Trash Notes

Trash Notes

Condividi
Share on Facebook0Tweet about this on Twitter0share on TumblrPin on Pinterest0Google+0Email to someone

Ai politicanti e agli amministratori dell’università dedicano queste righe i festaioli e le festaiole
siete così noiosi, come
se al mondo non esistesse Capri.
Ma Capri c’è.
Di sfavillio di fiori
Isola tutta, come una donna con un cappellino rosa.

Avevamo intenzione di scrivere qualche breve nota riguardo il “PD Funeral Party” che si è svolto giovedì scorso nella facoltà di Scienze Politiche in Strada Maggiore 45, già prima dei rigurgiti frigidi e insipidi di quel cadavere politico che è Marco Lisei. Già, perché, dicendocela così, con l’animo che penzola tra il serio e il faceto, Marco Lisei insieme al suo partito (FI), a Bologna e in Italia, ha la stessa capacità e possibilità di costruzione politica che ha un pesce rosso in una vasca di squali o il due di bastoni quando briscola è coppe; è, prendendo in prestito le parole del Poeta, politicamente “inutile come un raffreddore”, perciò queste note non sono rivolte a lui, ma sono pensate per aprire un dibattito con la composizione studentesca. Avrà una risposta – di sicuro! – il Lisei, ma questa non sarà soppesata sulle dichiarazioni rilasciate ad Etv riguardo la scorsa notte, quanto piuttosto sulla provocazione lanciata contro tutte le donne l’8 marzo in Piazza Maggiore. Si ricordi, il Lisei, che chi sta contro quella piazza sta con gli uomini che uccidono le donne. E stia tranquillo, che se non ricorderà lui, saremmo noi a stimolargli i recettori mnestici.
Pensiamo, che la festa di giovedì abbia segnato uno spartiacque importante come momento politico; perciò pensiamo sia utile proporre sul piano del dibattito tre spunti.

Il primo: cade il mito dell’università come organo estraneo alla politica

Per chi non lo sapesse, negli ultimi anni, la vulgata parlamentare dei consigli di facoltà e degli organismi comunali attorno alla funzione dell’Università ha proposto, insistentemente, il ritornello della necessità di tenere il più distante possibile l’attività politica dall’esperienza universitaria.
Ovviamente quest’assunto è falso. I motivi sono (almeno) tre.

In primo luogo, la politicità nell’università, anche questo è abbastanza ovvio, non è data dall’esistenza o meno di collettivi (più o meno) virtuosi, bensì dalla funzione specifica dell’istituzione universitaria all’interno del complesso sistema di produzione e mercificazione capitalistico. Assumendosi il rischio della semplificazione (per un’analisi più complessa rimandiamo al nostro sito) si può dire che il compito dell’università sia di trasformare giovani e avide menti, attraverso un processo di lavorizzazione dell’esperienza e dei saperi, in forza-lavoro capace di adattarsi alle contrazioni e alle esigenze del sistema economico. Questa capacità di trasformazione, si chiama politica: politica schiava dell’economia, ma sempre politica. Educare trasformando è sinonimo di politica. Un padre e una madre che trasmettono le regole sociali ai figli e alle figlie fanno politica, così come fa politica Aristotele quando scrive a suo nipote Nicomaco (ma in realtà parla a tutti i giovani ateniesi) cosa sia l’etica e quali siano gli atteggiamenti virtuosi di un buon cittadino.

La seconda motivazione risiede nei “professori/esse” che lavorano nell’università. Citiamo solo due nomi: Angelo Panebianco e Andrea Marattin. Il primo, oltre che professore, editorialista del Corriere della Sera, “angelo della morte”, teorico della guerra e dell’inclusione sociale su base razziale e religiosa; il secondo, oltre che professore, fedelissimo di Renzi, ideatore del decreto SalvaBanche, con il quale il governo PD, due anni fa, decise di sanare i debiti contratti dalle banche con i soldi dei piccoli risparmiatori, salvando le banche e lasciando ai risparmiatori la scelta tra il suicidio e la depressione.
Con questi due uomini in squadra com’è possibile sostenere che l’Unibo non si occupi di politica?

