I confini delle fioriere

I confini delle fioriere

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Se volessimo accumulare facili like ci basterebbe scrivere che ci batteremo contro i razzisti e i fascisti, che odiamo la Lega, e giù di Salvini merda. Tutto vero, tra l’altro. Così vero da essere banale, e allora perché ripeterlo al bar dello sport dei nostri amici per qualche inutile centinaia di pollicioni all’insù? Per gratificarci, per rassicurarci. È l’economia politica di facebook, quella che è entrata nelle nostre vite, quella che permea le nostre menti, quella che guida il nostro grottesco narcisismo. È il selfie della nostra autocompiaciuta impotenza. E a questo poi potremmo aggiungere tanto di foto e prove del nostro curriculum, di quando il leader fascio-leghista è arrivato con una macchina blu e lo abbiamo mandato via con una decapottabile sfasciata guidata in tutta fretta da Aurelio, oppure in tutte le occasioni in cui lo abbiamo accolto con bomboni, pietre e ortaggi, quando il suo fantoccio penzolava a testa in giù dal cavalcavia della stazione, o quando la sua effige è andata in fiamme mentre lui parlava a quattro sfigati dall’altra parte della strada protetto dai suoi amici sbirri. E come dimenticare i libri che gli abbiamo strappato, nello sdegno dei sinceri democratici e della sinistra – istituzionale e di movimento – che ci dava dei fascisti appellandosi al voltairismo 2.0? È, guarda caso, quella stessa sinistra che oggi grida al pericolo fascista quando vede l’autore realizzare coerentemente quanto aveva scritto in quel libro.

Possiamo dire che rivendichiamo tutto, ma non è questo il punto. Il punto su cui riflettere, in questa contingenza politica, è che tutto questo non è affatto sufficiente nella contrapposizione al governo a trazione leghista e davanti a casi come l’Aquarius. (Parliamo di governo leghista perché è ormai evidente come Salvini in poche mosse si sia pappato l’arrogante stupidità di Di Maio e del suo cerchio magico, che sta dilapidando la contraddittoria accumulazione sociale del M5s.) D’altro canto, non abbiamo medaglie che ci interessa esibire, non abbiamo premesse da produrre, non abbiamo precisazioni da fare. Il problema che abbiamo è di punto di vista, di collocazione tattica, di prospettiva strategica: l’antirazzismo va pensato all’interno di queste coordinate. Se avete voglia e pazienza di seguire le argomentazioni fino alla fine, concedeteci ora di essere estremamente sintetici. Il nostro punto di vista è di classe, non umanitario. La nostra collocazione tattica è la ricerca della forza, non la rappresentanza delle vittime. La nostra prospettiva strategica è la rottura rivoluzionaria, non la conservazione della democrazia o la riproduzione di un capitalismo dal volto umano. In virtù del rispetto che nutriamo per Vittorio Arrigoni, e proprio per questo rispetto che non deve concedere spazio all’ipocrisia, la vuota ripetizione dello slogan “restiamo umani” proprio non ci appartiene, perché questo modo di essere umani è stato forgiato da un nemico che irriducibilmente odiamo.

Allora, quelle frasi apodittiche appena scritte si traducono in una necessità concreta: disertare e spezzare il frontismo democratico. Ne parliamo da tempo, ci sembra che il pericolo mortale sia ancora poco compreso anche alle nostre marginali latitudini “di movimento”, perfino nel momento in cui il Partito Democratico dovrebbe averlo reso evidente ponendosi alla testa del “fronte repubblicano” contro il cosiddetto “populismo”, come aveva fatto contro il “fascismo” in campagna elettorale. Ci pare invece che la tendenza principale tra i gruppi e i militanti sia l’adesione a questo frontismo, esplicita o acritica: nel primo caso, contenti di essere in sintonia con la “società civile” (cioè la sempre più inutile opinione pubblica di sinistra); nell’altro, sperando di essere – ideologicamente o nelle pratiche simboliche – l’estrema sinistra di quel fronte, senza rendersi conto che non è un problema di radicalità verbale o di vestiario ma di collocazione politica e sociale.

