si tratta allora, leninianamente, di trasformare l’istanza meritocratica in lotta di classe, l’attacco ai singoli corrotti in attacco a un sistema che produce corruzione, la richiesta di riconoscimento della legge del valore in processo di autovalorizzazione autonoma. Per farlo, però, bisogna passarci attraverso. Cominciando con l’appropriarci dell’arma della valutazione, inflazionandola per i precari e rovesciandola sulla controparte, sui baroni e su chi governa l’università della crisi. Facendone cioè uno strumento di socializzazione conflittuale e non di gerarchizzazione individuale. Un merito collettivo che, dall’interno, possa far saltare per aria il sistema della meritocrazia.

 

    1. Il sapere non è né buono né cattivo, e non è affatto neutro. Il sapere è, nel capitalismo contemporaneo, una merce centrale e peculiare. Attraverso il sapere si plasmano le gerarchie del lavoro, dello sfruttamento, dell’accumulazione. Avere a che fare con la produzione e riproduzione dei saperi non è in sé liberatorio o desiderabile. Essi sono spesso fonte di alienazione e coercizione, strumento di distruzione e modularizzazione di capacità umane: di tutto ciò ne fanno quotidiana esperienza studenti, precari, ricercatori, lavoratori dei servizi. Perciò la produzione di sapere autonomo è fatta anche di rifiuto del sapere esistente. L’università è infatti una fabbrica in cui l’operaio cognitivo-massa al contempo produce e viene prodotto. Il nostro problema è organizzarci dentro e contro questa fabbrica.

 

    1. Nel primo decennio degli anni ’00 l’autoformazione è stata un dispositivo di organizzazione politica e del conflitto. Si collocava nella coda di una fase espansiva dell’università e della cognitivizzazione del lavoro, si basava sul tentativo di riappropriazione della ricchezza attraverso l’autorganizzazione della cooperazione sociale. Questa fase espansiva si è esaurita, l’università e il capitalismo hanno fatto della crisi un elemento permanente di governo e di comando. Qualche anno fa il sindaco di New York ha consigliato ai giovani-massa di lasciare stare il college e di imparare a fare gli idraulici. Il general intellect deve essere in parte rottamato, nella misura in cui la crescente socializzazione dei saperi entra sempre più in contraddizione con la funzione interamente politica delle gerarchie. Insieme alle aspettative e alle capacità umane, il capitalismo in crisi permanente distrugge senso fagocitando prospettiva. I precari di seconda generazione sono le figure principali di questo processo, ondeggianti tra la realtà del nichilismo e la potenzialità della radicalizzazione progettuale. Qui anche l’ordine del discorso meritocratico perde di consistenza. L’università ne è un esempio: un tempo era anche un’esperienza di socializzazione oltre che di studio e formazione, controutilizzabile dal punto di vista antagonista. Ora l’università deve produrre l’“uomo della crisi”, azzerandone le prospettive, affogandolo in un presente eterno, svuotando il senso e la politicità intrinseca dell’esperienza. In questo contesto, dobbiamo allora passare dall’autoformazione all’autovalorizzazione, cioè costruire un utilizzo antagonista per le conoscenze e le capacità rottamate, dare forma organizzativa ai saperi prodotti in modo cooperativo, costruire nuovo senso dell’esperienza formativa nel suo complesso, aggregare in spazi comuni chi è all’interno e chi è all’esterno dell’università, ovvero sulle sue frontiere. Come tutte le parole introdotte dal prefisso auto, vi è un’intrinseca ambivalenza anche nell’autovalorizzazione, tra valorizzazione individuale dentro il mercato e valorizzazione antagonista contro il mercato. È in questa ambivalenza che ci dobbiamo collocare, per scioglierla nelle lotte, per rompere le fauci della macchina che ogni giorno succhia le nostre capacità e per costruire prospettiva autonoma.

 

    1. I flussi del capitale non possono essere attaccati sui flussi. Vanno aggrediti nei luoghi. Luoghi in cui si condensa il valore per loro, luoghi in cui si condensa la soggettività per noi. L’università è, nella fabbrica sociale metropolitana, uno di questi luoghi. I confini tra gli spazi universitari e gli spazi urbani tendono a divenire sempre più fluidi: noi dobbiamo da un lato distruggerli, nella ricomposizione con altre figure della composizione di classe metropolitana, dall’altro renderli solidi in un’altra direzione, cioè trasformando l’università in un punto di applicazione della forza. Un punto, cioè, in cui dare un volto ai nostri nemici, baroni e padroni della conoscenza pubblica e privata, che tentano di rendersi invisibili e incorporei dietro alla maschera dei flussi. Dobbiamo quindi agire il massimo dell’estensività della generalizzazione e il massimo dell’intensità dei luoghi. Dunque: i flussi vanno bloccati, i luoghi conquistati, i tempi riappropriati, gli spazi costruiti. Negli ultimi anni si è profondamente modificata l’architettura degli atenei, progettati secondo dei moduli globali: sono immediatamente spazi urbani commerciali, adatti all’utentizzazione dello studente, tesi a impedire una socializzazione che non sia mediata dal consumo produttivo. La modularizzazione degli atenei è la risposta diretta alle lotte. E tuttavia, gli spazi urbani non sono tutti uguali. Vi è una gerarchia del capitale, fondata sulla condensazione del valore e sulle strategie di accumulazione. Vi è una gerarchia delle lotte, che non è speculare a quella del capitale, ma è fondata sulla condensazione del conflitto e sull’accumulazione di controsoggettività. La nostra scommessa è che l’università sia potenzialmente, ancora e in forme nuove, un luogo centrale per la lotta di classe e per la costruzione di autonomia.

 

    1. Non ci può essere la reimpostazione di una pratica politica nell’università che non parta dalla reimpostazione di un discorso politico contro l’università. Un discorso senza pratica sfocia nell’autoreferenzialità, una pratica senza discorso gira su se stessa. Il punto è agire su livelli differenti: dopo aver afferrato in alto le radici del sistema, si tratta di strapparle verso il basso. Ovvero: problematizzare e correggere il discorso verso l’alto, tradurlo e semplificarlo verso il basso. La conricerca è disegnata da questo continuo movimento a spirale. Questo è il compito del militante, dentro e contro la realtà. Il momento per farlo è ora: quando le lotte ancora non ci sono, dove le lotte possono esserci. Nel momento in cui l’esplosione è avvenuta, a noi non resta che fare i turisti o tutt’al più i cronisti del conflitto. Il nostro tempo è quello dell’anticipazione, il nostro terreno è quello della tendenza, la nostra arma è quella che più fa male ai padroni.

 

  1. Ricominciare da capo non significa tornare indietro.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

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