Allons, enfants de la revolte! Considerazioni sul lungo marzo francese

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Sono già passati due mesi da quando Parigi ha iniziato ad alzarsi in piedi. In questi due mesi è cresciuto un movimento forte, capace di mettere sotto pressione il governo e scatenare una forza collettiva che sa tanto di liberazione, da condizioni materiali e esistenziali sfavorevoli, da questa vita di merda in cui siamo calati, da uno “stato d’emergenza” che cercava di modellare e deprimere la vita degli abitanti della metropoli.

Attorno a Place de la Rèpublique coesistono pratiche e modalità a volte diverse tra loro, che convergono però nell’individuazione di un nemico comune e nella rottura della normalità quotidiana praticata collettivamente, o meglio nella creazione di un vero e proprio potere destituente scagliato contro il governo della crisi, l’autorità e la politica dei sacrifici e delle emergenze, incapace ormai di convincere gran parte della popolazione.

Sarebbe però sbagliato cercare di comprendere il movimento francese attraverso la sola Nuit Debout. Così come sarebbe sbagliato ridurlo all’opposizione della Loi du Travail. Nuit Debout e lotta a Loi du Travail sono legate a doppio filo nel processo di lotte che in Francia si sta sviluppando, e servono l’una all’altra per riprodurre e far crescere il movimento. Allo stesso tempo sarebbe estremamente esemplificativo anche pensare che tutto si esaurisca in questi soli due momenti e che questi non abbiano differenze, punti di forza e limiti specifici.

La Nuit Debout presa da sola è rituale civico, la lotta alla Loi du Travail rischia di rimanere intrappolata nella vertenzialità; è l’esplodere del protagonismo della composizione giovanile più o meno studentesca a spostare l’equilibrio dalla parte della rottura rivoluzionaria.

Un altro errore in cui è necessario non cadere è cercare di leggere e comprendere questi fenomeni con categorie, lenti e riferimenti propri dei movimenti sociali italiani. E’ differente il contesto socio-economico, è differente il livello della crisi della politica e della “democrazia” e sono differenti i caratteri di mobilitazione, oltre all’eredità delle lotte passate. C’è però un punto chiave di condivisione: i soggetti disponibili e desiderosi di mettersi in gioco in prima persona, ossia perlopiù precari di seconda generazione, studenti e segmenti di quel ceto medio che così come in Italia sta subendo crescenti processi di impoverimento, seppur in modi e forme in parte differenti. Quello che ci interessa è individuare linee di tendenza che in questo contesto si sviluppano e spesso eccedono la stessa vertenzialità della lotta, così come processi di soggettivazione che in questo fermento si danno.

Place de la Rèpublique rimane l’epicentro del movimento, il polmone del corpo collettivo, ma non il cuore pulsante. E’ dai comitati, dalle realtà più o meno organizzate, dalle assemblee in università e dalle scuole superiori occupate che riceve forza, vitalità ed entusiasmo. L’aspetto che crediamo più interessante è la processualità specifica di questo movimento sia in termini di pratiche che di consapevolezza di sé e della propria forza.

Alla base della messa in gioco di chi attraversa le piazze sembra esserci la volontà di riappropriarsi innanzitutto di tempi e spazi. Parigi è una città in cui non ti fermi se non per conseguire un obiettivo; i costi della vita che devi sostenere non ti consentono di distrarti, non puoi permetterti di rimanere indietro. In questo senso la presa di uno spazio sia fisico che metaforico contribuisce e rende possibile la costruzione di un sentimento comune che si può declinare come volontà di trasformazione e rottura con l’esistente o semplice ribellione, di quella che leggiamo nei libri o sentiamo nei testi delle canzoni.

Si dice che un nuovo mondo è possibile nella creazione di qualcosa di nuovo o che semplicemente non abbiamo conosciuto. Per chi è cresciuto con tempi e ritmi di vita scanditi freneticamente, riuscire semplicemente a scollarsi di dosso un mondo di aspettative e di promesse tradite può essere il primo passo verso la creazione di una soggettività non accettante.

Parlando con diversi soggetti è chiaro come il susseguirsi degli eventi (dal 9 marzo ad oggi, ma forse già da prima con gli attentati di novembre) e la rispettiva risposta repressiva della polizia abbiano inciso profondamente sulle biografie di chi attraversa questo movimento. Capire che la forza e l’incisività è una conquista collettiva, che resistere alle brutalità della polizia è possibile, come lo è anche passare una notte in cella insieme a tant* altr*, o anche solo imparare a come farsi largo nella metropoli rifiutando i ricatti della compartimentazione delle proprie vite attraverso pratiche illegali e di rottura, ha portato ad un senso comune di appartenenza e di scontro contro quegli stessi nemici che provano a dividerli. Ed ecco che un presidio in solidarietà agli arrestati diventa un momento di condivisione di pratiche e metodi per difendersi dai gendarmi per le prossime volte, o una manif sauvage diventa l’occasione per imparare nuovi modi di stare in piazza.