La terza motivazione, che riesce ad essere compresa solo se non si dimenticano le affermazioni precedenti, l’abbiamo ritrovata nell’esperienza: quando giovedì, alle 17, siamo andati/e ad avvisare i lavoratori e le lavoratrici che la facoltà non avrebbe chiuso all’orario stabilito, la loro risposta è stata: “Sapete benissimo qual è la politica dell’università riguardo le feste in ateneo”. Potrà sembrare sciocco, me nelle precedenti esperienze di occupazione della facoltà questa frase è sempre stata ritoccata, non è mai stata pronunciata così direttamente. Si preferiva dire “non potete”, “è un atto vile ed illegale”, ma mai “questa è la politica dell’università”.
Il Lisei ha solennemente farfugliato e blaterato che in università non bisogna lamentarsi, né scioperare, né fare presidi, ma solo studiare. Perché? Per due motivi. In primo luogo, l’Unibo fa politica e, come ogni monopolista che si rispetti, tenta di schiacciare e distruggere i propri competitor. Il secondo? Perché ha paura, una tremenda paura, del fuoco che può divampare quando politica e composizione studentesca cominciano a dialogare, quando gli studenti e le studentesse si affidano all’intelligenza collettiva e non alla competizione sfrenata trasformando l’università in una macchina di carne ed ossa contro la mercificazione e l’impoverimento della cultura dei politici-accademici; quando scavano nel passato e vivono il presente, per strappare il futuro dalle mani degli sfruttatori.

Il secondo: l’Università tenta di utilizzare i lavoratori coopservice come una sorta di polizia privata in sostituzione delle forze dell’ (dis)ordine

Questo è un atto d’accusa diretto e schietto verso la preside di Facoltà Pina Lalli, abietto strumento dell’università. La signora dovrebbe cominciare a dare del “lei” agli studenti e alle studentesse, e a preceder il loro cognome con la parola “dottore” o “dottoressa” nel caso in cui questi/e siano laureati/e, e abbandonare quel tono falso e materno col quale tenta di approcciare gli studenti e le studentesse della facoltà per poi pugnalarli alle spalle alla prima occasione: perché questo è il compito che il Rettore Ubertini ha affidato a questa signora. Qualche anno fa diede l’ordine alla polizia di caricare un gruppo di studenti e studentesse che, a seguito dell’assassinio di Giulio Regeni da parte degli organi di potere egiziani, avevano deciso di autogestire oltre l’orario consueto l’aula studio del piano terra, dedicandola a Giulio, per fare ciò per cui è stato ucciso, cioè utilizzare il proprio sapere critico per mettere in crisi l’attuale sistema di sfruttamento; giovedì pomeriggio, invece, ha tentato (senza successo) di aizzare contro studenti e studentesse i lavoratori della coopservices, suggerendogli di tentare di intimidirci e di alzare le mani.

La terza: dottore, dottore, la sinistra è morta!
Dalle ultime elezioni, oltre ad una prevedibile e parziale ingovernabilità, per ora tutta istituzional-parlamentare, risulta come la sinistra sia morta e sepolta. Ben venga. Siamo particolarmente contenti perché dalla sinistra e dai/dalle sinistroidi, politicamente, oltre ad una notevole dose di pessimismo e staticità, di abuso di termini che finiscono per -zione (si pensi alla gentrificazione, normalizzazione, privatizzazione etc.), di finti rivoluzionari e rivoluzionarie rivelatisi quasi subito dei radical chic pieni di creste e dreadlocks ma privi di spirito punk o rastafariano , oltre a consigli (mai richiesti) su dove mangiare o andare in vacanza, non abbiamo mai ascoltato nulla di interessante, di costruttivo, di conflittuale. Questi atteggiamenti e questi looks, forma senza sostanza, estetica del conflitto in assenza di conflitto soggettivo, ancora – sfortunatamente – vivono nel presente nonostante facciano oramai parte del passato.
Giovedì notte abbiamo visto ragazzi e ragazze venuti per rivendicare il bisogno di spazi autogestiti, liberi dalla mercificazione e dallo spaccio, per vivere una socialità vera e differente, per sperimentare qualcosa di sconosciuto rispetto alla Bologna di Fico e dei locali chic.
Alla faccia della Pina Lalli, di Ubertini e di chi vuole fare dell’Università un carcere!

 

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

Condividi
Share on Facebook0Tweet about this on Twitter0share on TumblrPin on Pinterest0Google+0Email to someone