Contro i due Matteo, con ogni mezzo necessario

Contro i due Matteo, con ogni mezzo necessario

L’8 novembre è stata un’importante giornata di lotta. Dal mattino migliaia di persone si sono radunate in punti differenti della città per respingere la calata dei fascio-leghisti, la cui assenza di legittimità sociale è dimostrata dai 2.500 poliziotti e carabinieri che li hanno scortati e protetti per tutto il tempo in cui sono rimasti a Bologna. La composizione conflittuale che si è riappropriata di piazze, strade e viali, bloccando interamente la città, è da un lato il frutto dei percorsi di radicamento territoriale che già esistono, dall’altro è in buona misura una composizione giovanile e studentesca fresca ed emergente. È una composizione che ha dimostrato di non avere paura, perché la paura più grande è che le cose vadano avanti in questo modo senza che nulla cambi. Ha dimostrato di essere scesa in piazza per andare verso il centro della città, pronta a lottare contro zone rosse e dispositivi di polizia. Ha dimostrato la propria determinazione buttandosi contro gli scudi e resistendo alle cariche a Porta Mascarella, compattandosi in un corteo di oltre 1.500 persone per le vie del centro, attaccando in modo pirotecnico i cordoni di polizia in via Zamboni al grido di “Odio la Lega” e “Siamo tutti antifascisti”.

L’8 novembre non è stato un evento spontaneo. È certamente il prodotto di percorsi e lotte di breve o lungo periodo, ma è anche il risultato di più di un mese di campagna portata avanti in città e nei quartieri, fatta di banchetti, comunicazione e discussioni. È il risultato, cioè, di una scommessa non in un semplice moto di indignazione contro la marcia delle camicie verdi-brune, bensì nella possibilità di distruggere e rovesciare le retoriche mistificatorie di Salvini là dove più pericolosamente agiscono, ossia nelle contraddizioni di pezzi della composizione sociale duramente colpita dalla crisi.

Da questo punto di vista, il flop della piazza leghista ci dice almeno un paio di cose significative. La prima, sul piano territoriale, è che la città di Bologna non ha risposto all’appello di Salvini. Senza addentrarci nei dettagli numerici, è evidente come anche nelle stime più generose il comizio di piazza Maggiore sia stato quasi del tutto riempito dalle persone sbarcate con i bus pagati dalla Lega, magari anche con qualche gettone di presenza per i passeggeri. La seconda cosa significativa, sul piano complessivo, è il fallimento o quantomeno il vistoso arretramento nella costruzione di una destra sociale in salsa lepenista. Spariti nel nulla per il secondo anno di fila gli annunci di blocchi dell’Italia e di rivolta fiscale che avrebbero dovuto precedere la kermesse bolognese, Salvini ha semplicemente ricompattato un ceto politico decrepito e sconfitto, da Berlusconi alla Meloni e Storace. Dopo aver utilizzato per tanto tempo in modo demagogico una retorica popolare e contro i palazzi, la Lega si mostra ora per quello che è, ovvero un partito dell’establishment istituzionale, pienamente inserita nella gestione del potere e dello Stato ai suoi vari livelli di governo.

Come abbiamo ripetuto fin dall’inizio, un Matteo tira l’altro, non si può attaccare Salvini senza attaccare al contempo Renzi e il Partito Democratico. Del resto, nella peggiore tradizione del PCI, è piuttosto chiaro il messaggio implicito con cui Merola ha concesso la piazza centrale della città alla parata in camicia verde: se non vi turate il naso e vi fate andare bene il PD, vi toccano i fascio-leghisti. Il messaggio che abbiamo lanciato l’8 novembre è ancora più chiaro: per noi e per chi subisce i costi della crisi, siete due nemici gemelli, da combattere con ogni mezzo necessario.

L’8 novembre è quindi un’indicazione politica di radicalità e conflitto. E al contempo, l’8 novembre non ci basta. Anzi, siamo convinti che si possa e si debba fare di più. Probabilmente lo si poteva fare già a cominciare da prima, con la convocazione di una manifestazione nazionale in grado di cacciare concretamente Salvini da Bologna, come l’anno precedente. In questa fase di difficoltà delle lotte sociali e del loro sviluppo, giornate come quella dell’8 novembre sono occasioni importanti, perché possono consentire dei salti in avanti che rafforzano e rilanciano nella giusta direzione i processi di radicamento del conflitto. Bisogna assumersi il coraggio della scommessa politica, perché senza questo coraggio il rischio è di essere spinti verso la semplice gestione dei nostri spazi più o meno piccoli. La frenetica e scomposta risposta della controparte, a cominciare da Procura e Questura, mostra che il nemico ha paura non solo di quello che c’è, ma di quello che potrebbe esserci. Questa paura potenziale del nemico non va temuta, ma al contrario trasformata in realtà. Dobbiamo concretamente meritarci la loro paura e farla crescere. Perché la loro paura è la misura della nostra libertà.

Infine due brevi battute sull’opinione pubblica di sinistra, sempre vogliosa di piangere sulle povere vittime finché si presentano come tali, e sempre pronta a gridare ai provocatori quando le vittime rifiutano il proprio ruolo e si ribellano. Chi dice che contestare Salvini significa fare il suo gioco, o è in malafede, o è del Partito Democratico. Oppure entrambe le cose insieme. È proprio il gioco di Salvini che è stato attaccato l’8 novembre e un anno fa in via Erbosa, ed è anche grazie alle tante mobilitazioni #MaiConSalvini in tutta Italia che parliamo di flop leghisti.

Un ultimo chiarimento per quella stessa opinione pubblica. In queste ore sta circolando in modo virale il video di centinaia e centinaia di giovani che ballano, nonostante la questura da ore li tenga sotto sequestro sui viali. Qualcuno prova pietosamente a giocare queste immagini contro la “violenza” di altri momenti della giornata. Ancora una volta, non avete capito niente. Quelli che ballano con sfrontata provocazione alla faccia degli sbirri sono gli stessi che hanno fronteggiato con determinazione le cariche della polizia, che hanno poco prima attaccato la zona rossa in via Zamboni, che hanno indossato un passamontagna e hanno lanciato i razzi, o che hanno protetto e sostenuto chi l’ha fatto. La gioia della lotta e l’odio per il nemico alimentano sempre, insieme, la forza sociale e collettiva che si oppone all’unica violenza esistente, quella di chi l’8 novembre stava in Piazza Maggiore e di chi ogni giorno sta a Palazzo d’Accursio.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni