Dal governo del cambiamento al cambiamento contro il governo

Dal governo del cambiamento al cambiamento contro il governo

Lo scenario post-voto determinatosi in Italia, il conseguente grado di incertezza e la fluidità dei processi governativi con il tira e molla tra Mattarella e la premiata ditta Salvini-Di Maio, ci costringe a riflettere e a misurare la “crisi istituzionale” e sociale e la nostra crisi, intesa come incapacità delle soggettività politiche di inserirsi in questo contesto, di saper cogliere le istanze emerse dal voto e i mutamenti della composizione sociale.

Il primo aspetto da cogliere è l’estrema fluidità degli sviluppi governativi: gli scenari sono mutati con una velocità e un’incertezza probabilmente mai vista prima in Italia. Ma ciò non ci deve ingannare: al di là della fisionomia del governo – che in pochi giorni ha assunto il volto pallido di Gentiloni, la funerea silhouette del cupo mietitore Cottarelli, il profilo accademico di Conte – a non cambiare è stato il nodo dei processi decisionali. La strategia utilizzata per il mantenimento del potere è semplice: cambiare tutto nei piani bassi – il piano delle istituzioni, della produzione continua di informazioni – per mantenere inalterato il piano alto, quello dell’accumulazione del dominio.

Il punto, perciò, non è quello di aspettare, o peggio sperare, che il nuovo governo possa determinare un cambiamento di rotta nei rapporti con la Troika o nelle politiche che intraprenderanno. Non saranno Di Maio e Salvini a conquistare una rottura con la Commissione Europea, a mettere in discussione l’Euro, a porre fine alle politiche di austerity imposte da banche e politici tedeschi. Il nuovo governo utilizzerà il consenso catturato per giocarsi un piano di contrattazione con l’Europa, cercando di conquistare qualche milioncino in più da spendere per la flat tax e cedendo, allo stesso tempo, su consistenti pezzi del suo programma. Una sorta di sindacalismo che, del resto, non è una novità: sia Renzi che Tsipras, rappresentanti delle pietose speranze dei sinistri, hanno utilizzato questa tattica coi risultati che ben conosciamo.

Né rappresenterà un’epocale novità nella gestione dei flussi migratori: dapprima perché è difficile pensare ad una stretta maggiore rispetto a quanto già fatto dal democraticissimo Minniti – con tanto di lager in Libia per frenare le partenze verso l’Italia –, successivamente perché i migranti rappresentano una quota importante di forza-lavoro da sfruttare a basso costo nelle industrie tedesche, nelle fabbriche del Nord-Est o nei campi del Sud.

Se ci fossero ancora dubbi sul grado di scontro che il nuovo governo potrebbe intraprendere, basterebbe rileggere le dichiarazione del Presidente della BCE, Mario Draghi, che, intervistato dopo l’exploit del M5S nel 2013, dichiarò, serafico, che le istituzioni europee e il processo di risanamento hanno il pilota automatico. Chiaro il concetto?

Per dirla in breve: il patto M5S-Lega non rappresenterà un governo del cambiamento, ma solo un cambiamento di governo.

Il governo giallo-verde, allora, non sarà un governo amico perché, per citare le parole raccolte durante l’ultima manifestazione No Tav, “non esistono governi amici”: Salvini sarà la continuazione di Minniti con altri mezzi; il Movimento 5 Stelle, invece, sin dai primi giorni si sta rapportando e confrontando con la composizione che gli ha permesso di trionfare, cercando di riassorbire in ottica istituzionale le istanze di cambiamento e trasformazione, quelle sì reali, incorporate nel voto ai pentastellati.

Del resto, però, questo tentativo di cattura non è dato, né scontato: il varo del governo ha generato un piano di aspettative sull’erogazione del reddito, sulla modifica delle politiche neoliberali, sul welfare, sulla cancellazione del Jobs Act, sul taglio delle tasse. In questo senso Di Maio sarà in mezzo a due fuochi: da un lato la Troika e le istituzioni europee pronte ad azzannare l’Italia sui conti pubblici ogni qualvolta ce ne sarà occasione, dall’altro la necessità di dover dare concretezza alle promesse effettuate. Si aprono per noi spazi di possibilità, nodi che vanno individuati e sciolti prima che tali aspettative si trasformino in senso di frustrazione, prima che vengano ri-catturate in senso istituzionale. Cogliere quindi l’istanza di cambiamento generale che il voto ha espresso, risignificarla e rovesciarla contro chi l’ha falsamente promessa per svelare il vero volto del governo del cambiamento, per opporci al cambiamento di governo, per trasformarlo in cambiamento contro il governo.

Considerare questo governo nel solco della continuità con ciò che c’è stato prima inoltre fa emergere ancora meglio quanto sia grottesca l’ipotesi del fronte repubblicano, quell’insieme di forze guidate dal Pd che in nome della svolta autoritaria del governo si fa portatore della difesa delle istituzioni e dell’antifascismo.

Il fronte repubblicano non è nient’altro che il corrispettivo del Fronte Nazionale, la mano sinistra che stringe quella destra. Le due opzioni non sono in contrapposizione ma, anzi, rappresentano le due facce della stessa medaglia: quella del governo della crisi.

Al razzismo materialista di Salvini si affianca l’antirazzismo umanitario di sinistra, quella stessa sinistra che da una parte ha utilizzato la retorica “antifascista” per comodo, dall’altra ha più o meno esplicitamente appoggiato le politiche del PD che hanno creato le basi e le condizioni per la retorica razzista.

