Ricominciare dalla crisi

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Il 2018 si è aperto come l’ennesimo anno di crisi: crisi economica, istituzionale, delle soggettività politiche.

La recessione economica non è più una novità, né per chi dentro e contro essa ha provato a sviluppare delle contraddizioni, né per la composizione sociale e di classe la cui soggettività è oggi plasmata e prodotta nello scenario normalizzante della crisi che ha modificato i processi lavorativi, sociali, relazionali e politici. Non abbiamo allora solo la necessità di porci delle domande, ma di comprendere quelli che sono i problemi: che rapporto c’è oggi tra la crisi e le lotte? Quali effetti ha essa sulle aspettative sociali?
Troppo spesso in questi ultimi anni abbiamo fatto presto a liberarci di alcune categorie o abbiamo continuato ad utilizzarle pur sapendo che girassero a vuoto. Lungi dal pensare di avere delle soluzioni, proviamo qui a porre delle questioni e dei problemi.

Le elezioni politiche del 4 marzo hanno sancito una pesante crisi istituzionale dando definitivamente corpo all’erosione della polarizzazione destra/sinistra. In tanti si sono affrettati a dichiarare la vittoria del populismo e dell’ignoranza sociale senza considerare che, uno dei principali motivi di questa erosione, proveniva dal basso. In altre parole, accanto alla pur evidente disgregazione – in termini di scollamento dai soggetti sociali – della forma partito e all’avvicinamento delle politiche di destra e sinistra, il disfacimento di questa dicotomia è stato soprattutto il risultato delle condizioni di vita della composizione sociale che vive nella crisi. Una composizione estremamente frammentata, carica di ambivalenza e le cui istanze, come abbiamo visto in questi anni, se non direzionate in senso rivoluzionario possono prendere, ed hanno preso, direzioni reazionarie, inquietanti. Uno scenario in cui a tirare le cuoia è stata proprio la sinistra, portatrice degli interessi della crisi, individuata da nord a sud come il principale nemico responsabile dell’impoverimento diffuso e come incarnazione dell’establishment.
Se da una parte abbiamo visto l’espressione di istanze ambigue e sporche – che si sono concretizzate soprattutto nel consenso alla Lega e al M5S – dall’altra, la polarizzazione destra/sinistra ha ormai senso solo nelle categorizzazioni elettoralistiche del voto e non nella società dove i partiti storici sono considerati come alfieri del governo della crisi.
La polarizzazione, perciò, oggi va tracciata tra governo della crisi e chi dalla crisi viene colpito. La scommessa per noi: inserirsi nella possibile ingovernabilità della crisi.
In questo contesto a venire meno è, inoltre, la stessa dicotomia tra democrazia e autoritarismo, laddove le due categorie sono oggi due facce di una stessa medaglia: la medaglia del governo della crisi e della guerra come strumenti di appropriazione verso l’alto della ricchezza. Democrazia significa oggi stato di emergenza permanente, securitarismo, politiche anti-immigrazione e guerre commerciali.
Alla luce di tutto ciò e alla prova dei fatti, gli allarmi su scenari cupi che preannunciavano l’avvento delle destre e dell’autoritarismo si dimostrano fallaci e mistificatori nei loro presupposti di analisi.
Il contrario di autoritarismo non è oggi infatti democrazia, cosi come il contrario di destra non è sinistra: la scommessa è quella di inserirsi nell’ambiguità della composizione di classe con l’ambizione di costruire un conflitto ricompositivo all’altezza dei tempi che viviamo e dei contesti in cui agiamo. Vale a dire sbarazzarsi di un certo idealismo di sinistra senza paura di confrontarsi con la dura materialità delle condizioni di vita.

Se il presente ci restituisce l’erosione delle categorie alle quali per anni ci siamo ancorati nella nostra progettualità politica, pensiamo sia giunto il momento di problematizzare le nostre stesse categorie alla luce del presente.