Un aspetto però che ci preme sottolineare e mettere a tema è la questione dei livelli di mobilitazione e conflittualità attorno al nodo organizzazione-spontaneismo. Se ad un sistema fluido, una risposta ugualmente fluida è quasi fisiologica, è pur consequenziale che questa stessa fluidità sarà intrappolata e fagocitata nelle maglie del capitalismo contemporaneo. L’impressione è che i numeri nelle piazze siano ancora molto legati alla capacità di mobilitazione dei sindacati, forse ancora l’unica forza organizzata. Questo si è visto anche la sera del 10 maggio, mentre il governo tentava la prova di forza con l’articolo 49.3. All’assenza della chiamata dei sindacati, si è risposto con numeri di piazza meno consistenti del previsto. Parallelamente, è nei grandi cortei chiamati o partecipati dalla base dei sindacati (più o meno conflittuali) che la composizione giovanile trova l’habitat per ritrovarsi ed esprimere la propria rabbia. Nelle varie tappe che il movimento si è dato infatti, la testa del corteo è stata attraversata da un numero sempre più consistente di persone pronte a praticare un conflitto radicale. La sensazione è che sia in questi momenti di piazza che si mette in moto quel circolo virtuoso per cui la radicalità dei cosiddetti “casseurs” vada poi a contagiare anche le frange più propense alla sfilata, rendendo inutilizzabili quelle categorie che i media cercano di affibbiare al movimento. Ed è proprio qua che dobbiamo sforzarci a leggere il momento in termini di processualità: se è vero che la dipendenza dai sindacati si sente ancora, la tendenza sembra essere quella di una radicalizzazione sempre più estesa dei soggetti in campo, dal giovane studente all’impiegato. Ed è ancora in questi momenti -come ci hanno raccontato alcun* compagn* che stanno vivendo in prima persona il “lungo marzo francese”- che i bianchi, protagonisti di questo movimento, possono tentare “prove di trasmissione” con i giovani delle banlieue e viceversa, oggi ancora piuttosto assenti. Non è infatti con le interminabili assemblee della Nuit Debout che i giovani banlieusard possono dialogare e sentirsi parte di un tutto col movimento, ma nello scontro con la polizia (che già vivono quotidianamente), nella rottura diretta del potere e dell’autorità, nel “tutto e subito” rivendicato collettivamente. La capacità di estendere il conflitto a questi spazi sociali potrà essere una significativa chiave di volta per tutto quanto si sta costruendo in termini di radicalità.

In parziale controtendenza con quanto visto e vissuto in questi giorni, ci sono parsi invece i due giorni di incontro internazionale del Global Debout in costruzione del #15M, tenuti sabato 7 e domenica 8 maggio, disertati da gran parte delle realtà parigine e dalla maggior parte delle Nuit Debout nate nel resto della Francia. Lungi dall’essere in grado di pronosticare come questa 2 giorni di discussione prenderà forma nelle varie città europee e non solo, la sensazione è stata di essere stati spettatori di un ritrovo di quel ceto politico di movimento che, nel “migliore” dei casi cerca di importare un format scollegato dalle esperienze di lotta che nello specifico territorio si danno, nel peggiore sta alla finestra pronto a raccogliere l’occasione per istituzionalizzare un’esperienza che nelle seppur varie (e numerose) ambiguità che porta in seno, è stata fin da subito uno spazio (e una temporalità) che ha saputo squarciare quella cappa di nebbia che la politica “dei piani alti” aveva fatto calare sulla città e in tutto il paese. Le discussioni sulla democrazia o le prove di voto con cartellini colorati ci hanno subito rimandato ad un congressino di delegati di un’autoproclamata eredità della Nuit Debout a cui non avremmo mai voluto assistere.

Per concludere, pensiamo che il portato di questa lotta sia significativo in termini di destituzione della politica così come l’abbiamo conosciuta finora, di riconquista di spazi e di tempi di vita anche e soprattutto della composizione giovanile finalmente di nuovo protagonista, di costruzione di un noi nuovo e diverso dalle categoria conosciute fino ad oggi e in breve, di una volontà di scrivere una nuova storia in cui insieme è meglio che stare da soli.

Sforzandoci a guardare anche oltre l’orizzonte e immaginare prospettive future, è chiaro come i momenti di mobilitazione massiva e radicale siano l’ossigeno che può portare avanti questo movimento, che può permettergli scarti in avanti e agguati significativi alla controparte. Altrimenti il rischio sarebbe quello di impantanarsi su se stesso e iniziare a girare a vuoto. Se l’accumulo di forza e di sedimentazione entro l’estate sarà consistente, questo sole continuerà ad illuminare la notte; se la malattia dell’istituzionalizzazione e della via elettorale contagerà invece anche questo corpo, sarà morte certa.

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