Abbandonarsi alla paura dell’allarme fascista, temere l’avanzata delle camicie verdi-nere, ci fa situare all’interno del blocco democratico, ci rende pienamente subalterni alla logica frontista, ci fa perdere le bussole del nostro agire politico.

Il punto focale, allora, è un altro: analizzare cosa si cela dietro quel voto a Movimento 5 Stelle e Lega. Perché quella voglia di cambiamento è reale, attraversa ampie fette della popolazione. È un segnale di malcontento nella crisi permanente, di insoddisfazione per la precarietà e per l’impoverimento che sono diventati tratti caratteristici delle nostre vite, di rabbia verso chi tutto questo l’ha determinato con le sue politiche. Questo odio emerge oggi chiaramente, seppur in maniera ambigua e spesso in modi inquietanti: se non siamo capaci noi di intercettarlo e di direzionarlo verso l’alto contro chi impone l’austerity e ci rovina la vita, continuerà a esprimersi nel voto a Salvini, esonderà ancora in maniera orizzontale, contro il migrante, contro chi viene visto come competitor degli ultimi scampoli di welfare.

L’identificazione di questi soggetti come ontologicamente di destra, oltre ad essere oltremodo sbagliata perché riduce la composizione prodotta dalla crisi ad una rappresentazione idealistica, ad una macchietta buona solo per placare la propria coscienza di inutile sinistro, è indice di una visione del mondo da retroguardia subalterna alla Storia, con gli occhi e la mente ingabbiati rigidamente nel presentismo del capitalismo. La soggettività non è mai riassumibile in termini così deterministici perché è ambivalente, è campo di scontro, terreno di battaglia.

E a ben guardare la superiorità intellettuale sventolata dai sinistri contro i rozzi e ignoranti che votano Salvini e Di Maio, non è poi cosi diversa dalle parole del Der Spiegel che, riferendosi a chi subisce i colpi della crisi e delle politiche da loro imposte e non certo a quei politici succubi della linea Merkel, ha definito gli italiani come dei mendicanti che non chiedono neanche grazie!

Sono gli stessi sinistrati che difendono a spada tratta l’Europa – ancora una volta è inquietante la similitudine con le parole di Juncker che negli scorsi giorni, dichiarando che agli italiani serve più lavoro e meno corruzione, affermava che nessuno può toccare l’UE – come se la dialettica europeismo/sovranismo non fosse perfettamente inscritta nella gestione dell’ordine capitalistico.

E ancora, sono sempre quei sinistrati che inorridiscono alle parole pronunciate dal premier Conte nel suo discorso di insediamento al Senato: “Se il populismo è ascoltare i bisogni della gente, allora noi siamo populisti”. Cosa c’è di così orrendo in questa frase? Perché dovremmo essere disgustati dal definirci populisti, se populismo significa ascoltare i bisogni della gente?

Se oggi Conte può rivendicare fermamente di essere populista mentre noi viviamo nella marginalità, significa che qualcosa non va. Proprio su questo si è consumata infatti la sconfitta di Renzi da parte di Salvini, e anzi, su questo si è consumato anche il nostro fallimento. Per dirla con una metafora efficace: nella partita in corso che vede il contendersi di quei pezzi di composizione sociale, non siamo in campo né tanto meno in panchina.

Se la politica di Renzi è stata quella di non ascoltare i bisogni della gente per i propri interessi, se la geniale intuizione di Salvini è stata di capire che si possono utilizzare proprio quei bisogni per i propri interessi, noi dobbiamo fare un passo avanti: utilizzare, piegare i bisogni della gente per i nostri interessi, dandogli una connotazione di classe.

Se vogliamo dunque essere capaci di scagliarci contro il nostro tempo, se vogliamo squarciare il grigiore del presente, non dobbiamo avere paura di definirci populisti, dobbiamo rompere definitivamente con la sinistra, come cultura politica, come senso di superiorità che maschera e giustifica l’impotenza, come ricerca di debolezza e marginalità piuttosto che di forza e di protagonismo delle lotte.

Perché forza cerca forza, debolezza chiama debolezza.

Un’ultima considerazione: la minaccia che si manifesta ora davanti a noi non è rappresentata tanto dal nuovo governo M5S-Lega, quanto dal rischio di schiacciare la lotta contro il governo su di un anti-salvinismo sulla scia dell’anti-berlusconismo di Repubblica e di tutte quelle associazioni, organizzazioni e comitati del perbenismo democratico ad ogni costo. Sappiamo bene a cosa ha portato quest’ultimo: all’ascesa del PD, di Renzi e delle sue politiche lacrime e sangue.

È vero, è innegabile che il PD si sia ormai ridotto a un cadavere. Benissimo, ora che il re è finalmente nudo, approfittiamone immediatamente, non perdiamo neanche un secondo.

Impugniamo dunque il bastone contro il nuovo governo con una mano, e con l’altra assicuriamoci che il morto rimanga morto, soffochiamolo al primo spasmo. Perché se non vogliamo che si presenti di nuovo un’altra sinistra, dobbiamo rendere la sinistra un’opzione non più desiderabile, così che avremo soltanto un’unica possibilità di uscita da questa crisi: quella rivoluzionaria.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni