Appunti militanti per una scommessa politica sull’università

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“Buona parte delle pratiche organizzative e degli strumenti di analisi che abbiamo utilizzato nell’agire politico universitario fino al 2008-2010, oggi non funzionano più o girano abbondantemente a vuoto”. È passato un anno da quando individuavamo questo come il punto di partenza, necessario ma non sufficiente, per reimpostare un discorso e una pratica di intervento politico dentro e contro l’università riformata. In questo anno abbiamo cercato faticosamente di muoverci in quella direzione, facendo qualche piccolo passo in avanti, riscontrando ancora grossi limiti e punti di blocco. Il “noi” di cui parliamo è quello del nostro collettivo, però è anche un “noi” più ampio delle realtà organizzate di un movimento militante in assenza di un movimento reale. Poco conta a questo livello di analisi tracciare i confini su dove finisce l’uno e dove inizia l’altro, accaparrarsi di eventuali meriti, accusare altri di sicuri errori. Il problema alla base del ragionamento è se oggi vogliamo scommettere sull’intervento politico all’università, ovvero sulla possibilità tendenziale di farne un luogo di processi di lotta e sovversione complessivi. Noi pensiamo che la scommessa sia più che mai valida.
Attenzione, però. La scelta di questa scommessa, in senso forte, non va confusa con la semplice riproduzione di un intervento all’università. Quest’ultimo diventa infatti troppo spesso la mera convenienza di un bacino utile per la riproduzione militante, ossia di un ceto militante che dopo essersi fatto le ossa nel box dei giovani, si dedicherà alle cose ritenute importanti per la propria struttura di riferimento. Ci sembra un errore per almeno due motivi. Il primo è che una scommessa strategica deve partire dal ruolo baricentrale della merce-sapere e della formazione della soggettività che la produce, avendo come fine un processo rivoluzionario di demercificazione e controsoggettivazione, traducendolo nella pratica dentro e contro l’industria universitaria esistente. Il secondo errore è che, come abbiamo più volte riscontrato, rischiamo di essere identificati anche noi come ceto politico, funzionari di organizzazioni percepite in modo non troppo diverso da quelli di partiti e istituzioni. E spesso, anche se non lo siamo, ci comportiamo in questo modo, risultando un corpo estraneo verso cui spesso si prova indifferenza o in qualche caso addirittura scherno e ostilità. Questo errore si rivela ancora più pesante in una fase storica in cui la cosiddetta “anti-politica” è un sentimento comune tra gli studenti e le fasce giovanili. Sappiamo ormai bene che quell’“anti-politica” è profondamente ambivalente, esprimendo da un lato un processo di spoliticizzazione sociale, dall’altro un rifiuto per le forme della politica istituzionale. Dentro questa ambivalenza dobbiamo imparare a muoverci, sperimentando un utilizzo politico dell’anti-politica, che diventa tuttavia impossibile nella misura in cui seguiamo le orme – magari nel piccolo e in modo marginale – della rappresentanza di un movimento che non c’è e nel cui nome parliamo.
Per fare una scommessa strategica dentro l’università, è dunque fondamentale comprendere come essa funziona e produce, come bloccarla e colpirla, quali sono i soggetti e gli interessi in gioco, come si divide e potenzialmente si spacca, cioè qual è la nostra parte potenziale e chi è il nemico concreto. A partire dall’Onda, e dalla nostra sconfitta, già nelle tesi citate dicevamo che dobbiamo fare i conti con le mutazioni di una soggettività studentesca che abbiamo compreso ancora troppo poco. Sostenere che serve inchiesta è banale, farla davvero è il compito militante. Il presupposto di questo ragionamento è che mettiamo a verifica e in discussione temi e parole d’ordine che hanno parzialmente funzionato in cicli precedenti di lotta. Ci riferiamo, per fare un esempio, alle battaglie contro le forme di esclusione (diritto allo studio, restrizione dell’accesso, costi dei servizi): non si tratta di abbandonarle, certamente no, quanto piuttosto di chiederci se oggi rivestono una centralità per chi è dentro l’università riformata. O se invece non dobbiamo concentrarci innanzitutto sulla lotta alla forma specifica di inclusione, che impoverisce le figure studentesche di capacità e prospettive.
A tal proposito, nella mutazione della soggettività studentesca, ci sembra che si possano individuare in particolare due figure, che chiameremo studente-divano e studente-investitore. Sia chiaro, non stiamo proponendo una forzosa riduzione delle molteplici figure co-produttrici di sapere nelle strette maglie di concetti astratti, anche perché la frammentazione è oggi, nell’assenza di movimenti, il dato più evidente, ed è certamente un risultato voluto dei processi di riforma. Non ci interessa neppure, almeno a questo livello di analisi, la complessità della tassonomia sociologica o la correttezza scientifica. Si tratta invece di categorie provvisorie riscontrate nei percorsi di inchiesta e intervento fino a qui fatti e da verificare, se utili, nella costruzione e nello sviluppo di ulteriori ipotesi di ricerca militante.
