Sulla servitù volontaria, ovvero i baciapile dei Panebianco

Sulla servitù volontaria, ovvero i baciapile dei Panebianco

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Circa 1.400 docenti, ricercatori e rappresentanti delle caste che compongono il feudo dell’Unibo hanno devotamente firmato un appello in solidarietà (!) di Angelo Panebianco. Per ricambiarli del gesto di prona obbedienza, negli stessi giorni il barone nero faceva uscire un articolo in cui sostiene che il problema non è la morte di Giulio Regeni, ma il ritrovamento del suo cadavere che imbarazza il governo militare e mette in crisi “i nostri rapporti commerciali e i nostri investimenti in Egitto” (sic). Insomma, avrebbero dovuto far sparire il corpo, come hanno fatto a Scienze Politiche con la foto e la targa messe dagli studenti sull’aula autogestita a lui dedicata, chiusa da un’amministrazione che ha così palesato da che parte si schiera. Ecco le “teorie della pace e della guerra” insegnate da questo signore che ora si finge un perseguitato politico, dal ricco conto in banca e che ha come pulpito della propria espressione il più grosso quotidiano italiano.
Che tristezza quegli slogan pieni “di muffa e ragnatele”, strepita Panebianco dopo aver rispolverato l’allegro slogan mussoliniano “burro o cannoni”. Prevalga la moderazione, ovvero nessuno si permetta di criticarlo, urla ora da quel pulpito da cui ogni giorno predica l’urgenza della guerra. Per difendere il “libero pensiero” (cioè il suo, quello al servizio dei dominanti) Panebianco invoca la costruzione di un “solido muro”, magari simile a quello di Israele in Palestina. Detto fatto: ecco che Scienze Politiche diventa zona di guerra, popolata di polizia e checkpoint per entrare a lezione. Peccato che nell’università-azienda di cui Panebianco e i suoi colleghi neoliberisti sono ferventi sostenitori, il suo corso con appena 7 studenti sarebbe stato chiuso in quanto non produttivo. Ora, per giunta, per il suo “gruppuscolo” a cui insegna l’estremismo guerrafondaio, il barone con l’elmetto fa buttare via i soldi pubblici impiegati per militarizzare l’università e farsi quotidianamente accompagnare da una ventina di agenti della Digos e in borghese.
E per chi osa, dall’interno dell’accademia, non dare la solidarietà al Mossad dell’Unibo? Eccolo servito, ovviamente nel nome del libero pensiero e della sacra libertà d’espressione: “qualche cattivo maestro per la verità, ancora c’è: un amico mi ha mandato copia di un articolo scritto da un «collega» — sic — che inneggia al manipolo di eroi venuti da me per impedirmi di parlare”. Dunque, i (pochissimi) docenti la cui opinione è opposta a quella di Panebianco sono falsi colleghi e cattivi maestri, cioè da mandare in galera come è già avvenuto a suo tempo.
Ma perché Panebianco e i suoi 1.400 vassalli, valvassori e servi della gleba hanno tanta paura di queste correnti di “estremismo” e di “gruppuscoli”? Ecco che, involontariamente, dalle sue righe emerge uno squarcio di verità: “Che quelle correnti diventino oppure no pericolose dipende da un insieme di condizioni (che non è sempre facile individuare). Possiamo forse limitarci a dire che nei momenti in cui (per esempio, a causa di prolungate crisi economiche o di cambiamenti radicali nel quadro politico internazionale), si diffondono ansia, paura e insicurezza, allora c’è il rischio che quelle correnti si ingrossino”. La verità è che l’Italia è un paese in guerra: la guerra della crisi e la guerra guerreggiata, entrambe teorizzate dai liberi pensatori alla Panebianco, entrambe subite da noi, a cui la libertà viene quotidianamente negata. La verità è che questi “gruppuscoli” parlano il linguaggio dei molti, di chi non vuole più pagare i costi delle loro guerre e delle loro crisi. La verità è che, con gli aerei pronti per bombardare la Libia a nostre spese e il dilagare di precarietà e impoverimento, per poter continuare a servire fedelmente il loro principe di turno i suoi consiglieri devono mettere a tacere chi dice basta a paura e insicurezza e vuole trasformare le proprie condizioni di vita.
Non sorprende che i reazionari e i loro silenziosi complici sostengano senza se e senza ma il barone nero. Ma c’è qualcosa peggio di loro: chi ipocritamente dice “non condivido le opinioni di Panebianco, ma…”, esattamente come quando sugli autobus o nei bar sentiamo dire “non sono razzista, ma…” e capiamo subito da che parte stanno. “Così non si parla della guerra in Libia e si parla solo della contestazione”, si fingono indignati i sinistri docenti (o i precari che portano loro le borse e devono gareggiare a chi è il servo più fedele): peccato che non ci eravamo accorti che prima della contestazione prendeste posizione contro la guerra e che, conseguentemente a essa, foste pronti ad andare al di là di un inutile post su facebook, pronti a mettervi in gioco, pronti a rischiare in prima persona perfino – tenetevi forte – la vostra carriera accademica! “Un conto è il Panebianco professore e un altro il Panebianco editorialista”, come se esistesse un sapere neutro, non responsabile verso i fatti del mondo, un oggetto indiscutibile che appartiene esclusivamente ai rappresentanti della casta accademica, cioè a loro. “La critica rimanga fuori dalle aule universitarie”: non è che avete forse paura che qualche studente e precario davvero libero possa legittimamente venire a chiedervi conto di quello che fate, dite e riproducete? Tra i firmatari dell’appello, del resto, vi è gente che sul pensiero critico ha costruito la propria carriera, purché quel pensiero critico non diventi mai critica del pensiero, non si incarni cioè nella critica dei padroni che li remunerano. E’ una merce che deve essere messa a valore nei convegni internazionali e nella busta paga, guai se diventa strumento per lottare contro i rapporti di sfruttamento e di potere là dove si vive, studia e lavora: a quel punto si barricano nel loro studiolo e chiamano la polizia. Del resto, si sa, non si sputa nel piatto dove si mangia, anche a costo di chiudere gli occhi se il tuo vicino d’ufficio scrive degli articoli in cui inneggia allo scontro di civiltà, auspica la carneficina (degli altri) e invita ad affogare nel Mediterraneo i migranti – il tuo ben retribuito oggetto di studio. Prima di parlare di libertà, se ce la fate ad assumere una posizione eretta e guardarvi allo specchio, dovreste aver studiato o almeno letto da qualche parte che dove c’è servitù non vi è libertà.
All’inizio del grande romanzo “L’uomo senza qualità”, Robert Musil (quello sì un conservatore intelligente) descrive il tempo con lunghe e raffinate parafrasi, elencando i minimi barometrici, le isoterme e le isòtere, l’oscillazione aperiodica della temperatura, le fasi lunari, l’anello di Saturno. E conclude così: “Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913”. Così, dopo aver prodotto elaborate analisi su servitù e produzione dell’uomo accademico per definire chi ha firmato l’appello a sostegno del barone con l’elmetto, è forse giunto il momento di concludere alla Musil. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: trattasi semplicemente di leccaculo. E allora, cosa ve ne fate voi della libertà d’espressione se la vostra lingua è così impegnata in questa vile attività?

Assemblea di Scienze Politiche

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