Quando il campo è irrimediabilmente occupato dal nemico, dobbiamo dunque costruire il nostro campo. Il campo dell’antirazzismo umanitario, tra l’altro, non ci è mai appartenuto, e sulla vicenda dell’Aquarius dovrebbe essere facile capire perché. Dovrebbe, appunto. Per esempio facendo banalmente notare che quella nave “di salvataggio” è rimasta l’ultima perché Minniti aveva fatto fuori tutte le altre, oppure che la proposta di chiusura dei porti non è poi così originale, visto che fu l’ineffabile ministro degli interni democratico a strombazzarla non troppi mesi fa (all’epoca con il placido consenso del Partito di Repubblica). Questo per dire che le continuità tra PD e Lega sono evidenti, con delle differenze perlopiù di lessici che consentono a ognuno dei due schieramenti di eccitare i propri elettorati potenziali. Il PD si richiama all’ipocrita ideologia dell’accoglienza, la Lega al truce glossario del risentimento. Gli uni mandano un gruppo di migranti a Goro sperando che vengano respinti per poter gridare al pericolo del razzismo e contrattare in Europa, gli altri rivendicano il respingimento grosso modo per gli stessi motivi. Gli uni e gli altri sono la causa politica dei processi di razzializzazione e della guerra tra poveri, per poi utilizzarne gli effetti per i propri scopi specifici. Quando si dice, giustamente, che Salvini gioca sulla pelle dei migranti, si dimentica troppo spesso che lo fa né più né meno di quanto ci giochino gli esponenti democratici, o i socialisti spagnoli, quelli dei muri contro i migranti di Ceuta e Melilla, o il governo macronista francese, quello della segregazione della “racaille” nelle banlieue e della chiusura delle frontiere a Ventimiglia. E di quanto ci giochi il nuovo sinistro eroe papa Francesco, che ha trovato in questo campo la possibilità di ridare peso politico alla Chiesa cattolica e di un lifting rispetto agli scandali che l’hanno turbata negli ultimi anni. E ovviamente ci giocano le Ong e le cooperative che grazie agli effetti delle politiche di razzializzazione possono fare lucrosi affari: “business dell’accoglienza” è un termine che avremmo dovuto essere noi a utilizzare, contro il PD che lo gestisce e la Lega che lo cavalca. O forse ci siamo già dimenticati delle lotte dei facchini contro il sistema mafioso delle coop nell’organizzazione della logistica padana?

Chi cerca tra i rappresentanti dell’antirazzismo umanitario dei potenziali alleati contro il razzismo leghista, anche solo tatticamente, è parte del fronte nemico, o quantomeno non farà che alimentare quel terreno di cui il razzismo leghista si nutre. Perché è questo l’antirazzismo umanitario: fare della razza un tabù terminologico per poterne utilizzare gli effetti dal punto di vista politico, economico, sociale. Perciò si è sul campo di Salvini quando si scende in piazza (come è successo negli ultimi giorni) a fianco di esponenti del Partito Democratico, come se tutto sommato la contrapposizione al PD fosse non un elemento strutturante di una pratica antagonista bensì un vezzo retorico che in questi tempi bui non ci possiamo più permettere. E si è sul campo di Salvini quando ci si profonde in commenti, comunicati e prese di posizione che definiscono i migranti come poveracci e disperati. Da un lato, perché non è vero: dovrebbe essere ormai noto (perfino nella sociologia delle migrazioni) che a muoversi sono perlopiù figure dotate di un certo numero di risorse, in termini di sopravvivenza economica, di reti sociali, di conoscenze. Dall’altro lato, perché in una situazione di crisi i soggetti impoveriti non vogliono chi è messo peggio di loro, in quanto sono percepiti come pericolosi competitor rispetto a risorse di welfare sempre più scarse (grazie alle politiche congiunte di destra e sinistra), e in quanto mostrano concretamente agli autoctoni quello che potrebbero diventare, cioè ancora più poveri e disperati di quello che già sono. È questo il dispositivo attorno a cui si fomenta la guerra tra poveri: dipingere i “disperati” come buoni anziché cattivi non cambia nulla, anzi alimenta ulteriormente un dispositivo di subordinazione che invece va fatto saltare.

Del resto, come sappiamo, la vittimizzazione dei soggetti razzializzati serve ai sedicenti rappresentanti della sinistra, istituzionale e di movimento, per parlare in nome loro. Questa forma mentis, che da sempre connota la sinistra, sembra essere diventata prevalente anche tra quei compagni che fino a qualche tempo fa dicevano di volerla sovvertire: è il risultato della profughizzazione del discorso politico, cioè l’accettazione di una gerarchizzazione dei migranti imposta dal nemico, per cui esistono i rifugiati e i non rifugiati, i bisognosi e i non bisognosi. A questo punto ecco che il lessico del “movimento” viene tutto centrato sull’accoglienza, sulla dignità e sulla solidarietà, concetti cattolici che dovremmo mettere in discussione e non riprodurre. Così, i soggetti razzializzati sono autorizzati a parlare solo della (e a partire dalla) loro supposta condizione di vittimità. Appena fanno di testa loro, autonomamente, ecco che non va più bene. Lo abbiamo visto a Firenze: finché si tratta di piangere sul povero nero ammazzato, tutti i sinistri accorrono col fazzoletto in mano; ma quando i neri si organizzano e spaccano un po’ di fioriere, tutto cambia perché il confine è stato rotto. Se non sei più vittima, immediatamente diventi soggetto pericoloso. Anzi, stai facendo il gioco di Salvini.

Attenzione, purtroppo questa forma mentis non riguarda solo la sinistra istituzionale. Anche il “movimento” ne è pervaso. Spesso, troppo spesso, ci piace immaginare che i migranti siano come quelli che Malcolm X chiamava i “negri da cortile”, da esibire dietro agli striscioni o a fare interventi strappalacrime in cui raccontano della loro sfiga. Quando smettono di essere poveracci e si organizzano indipendentemente dal “noi” che si autodefinisce “movimento”, iniziano a essere guardati con sospetto, con distinguo, perfino con risentimento per la mancanza di riconoscenza. Ma come, con tutto quello che abbiamo fatto per loro, e adesso ci combinano casini che creano difficoltà per i nostri equilibri e le nostre mediazioni politiche?