Vediamo in breve di cosa si tratta, continuando in una schematizzazione funzionale a sgrossare il problema. L’università è per alcuni di coloro che vi entrano una specie di divano, che strada facendo si rivela più o meno scomodo, in cui consumare un welfare familiare in via di riduzione o precipitazione, sperare di fare qualcosa non troppo distante dai propri interessi, vivere un’esperienza di vita e socializzazione, magari in un’altra città, in grado di rimandare temporalmente l’impatto più duro con precarietà e disoccupazione. Su questo divano, collocato soprattutto nelle facoltà umanistiche, le aspettative sono da subito minime e al ribasso. Se questo tipo di studente è quello che ci è più familiare, in quanto più facilmente aggregabile, con linguaggi a noi più simili e residente in facoltà in cui vi è una tradizionale presenza di collettivi antagonisti, non è necessariamente quello più conflittuale. Anzi, proprio il livello estremamente basso di aspettative porta all’innalzamento dei livelli di accettazione di quello che c’è intorno. Negli ultimi anni abbiamo l’impressione che le forme di conflitto che lo riguardano – ancorché poche e frammentarie – abbiano riguardato non tanto le questioni tradizionali di cui parlavamo sopra, come i servizi, ma proprio ciò su cui questo tipo di studente ha delle aspettative, ossia l’università in quanto esperienza di vita e di socialità. Nel momento in cui il “divano” tradisce le proprie promesse di arricchimento soggettivo, come la possibilità di spazi di aggregazione, qui si apre una contraddizione che può essere agita.
Per altri, soprattutto in facoltà scientifiche come ingegneria, l’università è invece un investimento. Le famiglie, spesso proletarie o di ceto medio-basso, spendono i propri soldi con aspettative di un ritorno in termini di mobilità sociale, status, collocazione, reddito. Gli studenti che investono hanno in partenza una fiducia (in parziale diminuzione) nella possibilità di questo ritorno. Sono più disciplinati degli studenti-divano e, in sé, molto più distanti dalle nostre possibilità di aggregazione, perfino a noi contrapposti. Ma anticipare significa non guardare solo alle cose e alle identità come sono, ma innanzitutto a come possono diventare. Allora, la domanda che ci dobbiamo porre è: cosa accade nel momento in cui non si realizzano gli obiettivi per cui gli studenti e le loro famiglie hanno investito, ovvero si mostrano realizzabili per un numero così piccolo da non poter nemmeno essere definito risultato di una competizione meritocratica? Si rompe un patto di fiducia tra investitore e agenzia di investimento. L’accettazione delle regole può diventare rifiuto, la fiducia può diventare odio per le istituzioni responsabili, la disciplina spesa per l’agenzia può diventare disciplina per combatterla. La possibilità del conflitto è tanto più radicale quanto è frutto della rottura di un patto che contiene una prospettiva di vita. Tra quello che è e quello che può diventare vi è, ovviamente, lo spazio dell’iniziativa militante, del processo politico e della direzione rivoluzionaria da costruire.
Quando qui parliamo di studenti lo facciamo in quanto pezzo politicamente rilevante della condizione giovanile, che è una condizione storicamente determinata, da approfondire nella sua specificità. Da questa angolazione dobbiamo comprendere maggiormente che effetti soggettivi producono i processi di declassamento, il blocco della mobilità sociale, l’asciugamento del welfare familiare e la crisi del piccolo risparmio, di cui stiamo saggiando l’importanza strategica nelle lotte contro il salvabanche. E quali comportamenti oggi si esprimono, quali sono le forme di rifiuto e non accettazione che già esistono sul piano individuale o di piccoli gruppi, come si possono in tendenza trasformare in processi collettivi. Sono questi grossi temi di ricerca militante, dentro l’università e sulle sue frontiere sociali.
Ma nell’industria universitaria non ci sono solo gli studenti. Vi è l’apparato amministrativo, che riveste una crescente importanza, perché da lì passa la gestione dei fondi e di una parte crescente dell’organizzazione del lavoro negli atenei. Vi sono i lavoratori che sostengono tecnicamente la baracca, spesso appaltati a cooperative esterne, in condizioni occupazionali pessime e sottoposti a elevato ricatto, come i lavoratori della Coopservice con cui abbiamo lottato negli anni passati. Vi sono le differenti e molteplici figure della ricerca e dell’insegnamento, strutturate e precarie. Qui va detto qualcosa in più, per diradare le nebbie retoriche da cui spesso ci lasciamo avvolgere. Le sconfitte dei movimenti di ricercatori e precari tra il 2004 e il 2010 hanno evidenziato i limiti e i problemi di quel tipo di soggettività, del suo costituirsi nel rapporto di subalternità feudale e personale con il docente di riferimento (o il barone), dell’accettazione di condizioni di vita e reddito inaccettabili in cambio di uno status più o meno immaginario, quello di intellettuale giocato immediatamente contro l’identità del lavoratore. Spesso gli strati più bassi del lavoro accademico, a partire dai precari, scaricano rancore e frustrazione accumulati sullo strato più basso, che sono in questo caso gli studenti. Tant’è che questa stessa possibilità di esercitare “potere” su chi sta sotto è parte di quel salario psicologico che sostituisce in parte o addirittura in toto il salario reale di molti lavoratori cognitivi. Tali limiti e problemi non sono oggettivi ed eterni, ma bisogna averli ben presenti se vogliamo scardinarli. Così, per esempio, di fronte alle legittime campagne per la libertà di espressione dei ricercatori, ci sorge inter nos una domanda politica preliminare: davvero il principale problema dei ricercatori è oggi quello di non poter parlare, o invece è quello di non aver niente di significativo da dire, o comunque non volerlo dire per non urtare i rapporti con chi tiene in mano la possibilità della loro vita accademica?
