Fronte nazionale e frontismo: due facce dello stesso nemico

Fronte nazionale e frontismo: due facce dello stesso nemico

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Le recenti elezioni francesi esemplificano concretamente due problemi cui ci troviamo di fronte: l’opzione fascista e la risposta all’opzione fascista. Non c’è dubbio, infatti, che l’affermazione del Fronte Nazionale in Francia, il lepenismo in salsa italica di Salvini, il governo Orbán in Ungheria e vari altri esempi europei indichino l’urgenza di contrapporsi a partiti e figure reazionarie che assumono le vesti di una sorta di fascismo 2.0. Al contempo, i festeggiamenti per lo spirito repubblicano francese dopo la sconfitta della Le Pen ai ballottaggi delle regionali rinnova la validità di un vecchio proverbio: magari la pezza non sarà peggio del buco, ma certo è a noi ugualmente nemica. Quello spirito repubblicano si incarna oggi nello stato di emergenza austeritario dei socialisti e nella vittoria di Sarkozy (quello che nel 2005 chiamò racaille, cioè feccia, i giovani banlieuesarde in rivolta).

Allora va detto e ribadito con estrema chiarezza. L’opzione rezionaria-fascista ha caratteristiche nuove, è figlia diretta della crisi, è il prodotto delle politiche di austerity e impoverimento, portate avanti innanzitutto dai governi di sinistra. Da tempo abbiamo detto che un Matteo tira l’altro, sotto il trucco della Le Pen si nasconde il volto di Valls, europeismo e nazionalismo si aggirano come un’inseparabile coppia di fatto. Non si sconfiggerà il cane senza abbattere il padrone.

Chi oggi arretra su un discorso frontista, si consegna nelle mani dei carnefici. Limitarsi ad agitare lo spettro dell’Isis o delle camicie brune, significa chiudere gli occhi davanti alla crisi guerreggiata di cui sono responsabili i governi europei. L’opposizione non è allora tra democrazia e fascismo, perché il secondo termine si nutre del primo ed è al suo servizio. Il fronte nazionale ha bisogno del fronte democratico. L’opposizione è tra entrambi i termini da una parte e un processo di trasformazione radicale dall’altra. Come lo si costruisce? Questo è ovviamente il punto.

È noto come la demagogia reazionaria agisca e si radichi tra quei soggetti e in quegli spazi metropolitani duramente colpiti dalla crisi e dalle politiche di austerity. Lo fanno operando una scelta di parte all’interno della composizione sociale, cioè giocando alcuni segmenti contro altri, fomentando quindi un conflitto orizzontale che impedisce quello verticale. La sicurezza viene così mistificata, astratta dalla dimensione sociale in cui nasce e mutata in questione di polizia. Su un altro versante, il cosiddetto islamismo radicale ha costruito la propria base di massa rispondendo ai bisogni di soggetti che ne vengono continuamente deprivati, offrendo per di più una chiara individuazione del nemico che ne è la causa e la possibilità di vendicarsi. È una sorta di welfare militarizzato, laddove è entrato in crisi lo scambio socialdemocratico tra garanzia dei bisogni primari e libertà di classe, ovvero ciò che connotava la funzione di controllo del welfare state classico.

Il problema che ci dobbiamo porre per rovesciare pezzi consistenti di quella composizione è come si agisce la questione dei bisogni senza restarne intrappolati. Senza, cioè, feticizzare il bisogno: così facendo, infatti, si finisce per privare la figura del subalterno della propria soggettività, riproducendola così di continuo nella sua condizione di miseria e separatezza rispetto a chi si propone di rappresentarla e parlare in sua vece (esattamente come fanno le opzioni reazionarie e le istituzioni politiche e religiose, dalla socialdemocrazia al Fronte Nazionale, dalla Chiesa cattolica all’Isis). Il problema è dunque costruire percorsi di trasformazione e controsoggettivazione a partire dal bisogno, e al contempo di trasformazione del bisogno e del soggetto che ne è portatore. Nella feticizzazione e rappresentanza del bisogno non c’è costruzione di soggettività autonoma.

Per intraprendere questa strada, è necessario evitare qualsiasi scorciatoia. È una scorciatoia quella istituzionale (se poi si risolve in opzioni da decimali e prefissi telefonici, come è stato negli ultimi decenni per progetti infarciti da roboanti retoriche, la serietà della tragedia cede il posto alla comicità della farsa). È una scorciatoia quella che tenta di compiacere e impressionare l’opinione pubblica, come se questa e il suo legittimo genitore, ovvero la società civile, non fossero già da tempo spaccati e polarizzati sotto i colpi della crisi. Entrambe queste scorciatoie sono subalterne al pensiero della sinistra, cioè al pensiero della sconfitta, del vittimismo e della rassegnazione compiaciuta, i cui spettri putrescenti continuano a sopravvivere alla sua fine politica. Perché la sinistra non è la soluzione, ma parte del problema. Non si conquista allora un pensiero egemonico con le elezioni o commuovendo l’opinione pubblica, ma solo ponendosi il problema concreto di costruire processi allargati di controsoggettivazione, scommettendo sulla forza potenziale di figure determinate, individuando linee strategiche di sovversione. Chi oggi fa suonare le sirene del frontismo democratico, è un nemico al pari del fronte nazionale che dice di voler combattere. Chi oggi arretra sul blandire l’opinione pubblica, si rassegna al pensiero della sconfitta e alla marginalità strategica

Hobo – Laboratorio dei Saperi comuni

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  • Robespierre

    Avete ragione l’ungherese Orban e’ un vero fascista dittatore: pensate infatti che governa dopo aver legalmente stravinto le elezioni, una cosa inaudita soprattutto in Italia dove questo non succede ormai da quasi dieci anni.