Opporsi alla crisi guerreggiata

Opporsi alla crisi guerreggiata

Nonostante siano passate quasi due settimane dal 13 novembre, è ancora difficile trovare una riflessione lucida e completa su quanto successo a Parigi. Questo, ovviamente, perché siamo in una situazione che vede nella complessità il suo carattere preponderante; ma, in ogni caso, la complessità è un aspetto che caratterizza tutta la realtà che ci circonda. Dunque, anche nella complessità bisogna essere in grado di dire qualcosa di sostanziale. E, soprattutto, qualcosa che stia nelle corde dei nostri ragionamenti. Qualcosa che si discosti dalle valutazioni a caldo da social network e dai discorsi mainstream – principalmente securitari – della classe dominante.

Per fare una lettura di questo tipo, bisogna prendere le distanze sia dai discorsi subalterni alla pace – quelli, per intendersi, alla Papa Francesco (che, per la cronaca, è a capo di uno Stato che ha tagliato teste per migliaia di anni) – sia da quelli subalterni alla guerra, che identificano l’Isis come male assoluto, e che vengono declinati nei modi più svariati, dai progressismi “per bene” di Renzi, Hollande, Cameron o Obama, pronti ad indossare l’elmetto per difendere i valori universali della civiltà, fino agli sciacalli reazionari come i nostri Salvini, che con la retorica dei barbari provano a infiammare le passioni popolari.

Partiamo da un dato certo: sì, siamo in guerra. O meglio: lo sono i nostri governi, ormai da ben più di 14 anni. E ora stanno tirando dentro anche noi.

Fino ad ora questa guerra è rimasta lontano dai nostri occhi, ma sicuramente non da quelli di molti. Ora: possiamo continuare a far finta di niente, e a parlare di “terrorismo cieco e inspiegabile”, oppure, possiamo leggere i recenti attacchi come una risposta a ciò che l’ISIS continua a vedere come un continuo attacco allo Stato Islamico e al Califfato.

Viviamo infatti in un mondo di guerra in cui Russia, Francia e USA bombardano costantemente la Siria, mentre l’Arabia Saudita attacca lo Yemen, l’esercito statunitense resta in Afghanistan, e in Mali continuano le operazioni francesi.

La Francia in primis è in guerra da svariati anni, oltre ad esserlo fin dai tempi delle conquiste coloniali: l’aumento esponenziale di profughi e rifugiati in Europa a cui abbiamo assistito di recente ne è la prova, e non sembrano esserci prospettive di miglioramento. Ora, è la stessa Francia che, dopo aver venduto per anni armi a Egitto e Emirati Arabi, si sente sotto attacco e presa di mira, con i 128 morti del 13 novembre scorso e con i precedenti attacchi alla redazione di Charlie Hebdo.

128 morti: un numero impressionante, che mostra in tutta la sua crudezza l’assurdità di una violenza che ha fatto vittime tutte civili. Ma un’analisi lucida e attenta mostra che le 128 morti di Parigi sono quasi quanto le 150 quotidiane che in Siria si susseguono, costantemente, dal 2011. Sì, siamo dunque in guerra, l’Europa tutta è in guerra. I nostri morti in una guerra che nostra non lo è affatto.

Una guerra, tra l’altro, diversa dalle solite, diffusa, in quanto non ha confini territoriali né limiti temporali ben definiti (George Bush l’aveva chiamata “la guerra infinita”), e che sta entrando negli spazi urbani e metropolitani. Lo si poteva intuire già nel 1991, con i primi bombardamenti in Iraq: è una guerra che non può più essere letta come banale scontro fra civiltà o religioni, ma che vede contrapposte le potenze occidentali e l’Isis, che altro non è se non una potenza emergente, con soldi, armi e, soprattutto, petrolio. Si tratta, in poche parole, di una guerra di competizione sul mercato geopolitico.

A questo punto, coloro che si sono accorti di tutto questo solo dopo gli attentati di Parigi, o sono ipocriti, o stanno dalla parte di chi non solo questa guerra l’ha creata, ma che ora usa anche la retorica securitaria, quella del paradossale “sospendere le libertà per difendere la libertà”, per legittimare le più invadenti pratiche di controllo sulla popolazione, in un tentativo di normalizzazione dello “stato d’emergenza” (che fa rima con “stato di polizia”). Questi soggetti – non solo Hollande, Renzi, Obama, ma anche i baroni della guerra che costellano le università italiane e i pennivendoli che istigano all’odio – sono gli stessi che hanno creato l’ISIS, armandolo e radendo al suolo l’Iraq, e sono gli stessi che ora ci usano come scudi umani per i loro profitti e per i loro interessi.