E infine, i professori. Non dobbiamo trattarlo come un corpo omogeneo, soprattutto dal punto di vista soggettivo. Dobbiamo semmai forzare le contraddizioni interne, in tendenza puntare a una sua spaccatura. Una cosa tuttavia ci pare di poter dire: nella percezione di molti studenti il professore è l’incarnazione più diretta della controparte. Controparte in senso tecnico, colui che gestisce lo scambio tra investimento e ritorno, o tra disciplina formativa e apertura di opportunità, o ancora tra percorso universitario ed esperienza di vita. Che può diventare controparte in senso politico, nella misura in cui il patto di investimento si rompe, o il divano si ribalta. Il conflitto con i docenti, istintivo, negli ultimi anni con forti accenti giustizialisti, sicuramente ambiguo, è però ciò su cui dobbiamo insistere. Perché è lì – non solo lì ma certo innanzitutto lì – che lo studente-utente vede in forma diretta la contraddizione tra ciò che gli è stato promesso e ciò che non viene mantenuto. Meritiamo di più, ecco una sensazione comune che aleggia trasversalmente nella composizione studentesca, che racchiude diffidenza o aperta avversione alla casta, sentore di promesse tradite, possibile rottura di un patto con le istituzioni. In questo senso dobbiamo fare della valutazione un campo di battaglia, controutilizzando un dispositivo dell’università-azienda e piegandolo contro chi dell’università-azienda rappresenta in forma più diretta il potere.
Insomma, i ritornelli imparati a memoria dalla grammatica dei movimenti passati sono oggi più un tic militante che non una risorsa di conflitto, più immagine della nostra compiaciuta pigrizia che non desiderio di sovvertire il presente. Così, per esempio, la nostra inchiesta militante deve avere la capacità di radicarsi nei luoghi esistenti della socialità degli studenti dell’università riformata, perché ancora troppo poco conosciamo e frequentiamo questi luoghi – tangibili e virtuali. Questo è il percorso da seguire se vogliamo costruire percorsi di contro-socialità; a poco ci serve, al contrario, la rituale esaltazione dei nostri luoghi come quelli di una socialità liberata e demercificata, mentre questi luoghi (pur utili e basilari) sono gestiti da noi più che autogestiti da una composizione allargata, che ne è invece spesso semplice fruitrice. Da questo punto di vista, va messa in discussione una concezione standard del termine radicamento, inteso perlopiù come piantare dei militanti in un luogo, facendo in modo che educhino gli abitanti di quel luogo alla coscienza di classe. È una concezione da bottegai, da mercato al dettaglio: si apre un negozio e si cerca di vendere la propria merce. Ma la coscienza, per usare una brutta parola dell’oggettivismo marxista, o meglio la consapevolezza, si sviluppano nelle dinamiche sociali e nelle lotte, non attraverso un’opera pedagogica astratta, e ancor meno per sfinimento e pedanteria. Il radicamento, quindi, va inteso nella sua dimensione relazionale: attraverso il radicamento si determina una trasformazione di entrambi i termini del contesto, cioè le figure che lo abitano e il militante che si radica. A radicarsi infatti non è una struttura ma un progetto, un metodo, la continuità di un processo di controsoggettivazione.
Allora, per reimpostare una scommessa rivoluzionaria dentro e contro l’università dobbiamo trasformare noi stessi, smettendo innanzitutto di accontentarci nella semplice esibizione della nostra identità, nel declamare forme di opposizione collettiva che non ci sono, o rappresentando come movimento e conflitto tutto quello che, giustamente, facciamo come militanti. Ciò che facciamo sono allusioni, esperimenti, tentativi. Tutti importanti, nessuno ancora sufficiente. Questo è il tempo in cui dobbiamo seminare, ipotizzare delle anticipazioni, prefigurare possibili caratteristiche dei movimenti a venire, provare a deviare la tendenza. Questo è il tempo decisivo, per non arrivare tardi, per non crogiolarsi nella marginalità testimoniale. È il tempo decisivo per impostare, sedimentare e sviluppare la scommessa rivoluzionaria.

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