Cos’è un sistema di potere e come (non) lo si combatte

Cos’è un sistema di potere e come (non) lo si combatte

Da una prima analisi territoriale non si può fare a meno di notare come questi ultimi mesi a Bologna siano stati a dir poco frenetici.

Frenetica è stata l’azione della controparte che tramite manganelli, misure cautelari e sgomberi, ormai quotidiani, di spazi sociali e occupazioni abitative, ha attaccato e sta attaccando ciò di cui ha più paura: le diverse forme di lotta e di resistenza, esistenti e soprattutto quelle possibili, che nascono dentro a questa crisi che ci colpisce da più di sette anni.

Frenetico e delirante è stato però anche l’atteggiamento mostrato dalla controparte stessa durante questi attacchi. Il sistema di potere del Partito Democratico, qua a Bologna da sempre forte, ci mostra le sue disomogeneità e le sue contraddizioni interne.

Partendo da una praticamente ormai nulla legittimità sociale, infatti, il PD è pronto a diventare in tutto e per tutto il Partito della Nazione, o ancora di più il Partito di Matteo Renzi, che sembra portare a compimento la lunga trasformazione del PCI, che potremmo dire iniziata nel 1945, poi passata per il PDS, i DS e il PD. Lo si sta palesando sempre più in tutti i comuni amministrati dal Partito Democratico, dalle Alpi alla Sicilia, ma casi emblematici possono essere Roma e appunto Bologna.

Nella capitale viene fatto allontanare quello che per questo blocco di potere poteva essere un sindaco “scomodo”, per quanto biecamente ligio nel perseguire una politica neoliberale di smantellamento del welfare, ossequio agli interessi dei palazzinari e sgomberi delle occupazioni. Oltre la storia degli scontrini, i primi malumori nei palazzi romani si avvertirono già con la chiusura della discarica Malagrotta che portò 21 politici romani sotto indagine per associazione a delinquere, per non parlare dei malumori creati in Vaticano quando, lo stesso giorno del “Sinodo straordinario sulla famiglia”, il sindaco Marino trascriveva le nozze di diverse coppie omosessuali sposate all’estero. Insomma, perfino un sindaco mollemente neoliberale, che tinge la facciata con qualche diritto civile in cambio della distruzione dei diritti sociali, può risultare “scomodo” per il Partito della Nazione.

Anche qua a Bologna, già in passato grande laboratorio di sperimentazione di obbedienza al partito unico che un tempo era il PCI, si prova a sperimentare l’obbedienza al nuovo PD, ma con risultati ancora più grotteschi. Il caso dello sgombero di Atlantide, spazio sociale occupato ed autogestito da più di quindici anni, esplode mediaticamente in tutta la città e porta anche qua ad una cacciata, quella dello “scomodo” assessore Ronchi e all’autosospensione di SEL dalla maggioranza dell’amministrazione. In questo caso “scomodo” è un assessore che ha avuto modo negli anni passati di rivelarsi una pavida macchietta, complice di sgomberi e chiusura degli spazi sociali, ora contro il sindaco perché offeso personalmente più che per una sostanziale divaricazione di vedute politiche. Oltre a ciò, i continui sgomberi di occupazioni abitative, che stanno indebolendo fortemente la lotta per l’abitare, portano ad infantili discussioni tra Sindaco, Questore e Procuratore su chi è stato avvertito prima di chi altri. Le contraddizioni della controparte bolognese sfiorano il ridicolo poi quando un sindaco viene indagato per il riallaccio dell’acqua a vari stabili occupati nonostante il divieto del “Piano Casa” o quando la Digos chiede di acquisire i filmati con le dichiarazioni dell’assessore al Welfare relative all’ennesimo sgombero di un’occupazione abitativa.

A Bologna si è visto più volte il continuo mescolarsi delle varie articolazioni della controparte, come questori che fanno i politici o rettori che provano a fare i sindaci , allo stesso tempo si sono potute notare tutte le disomogeneità e contraddizioni del sistema di potere. Lasciandosi abbagliare da queste contraddizioni, qualcuno ha ipotizzato che esse siano sinonimo di divisione e contrapposizione, pensando di potervi intervenire dal punto di vista elettorale o schierandosi tatticamente e informalmente con il sindaco o qualche assessor@ contro la questura e la procura. E’ un errore di valutazione, da cui segue un ancor più grave errore di prospettiva politica. Le contraddizioni sono esattamente ciò di cui il blocco di potere si alimenta, attraverso il governo delle quali riesce a fare sistema.

Bologna oggi ci dimostra come in una fase di conclamata recessione, è anche così che si sviluppa un sistema di governo capitalistico, che si nutre delle differenze, mettendole a valore e facendole competere per rafforzarsi. La perdita di legittimità delle singole istituzioni porta necessariamente alla possibilità di un’autonomizzazione delle stesse, così come Matteo Renzi si muove sempre più in autonomia rispetto al suo partito ed in pieno stile neoliberista cerca di raggiungere il più vasto numero di diversi segmenti da governare. L’autonomizzazione non sfocia però in messa in discussione del sistema di potere, ma determina semplicemente di volta in volta le figure che trainano e comandano il sistema.

Ora sta a un “noi” di movimento, un movimento ancora da costruire e organizzare, capire come cogliere queste contraddizioni, come inserirci e come utilizzarle per rompere il sistema e far crollare il blocco. Non si può lasciare la possibilità di attaccare questo passaggio alla Lega di Salvini, lui come Renzi sono due facce della stessa medaglia, due variabili della stessa opzione: una prova evidente ne è la chiamata nazionale permessa alla Lega Nord per il prossimo 8 novembre a Bologna. Con la concessione della piazza centrale della città, il messaggio di Merola è chiaro: o vi turate il naso e vi fate andare bene il PD, oppure vi beccate i fascio-leghisti. E’ la classica mossa del PCI: alimentare lo spettro della destra per reprimere a sinistra. Allora dobbiamo essere chiari: sia Matteo Renzi che Matteo Salvini fanno parte del governo della crisi e noi dobbiamo essere pronti a respingere entrambi. Né si può aspettare che le contraddizioni esplodano da sole, oppure giocando – esplicitamente o implicitamente – all’interno del campo dettato da quel sistema di potere. Lì non c’è possibilità di autonomia e rottura, ma solo di cooptazione in cambio di briciole.

L’unica strada passa per la riformulazione di un discorso politico forte, la costruzione di nuova soggettività del conflitto e uno scarto in avanti della soggettività militante esistente, che rischia altrimenti di essere relegata alla gestione della marginalità. Siamo ad un anno zero da dove ripartire, è necessario costruire un nuovo laboratorio di lotte e scommesse politiche, bisogna riorganizzarsi nell’immediato e svilupparsi strategicamente, con intelligenza e colpendo su più piani per il futuro. Non possiamo più permetterci di continuare a sopravvivere sulle passate e misere conquiste, continuando così a riprodurre noi stessi e l’esistente, restando solo uno strascico di qualcosa che ormai non c’è più, né possiamo allo stesso modo, per paura di essere deboli, accontentarci di proprietà politiche ai margini della governance del PD: questo non solo significa votarsi alla sconfitta, ma significa aver assunto la sconfitta come dato di fatto irreversibile.

Dobbiamo anche noi, come spesso fa la controparte, trasformare continuamente il nostro presente con coraggio della rottura e senso della prospettiva per far male realmente a quel sistema di potere.