Il nostro odio è a tempo indeterminato

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La lettera di Michele non è il testo di una persona in preda alla disperazione. È una lettera estremamente lucida. È come se fosse il manifesto di un’intera generazione, sempre più stratificata al proprio interno, una generazione che contiene più generazioni: si è ormai giovani fino a età avanzata, perché non si smette mai di essere precari. È una generazione definita non dalla carta d’identità, ma dalla condizione di incertezza permanente, assenza di garanzie, furto della felicità.

Il grido di Michele è quello di migliaia di giovani di fronte a una realtà che distrugge i sogni, affermano con coraggio i genitori, a cui va reso onore di aver rispettato la sua volontà e di aver detto chiaramente che il figlio non si è suicidato: è stato ucciso dalla precarietà. Le fredde statistiche ci parlano del vertiginoso aumento dei suicidi nella crisi, suicidi quasi sempre silenziosi, e sempre catalogati dai servi del potere come gesti di irrazionale disperazione o follia, come se invece non fosse folle e irrazionale la società in cui ci costringono a vivere. Sappiamo delle liste senza fine di giovani e meno giovani uccisi ogni anno dal lavoro e dai lavoretti. Sappiamo o pensiamo di sapere di lavoratori e lavoratici, precari e precarie, disoccupati e disoccupate, ceti medi impoveriti ridotti a casi umani e individualizzati, e dunque divorati dalla depressione, dalla perdita di senso, dall’incapacità di cambiare le cose.

Il grido coglie nel profondo i pensieri, le frustrazioni, la rabbia di quelle migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia di giovani. Sono stufo di sforzi inutili, di colloqui inutili, di critiche inutili. Sono stufo di dover rispondere alle aspettative degli altri, sono stufo di illudermi, sono stufo di essere preso in giro. Questo mondo è privo di garanzie e di prospettive. Questa realtà non è la mia realtà: mi è stata imposta. Questa realtà imposta è inaccettabile, dunque non la accetto.

Il mondo e la realtà di cui parla Michele non sono entità astratte: sono maledettamente concreti, e maledettamente concreti sono i nemici che questo mondo e questa realtà li hanno imposti. Ancora una volta non c’è disperazione, c’è consapevolezza e determinazione nell’individuare i nemici: l’assassino Poletti, simbolo di governi assassini che stanno dalla parte di padroni assassini. Già, perché dobbiamo ricominciare a chiamare le cose e le persone con i loro nomi: non avversari, ma nemici; non politici, ma assassini.

Di fronte a questo grido, potremmo farci cogliere da una reazione istintiva: definirlo un gesto di drammatica rinuncia, porre in modo semplice come alternativa la lotta. E magari qualcuno lo farà per autorassicurarsi nel suo ruolo di compagno o compagna che lotta, come se fosse uno status o una casacca che ti distingue meritocraticamente dagli altri. Non è questo il punto. Michele non ci dice che non bisogna resistere, ci dice che lui ha resistito finché ha potuto. Non ci dice che bisogna rinunciare, ci incita alla lotta. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità”. Questa generazione grida vendetta, vendetta sia.

Perché quella lettera è scritta col fuoco della rabbia, dell’odio, del rifiuto. Non ce la vengano a menare gli intellettuali di sinistra, col culo al caldo delle loro poltrone, sulla bellezza delle passioni gioiose da contrapporre alla volgarità delle passioni tristi, come se fosse una questione di gusti individuali e non di processi collettivi, come se fosse il risultato di una scelta di consumo estetico e non di duri percorsi di sofferenza e lotta. Noi sappiamo, con Michele, che rabbia, odio e rifiuto o trovano una forma collettiva di espressione contro i padroni, oppure si sfogano individualmente contro chi ti sta vicino e, alla fin fine, contro se stessi. Solo organizzando rabbia, odio e rifiuto si può conquistare la felicità che ci hanno rubato. Perché la loro felicità è la nostra infelicità, e la nostra felicità è la loro infelicità. Tertium non datur.

Un grande marxista del Novecento, Walter Benjamin, anche lui suicidatosi per sfuggire ai nazisti, ci ha spiegato come la socialdemocrazia abbia cancellato l’odio di classe assegnando agli operai un metafisico compito di redenzione delle generazioni future. Quei farabutti stanno dalla parte dei nostri nemici perché al contrario, ci dice Benjamin, l’odio si alimenta all’immagine degli avi asserviti, non dei liberi nipoti. Noi lottiamo, innanzitutto, per vendicare le nostre generazioni, il noi della nostra parte. Così, quando da destra e da sinistra blaterano sulla violenza degli oppressi da condannare, voi sapete che lo fanno per giustificare la violenza degli oppressori. E quando lo faranno la prossima volta, davanti agli occhi ognuno di noi deve avere le parole di Michele, dentro il cuore la sua rabbia e il suo odio.

Perciò quella frase che da tempo ripetiamo non può essere solo un ritornello vuoto. Deve diventare una linea di condotta. Ieri come oggi suona così: pagherete caro, pagherete tutto.

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