Dentro l’indipendenza, oltre l’indipendentismo

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Brexit, vittoria del no al referendum in Italia, questione catalana. Negli ultimi anni l’Europa è stata attraversata da vari accadimenti che hanno minato gli equilibri assodati e le (loro) sicurezze. Tutti questi fenomeni, differenti per gli effetti prodotti, per le modalità espresse, per i processi che li hanno portati a compimento, hanno però un denominatore comune: sono espressioni del malcontento, della rabbia, dell’odio di chi, stufo di subire i colpi incessanti della crisi, colpisce la governance liberale, individuata come primo nemico e come primo responsabile del deterioramento delle condizioni di vita . È chiaro che questo sentimento abbia una connotazione ambigua, opaca, tumultuosa: giunti, ormai, al decimo anno di crisi, non c’è più spazio per le sofisticate analisi sulle necessità di politiche di sinistra (quella vera, à la Tsipras per intenderci), ma le condizioni materiali, l’impoverimento crescente, la precarietà di reddito e futuro, hanno reso le soggettività brutte, sporche, cattive.
Chi arriva a malapena a fine mese, chi è sfruttato quotidianamente con una paga misera, chi subisce il furto dei risparmi accumulati e del futuro, sa che queste sono scelte politiche imposte dall’alto e cerca di sfruttare ogni occasione per ripagare il nemico con la stessa moneta. Così un referendum sull’uscita dall’Euro diventa la circostanza per rifiutare le politiche imposte dall’UE, il voto sulla modifica della Costituzione l’opportunità per mandare a casa il responsabile del peggioramento delle proprie condizioni di vita, il suffragio sull’indipendenza la circostanza per rifiutare le imposizioni dall’alto.
La domanda da porci è: riusciamo a cogliere queste istanze, questi rifiuti spuri ma determinati? Riusciamo a strappare questi pezzi di composizione alle destre – sempre più presenti in Europa – per trasformare il conflitto da orizzontale a verticale?
La crisi ha minato le certezze, ha modificato gli equilibri, ha stravolto l’ordine. Le classiche bussole finora utilizzate nei nostri ambiti, per capire la realtà entro cui ci muoviamo, per comprendere i mutamenti e gli stravolgimenti soggettivi delle persone con cui ci relazioniamo, non servono più a nulla, peggio ancora rischiano di fare danni. La politicità dei comportamenti ad oggi è espressa in maniera non chiara ma implicita e ambigua.
Stare dentro l’ambiguità e darne una direzione conflittuale è il compito militante, a partire dalla situazione presente in Catalogna, senza ricadere nell’errore di porci in maniera ideologica e precostituita. Gli interrogativi che la questione catalana pone sono tanti.
Quello che per noi resta decisivo è il modo in cui viene intesa l’indipendenza, quali direzioni può prendere, quali strade può aprire, quali risultati concreti.
Non ci affascina lo scontro tra repubblica e monarchia, né tifiamo per un possibile posizionamento più democratico della Catalogna. In altre parole rifiutiamo lo scontro tra uno stato nazione che vuole costituirsi contro un altro stato nazione. Non sono le bandiere che ci esaltano, non le nuove costituzioni o le dichiarazioni (più) liberali e (più) democratiche, non i regionalismi.
Non pensiamo sia questa la battaglia che si sta potenzialmente giocando in Catalogna, nello scontro tra popolo catalano e stato spagnolo a braccetto con l’Unione Europea.
Chiarito questo possiamo provare a intravedere cosa può diventare allora la questione catalana, il processo di medio e lungo periodo, il protagonismo delle piazze, l’incapacità di molti apparati politici (pensiamo a Podemos, alle sue posizioni balbettanti e reazionarie) di cogliere l’insoddisfazione sociale.
Innanzitutto ci sembra interessante il posizionamento a livello popolare che si è creato. Una polarizzazione importante in cui non è già facilmente individuabile uno scontro politico, o almeno non secondo i canoni del passato. Ma siamo di fronte ad un forte scontro civile, non immediatamente conflittuale, ma portatore di istanze spesso ambigue. Nella traduzione di movimento si fa riferimento quasi esclusivamente all’antifranchismo, ma indubbiamente non possiamo fermarci a quello.
Chi scende in piazza allora? Quali le istanze portate?
Spesso si afferma che la regione catalana è la più ricca, che l’indipendenza è una questione di egoismo sociale. Non è del tutto vero. A sentire chi in Catalogna ci vive, la ricchezza rimane una questione macroeconomica, che si traduce, soprattutto nella metropoli di Barcellona, con enormi differenze sociali a seconda delle zone.
Dall’altra parte sarebbe sciocco affermare che siamo di fronte ad un conflitto di classe ortodosso, in lotta per un orizzonte socialista.
Parlando con compagni e amiche che hanno attraversato quelle piazze emerge subito il dato della novità: sono facce nuove, con comportamenti nuovi. Sono uno spaccato eterogeneo e trasversale della popolazione catalana, ma soprattutto a emergere è un soggetto che non è abituato ad attraversare la piazza. Stiamo parlando della cosiddetta piccola borghesia, del ceto medio impoverito o in via di impoverimento, che in questi anni di crisi ha visto cadere sicurezze sociali, risparmi di una vita e paracaduti. La questione indipendentista diventa allora il detonatore di rifiuto di politiche economiche e sociali che nell’Europa della crisi e dell’austerity degli ultimi anni l’hanno fatta da padrona.
Ed ecco quindi riemergere vecchi contrasti e vecchie questioni. Nell’insicurezza e nella mancanza di punti di riferimento del nostro tempo, le radici dell’indipendentismo dalla Spagna diventano spazio di contatto e ricompositivo di istanze sociali, ma soprattutto di rifiuto di un certo sistema.
Rifiuto sì, ma l’attacco, il conflitto? In questa prima fase, ora in stallo dopo i mandati di arresto dei principali leader catalani, e in attesa delle elezioni di dicembre, il protagonismo delle piazze non è sfociato in rapporti conflittuali con la controparte, il terreno è rimasto quello civile e democratico della parola e dei numeri. Non ci deve sorprendere e non ci deve lasciare delusi. Abbiamo già detto che siamo di fronte a soggetti sociali ambigui, spesso ancora molto legati alle parole e alle indicazioni di leader politici che incarnano in molti casi le speranze dei catalani. Questo però non significa certamente una immutabilità dei rapporti tout court. Quando le promesse vengono tradite, la bestia può svegliarsi da un momento all’altro.
Non sappiamo come andrà finire, se la porta resterà ancora a lungo aperta alla possibilità indipendentista: l’avvento di un cambiamento, di un qualcosa che oggi non c’è e non possiamo immaginare, però, potrà realizzarsi soltanto se durante il processo emergeranno soggettività capaci di rompere con qualsiasi forma di rappresentanza, nell’impossibilità di compromesso con l’alto.
Allora si potrà parlare di indipendenza oltre se stessa, oltre la questione indipendentista.

 

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

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