E, più di tutto, sono gli stessi responsabili della crisi che viviamo quotidianamente sulla nostra pelle. Infatti, dove la crisi assume dei tratti di comando e controllo politico – dove, cioè, essa diventa permanente – diviene permanente la guerra stessa. L’alternativa tra “guerra” e “pace” non esiste più, non può essere presa in considerazione: perché l’unica pace possibile è quella della crisi.

Proviamo, dunque, a domandarci: dov’è che l’Isis attecchisce? Dov’è che trova le sue reclute? Analizzando le biografie degli attentatori – considerando anche il caso di Charlie Hebdo – salta subito all’occhio il fatto che molti di loro siano cittadini europei, francesi. Sono i giovani immigrati di seconda o terza generazione, i balieuesards che sulla loro pelle portano cicatrici più o meno antiche: da un lato, quelle della violenza strutturale, quotidiana, insita nella stigmatizzazione, nell’isolamento e nella marginalizzazione sperimentati giorno dopo nelle periferie francesi, e posta sistematicamente in essere dai media, dalle istituzioni francesi (Sarkozy definiva la popolazione delle banlieue “racaille”, ossia “feccia”) e dalla polizia, con i suoi abusi, le sue violenze, e soprattutto con le sue uccisioni; dall’altro lato, restano le cicatrici di più antica data: quelle dei lunghi bombardamenti occidentali nelle ex-colonie.

Non è un caso che l’Isis trovi proprio qua un bacino da cui attingere nell’arruolamento dei suoi combattenti: non solo offrendo un reddito (circa 450$ al mese), ma, soprattutto, offrendo un’aspettativa e una possibilità di riscatto alla rabbia accumulata. Certo, un riscatto perverso, ma questi soggetti sono prodotti solo ed esclusivamente da questo – da crisi, impoverimento, sfruttamento, declassamento, sottrazione del futuro e delle aspettative generati dalla crisi e dal capitale.

La religione non c’entra nulla. L’Isis e l’orrore di Parigi sono il prodotto dell’orrore della crisi che quotidianamente ci viene imposta.

Ci viene chiesto di stare contro o con l’Isis: il punto non è stare da una parte o dall’altra. Il punto sta nel distruggere e trasformare radicalmente queste costruzioni del capitale, scomponendole e ricomponendole in una direzione opposta; e per questo è fondamentale continuare l’analisi evitando la dismissione di un punto di vista antagonista, come molti rischiano di fare in questi giorni. I nodi da invertire e rovesciare sono difficili da individuare se si parte da una posizione che prende i colori della bandiera francese sull’immagine del profilo di Facebook (e la retorica della “democrazia” contro i barbari, per quanto calata in un linguaggio più o meno edulcorato, non se ne discosta troppo) o rifugiandosi nell’ideologia, o addirittura se ci si sente in dovere, prima di tutto, di precisare di non avere nulla a che fare con l’Isis. Ma davvero dobbiamo sentirci in dovere di fornire giustificazioni? Perché chi da sempre lotta contro il capitalismo e chi lo incarna, dovrebbe precisare che non ha nulla a che vedere con l’Isis? Non ci servono giustificazioni, sappiamo chi ha creato questa guerra e sappiamo che sono loro ad avere a che fare con l’Isis e a doversene giustificare.

Sappiamo chi sono quelli che ci hanno resi bersagli e scudi umani di una guerra che nessuno di noi ha mai voluto o dichiarato. Dovremmo rigettare questa guerra contro loro, contro la governance della crisi infinita, contro i propagandisti di regime, contro quelli che sono gli unici veri responsabili delle nostre morti. Sono loro i fautori della nostra insicurezza, e potremmo ritenerci al sicuro solo una volta cacciati tutti. Salvini, per una volta, si erge ad esempio per tutta la sua categoria: si dice pronto a partire per la guerra da un giorno all’altro. Bene, diciamo noi, partite tutti insieme: Salvini, Belpietro, Renzi, Hollande, Obama, e tutti gli altri fomentatori ed agitatori di questa guerra. Combattete la vostra guerra, noi non siamo più disposti a morire per i vostri interessi e per i vostri profitti.

Solo ponendoci il problema di come destrutturare e ricostruire in forma opposta le radici su cui il capitale si basa allo stato attuale, potremo davvero porci e schierarci contro questa guerra, che sì, è la loro guerra e non la nostra, ma che si alimenta anche sulle mille difficoltà e su un’assenza sostanziale di un conflitto collettivo e radicale, che, di certo, non possiamo fare con i buoni sentimenti.

Dobbiamo capire anche qui da noi, nel ventre del nemico, come organizzarci per sconfiggerlo in tutte le sue forme: un buon inizio sembra essere stata la giornata di domenica, a Parigi, in cui migliaia di persone sono scese in piazza contro la Cop21, sfidando apertamente lo stato d’emergenza e rifiutando lo stato di polizia imposto.