Paris, debout, souleve toi!

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0. È marzo inoltrato, a Parigi fa freddo e a volte la neve ti sorprende, e il fermento che gravita attorno a place de la Republique – Nuit Debout, sindacati più o meno conflittuali, le commission d’action, le realtà di migranti, antipsichiatriche e antispeciste – e al clima di rifiuto che si respira tra licei, scuole professionali e atenei, e tra gli ”intermittents du spectacle” (artisti e tecnici) di cui le giornate del 9, 17, 24 e 31 marzo sono state una chiassosa e a tratti dirompente manifestazione, ribolle in preparazione dello sciopero generale del 59 marzo (28 aprile).
Anche se il comune sentire è che si stia vivendo un momento di contrazione del movimento, sembra che i concetti e le pratiche di marzo – il non rivendicare nulla in particolare da parte dei giovani e giovanissimi, “se la vita è così è una merda” -, con il ritiro immediato della Loi Travail vogliano cancellare aprile e mangiarsi anche maggio. Quel che sembra è che ci si stia organizzando per riaccendere la miccia. Quel che sembra è che marzo non voglia proprio finire.

1. Già nei giorni precedenti lo sciopero, a seguito della chiusura della didattica per le vacanze primaverili e il conseguente affievolirsi delle iniziative studentesche, altri pezzi di composizione sociale si erano autorganizzati in pratiche confluittuali e avevano messo in pratica una serie di occupazioni, come I lavoratori del teatro Odeon cui arrivava immediatamente la solidarietà dei lavoratori del “Theatre National Strasbourg Comedie” .
La giornata del “greve general” comincia a Place Denfert-Rocherau dove si respira aria frizzante. Precari, disoccupati, ma soprattutto tantissimi giovani liceali e universitari: nessuno ha intenzione di fare una sfilata ma sono tutti determinati per dire “NON” alla Loi Travail.
Verso le 14.30 i sindacati, in particolare Force Ouvriere (FO, vicino ai socialisti), non riescono più a trattenere le decine di migliaia di persone scese in piazza. Gli studenti fanno saltare il tappo e prendono la testa del corteo.
Arrivati a Place Valhubert si manifesta tutta l’antipatia nei confronti di Crs e Gerndarmerie fino a giungere a Place de la Nation.
Se pur si volesse sarebbe impossibile distinguere “les casseur” che saccheggiano la città da una parte e “les pacific”, i cosidetti manifestanti normali, perchè questi due termini esistono solo nella narrazione che appartiene ai media e alla casta politica che se ne serve per legittimare la repressione; narrazione che, fin da principio, è stata rigettata unitariamente da Nuit Debout e dalle diverse anime del movimento.
A Nation c’è un timido tentativo di incursione da parte dei BAC (polizia anticrimine francese) che termina in una rapida ritirata. Si attenderà il deflusso da Nation verso Republique per procedere a numerosi fermi mirati.
A Place de la Republique intanto si cominciano a costruire strutture stabili, luoghi d’incontro e discussione e al termine dell’assemblea generale si decide di occupare fino all’indomani. La Prefettura comanda lo sgombero. Alle 2 la polizia esegue dando un esempio di democratica violenza.

Il 29 mattina Place de la Republique è comunque di nuovo piena.

2. Partiamo da ciò che c’è.
C’è la Loi Travail che cerca di smantellare l’ultimo residuo di welfare che ancora resiste, operazione già riuscita nell’Europa del sud, dove la politica ha lasciato spazio alla governance della crisi (Italia, Grecia e Spagna). E tuttavia quel residuo e dunque l’opposizione alla legge, più che l’oggetto delle lotte, sembrano un pretesto per rivoltarsi. Il sentire comune, almeno in robuste minoranze giovanili, è che non ci sia più nulla da difendere deresponsabilizzazione, e tutto da combattere.
C’è un’eccedenza giovanile che la politica classica non riesce a inglobare – e rendere subalterna – e un processo di soggettivazione che procede a balzi – nello stato di mobilitazione permanente, nelle continue commission, nella discussione e nello stare insieme – che consente di smascherare I responsabili del declassamento e dell’impoverimento generalizzato.
Sappiamo che la crisi produce soggettività accettanti volte alla soddisfazione immediata del bisogno in cambio di autonomia e libertà; e che è nel percorso che porta all’impoverimento e al tradimento delle promesse che la politica non riesce più a mantenere che si possono creare dei processi rivoluzionari.
“Non rivendichiamo nulla” significa proprio questo: rifiuto di chi non si accontenta solo del ritiro di una legge che peggiora semplicemente un sistema già marcio, ma che desidera romperlo partendo dalla diversità, dall’estraneità alla classe politica e ai comportamenti istituzionali.
È qui che si colloca Nuit Debout, che, se non è il polo centrale delle rivolte, pur con tutte le ambivalenze rimane comunque un megafono per ogni genere d’ iniziativa e un luogo fondamentale di aggregazione dove chiunque può ritrovarsi e discutere. Per rallentare, per ricostruire una soggettività rivoluzionaria di fronte all’accelerazione dello sfruttamento, per creare nuovi spazi di socialità in contrasto con i luoghi spersonalizzanti della democrazia.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

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