Durante questi anni di recessione economica ci siamo interrogati sul rapporto che intercorre tra la crisi e le lotte, scontrandoci con il fatto che non è vero che se c’è un peggioramento delle condizioni di vita automaticamente ci saranno più lotte. In altri termini abbiamo messo a dura critica, partendo dai comportamenti sociali, il presunto rapporto di linearità tra la crisi e la possibilità della lotta, soprattutto laddove questa condizione dura ormai da quasi un decennio. E tuttavia ci siamo probabilmente adagiati su questa critica della linearità mentre altri hanno raccolto le istanze e letto i comportamenti di chi nella crisi continua a viverci. Stiamo parlando del M5S e della Lega i quali, come abbiamo già detto, hanno saputo leggere, seppur verso una direzione istituzionale e in alcuni casi reazionaria, quei sentimenti di insoddisfazione, frustrazione e odio che, piaccia o meno, esistono all’interno della composizione sociale.
Questo per dire che se l’impoverimento e la materialità delle condizioni di vita non sono di per sé condizione sufficiente per la possibilità del conflitto, è sicuramente ciò da cui dobbiamo partire.
Un’altra categoria di cui ci siamo serviti per capire i comportamenti sociali nella crisi, è quella di aspettativa decrescente: questa indica la situazione di chi, abituato ad avere poco o nulla, è disposto ad accettare qualsiasi cosa; l’esempio più calzante è sempre stato quello della figura del lavoratore gratuito della formazione che, avendo normalizzato l’idea di un futuro difficilmente lavorativo, accetta la gratuità nella speranza che ciò possa cambiare quel futuro.
Questa categoria è stata ed è certamente molto utile nella comprensione dei comportamenti e delle aspettative nella crisi e tuttavia il nostro obiettivo non è semplicemente quello di comprendere e analizzare, bensì di trasformare e dare un’altra direzione a quegli stessi comportamenti. Ecco perché, soprattutto in una fase in cui il rapporto tra crisi e lotte viene utilizzato – e non da noi –, di fronte al dato prevalente dell’accettazione dobbiamo smetterla di aspettare che i soggetti inizino a rifiutare ciò che pensiamo debbano rifiutare ma, dobbiamo capire ciò che stanno già rifiutando. In altri termini bisogna ammettere che nella crisi, anche la soggettività militante è “affetta” dall’aspettativa decrescente: siamo talmente abituati a non vedere comportamenti di rifiuto che anche laddove questi ci sono noi fatichiamo a riconoscerli. L’alternanza scuola lavoro ad esempio ci mostra fin dove il nemico può spingersi oggi nei processi di valorizzazione e lavorizzazione della capacità umana; ciò che tutti si aspettavano, senza per altro essere mai andati a parlare con studenti e professori, era il grande rifiuto del lavoro gratuito da parte dei giovani delle scuole. Laddove ciò non è avvenuto ci siamo affrettati ad affermare che lo studente che accetta non ha capito niente; ma, andando a parlare con questi giovani, quello che abbiamo scoperto è che preferiscono andare a lavorare piuttosto che stare a scuola. Come leggere questo comportamento? Come accettazione del lavoro gratuito o come rifiuto della scuola?

Se adagiarsi sulle categorie o farle girare a vuoto è un metodo non all’altezza del presente, buttarle via senza aver capito cosa non ha funzionato è altrettanto inutile. Se pensiamo ad esempio alla categoria del reddito, ci rendiamo conto che è da vent’anni che, almeno per il “noi” di movimento, essa gira a vuoto. E tuttavia sarebbe sciocco pensare di poterla semplicemente accantonare: l’atteggiamento e il metodo che dobbiamo provare a praticare è quello di individuare il problema che sta dietro ad una categoria. Il reddito non è una tematica, è qualcosa che rimanda ad una serie di problemi vissuti materialmente all’interno della società e per comprenderli dobbiamo partire dai comportamenti sociali e poi trovare un’etichetta al problema, non viceversa etichettare i comportamenti presumendo quale sia il problema.

Allora ripensare le categorie e metterle alla prova, non etichettare i comportamenti ex ante ma coglierne il senso profondo, è il compito che in questa fase ci spetta: la crisi non è un semplice fenomeno da contemplare ma uno spazio di possibilità da inchiestare e da agire. Rifiutare il “presentismo” in cui ci costringono a vivere senza però riproporre come feticci le soluzioni del passato, demistificare le promesse di futuro che ci propongono, opponendo ad esse il rifiuto delle condizioni di vita che provano ad imporci, costruire collettivamente una prospettiva di rottura.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

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