Aggiungiamo, a corollario del processo di vittimizzazione, la crescente irritazione per l’insopportabile retorica tardo ottocentesca su “donne e bambini” di cui quotidianamente si riempiono comunicati e bacheche facebook. E questa inferiorizzazione vittimizzante delle donne viene magari proprio dagli stessi gruppi e compagni che si diffondono i peana sul femminismo.

Insomma, non sarà contrapponendo il mito del buon selvaggio a quello del cattivo selvaggio che si combatterà il governo leghista. Né facendo a gara in iperboli storiche: pensare che Salvini sia la semplice riproposizione del fascismo e che siano pronte le camere a gas per i migranti non ci serve a niente (e poi chi ci andrebbe ad esempio a lavorare nelle piccole e medie imprese del nord-est, dove la Lega è partito di governo da oltre un ventennio?), se non a tranquillizzarci nel nostro narcisismo ideologico e a giustificarci nella nostra impotenza politica. Il nemico che abbiamo di fronte è molto più complicato e sfaccettato, e soprattutto molto più contraddittoria la composizione sociale che direttamente o indirettamente lo sostiene e che dovremmo sforzarci di comprendere maggiormente. Il problema è rovesciare l’ordine del discorso, iniziando a dire che i migranti non sono disperati ma portatori di possibilità concrete di trasformazione, non sono mossi dalla debolezza ma dalla forza. Ed è vero quello che dice Salvini, sono un pericolo: non per i lavoratori italiani, ma per i padroni e i governanti di cui la Lega è espressione. Sono cioè potenziali alleati di chi oggi soffre la crisi, contro chi la crisi l’ha creata. Chi vive la sofferenza dell’impoverimento non sopporta altri poveri: non vuole accogliere la debolezza, mentre forse potrebbe allearsi con la forza. E se non la trova “orizzontalmente”, dentro la composizione sociale, la ricerca “verticalmente”, nelle istituzioni.

Nel nostro piccolo un’esperienza simile di rovesciamento del discorso l’abbiamo concretamente vissuta alcuni anni fa, quando a un’assemblea di titubanti lavoratori italiani di una cooperativa dell’università di Bologna intervennero dei facchini migranti freschi di scioperi e picchetti a Granarolo. Quei lavoratori italiani, nella loro espressione media, erano imbevuti del discorso mainstream razzistoide sui migranti; tuttavia, quei migranti non vennero a parlare della loro sfiga e miseria, bensì di come l’avevano combattuta e di come avessero cambiato la loro condizione di vita. Non vogliamo la vostra accoglienza e solidarietà, spiegarono, vi proponiamo di allearvi con la nostra forza: e partì un’importante ciclo di mobilitazione contro il sistema delle cooperative gestito dal PD.

Si dirà: certo bei discorsi, ma intanto cosa facciamo? Non abbiamo risposte, perché a essere sbagliata è la domanda. Muovendoci di emergenza in emergenza, abbiamo perso di vista la costruzione di una prospettiva strategica. E più rispondiamo convulsamente all’emergenza, e più ci allontaniamo dalla prospettiva strategica. In fondo, l’unica emergenza a cui rispondiamo è quella della nostra sopravvivenza identitaria. Chi oggi scende in piazza con gli esponenti del PD e dei suoi satelliti non lo sta facendo per i migranti, ma per se stesso contro i migranti: è lui il vero poveraccio alla disperata ricerca di un porto frontista. Se per Salvini l’Aquarius è un casus belli, il problema è che la guerra non la stiamo facendo noi e i soggetti a cui potenzialmente dovremmo fare riferimento: la guerra la conducono i nemici, e di quella guerra noi siamo spettatori. Non saranno i selfie della nostra radicalità ideologica a cambiare la situazione. Poi sgombriamo definitivamente il campo dal mistificato dibattito tra “sovranismo” ed “europeismo”: non crediamo che per i migranti faccia molta differenza essere affogati dal sovranismo nazionale o dal sovranismo continentale, così come non fa differenza l’essere sfruttati nelle cooperative democratiche o nelle piccole imprese leghiste. La situazione la possiamo cambiare solo se ricominciamo da capo e diamo vita a un processo differente, fatto di discorso, pratica, ricerca, scommessa, radicamento sociale – non dei nostri gruppi ma di una progettualità politica.

Stiamo parlando di un processo di lungo periodo, le scorciatoie sono più deleterie che inutili. E tuttavia, pensiamo che sia il modo migliore per essere pronti a cogliere l’occasione. Perché talvolta è proprio quando tutto sembra perduto che si aprono possibilità impreviste. Per coglierle, però, bisogna essere collocati nei posti giusti. E in mezzo a tanti dubbi una delle poche certezze che abbiamo è che il frontismo democratico sia il posto più sbagliato in cui trovarsi, almeno per chi non abbia rinunciato a una qualsiasi prospettiva rivoluzionaria.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni

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