PD, Unibo e “potenti” intellettuali: Salvini è opera vostra

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“Saperi pubblici”, iniziativa organizzata dal PD e dall’Unibo, si è aperta questa sera con la presa di parola di quegli studenti e quelle studentesse che in questi anni si sono opposti quotidianamente ad un’università che somiglia sempre più ad un’azienda, ai professori razzisti e ai rettori sceriffi. I giovani del PD, al contrario, hanno provato ad organizzare una becera passerella di “intellettuali potenti” contro l’orrore che loro stessi hanno creato.
Dopo aver letto il nostro comunicato dal palco, abbiamo deciso di contestare Ivano Dionigi, il rettore che ha instaurato una gestione poliziesca del rapporto con gli studenti, che ha sostenuto la riforma Gelmini, che questa sera si riempiva la bocca di parole a favore dei migranti ma è sempre e ancora tra le fila del Pd, che con Minniti ha aperto il campo al razzismo salviniano. Bisogna dirlo con forza, questi democratici che hanno prodotto solo impoverimento e precarietà, razzisti quanto Salvini nel governo della popolazione migrante, non devono parlare, perché di Salvini ne sono la causa, perché hanno prodotto la guerra tra poveri che il ministro leghista semplicemente cavalca. Sono parte del problema e devono essere contestati. Chi con lui questa sera è salito su quel palco è complice e ha deciso di schierarsi con chi vuole solo un’altra forma di razzismo, soft e subdolo, un razzismo dal volto umano; con chi vuole dare continuità alle politiche di impoverimento dettate dall’Unione Europea e alimentare la guerra tra poveri. Dobbiamo dirlo con forza: per noi il problema è insieme a Salvini la democrazia a guida PD.

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PD e Partito di Repubblica chiamano, gli intellettuali di corte rispondono. Lo schema è noto, il teatrino collaudato. Due studentesse rivolgono un accorato appello ai docenti: “mobilitiamoci”! Per puro caso una delle “studentesse”, Fabiana Maraffa, è una dirigente dei “giovani del PD” (scusate l’ossimoro). Una di quelle che quando gli studenti si mobilitavano contro il razzismo e la macelleria sociale del suo partito, rivolgeva accorati appelli alla questura: arrestiamoli!
Ma ora il governo è cambiato, allora bisogna cambiare maschera, benché gli attori rimangano gli stessi. A cominciare da Ivano Dionigi, noto come il rettore sceriffo, che nel suo disastroso mandato ha trasformato l’università in una scuola di polizia, facendo stazionare permanentemente gli uomini in divisa per i corridoi dell’ateneo e sgomberando con i manganelli il desiderio di spazi di studenti e studentesse (quelli veri, non i dirigenti di partito). E’ il rettore che da subito ha accettato la riforma Gelmini, importando nel 2010 all’università il famigerato modello Marchionne: i ricercatori che scioperavano venivano sostituiti da precari, talora costretti a firmare contratti di insegnamento a zero euro (zero euro!) per compiacere i baroni. E adesso finge di indignarsi per la “squalificazione delle competenze” (sic!).
Alcuni di questi baroni o dei loro vassalli, inutile dirlo, faranno passerella sul palco democratico. Dov’erano questi intellettuali “potenti ma silenziosi” (sic!) quando gli studenti contestavano il guerrafondaio e razzista professor Panebianco? Si mobilitavano, certo, ma contro gli studenti. Erano tutt’altro che silenziosi, ovviamente, ma per firmare appelli in cui invocavano punizioni contro gli anti-razzisti. Come si saranno sentiti potenti oltre che non silenziosi quando gli studenti sono stati denunciati e sospesi dal senato accademico: la casta non si tocca! E pazienza se bisogna difendere un collega – magari vicino di ufficio – che, in modo rivendicato, fa sfoggio di “istigazione al razzismo e retorica della patria” (sic!).
Chi patrocina l’iniziativa? La prima istituzione è l’Unibo, capofila delle università-aziende, alla faccia dei “saperi pubblici” (sic!). Al vertice della cricca vi è quel rettore Ubertini che tra le altre cose del suo regime tecnocratico, se la memoria non ci tradisce, un paio di anni fa stringeva ufficialmente la mano di Salvini, mentre la polizia caricava selvaggiamente gli studenti che contestavano. Ricordate qualche “potente intellettuale” che usciva dal “silenzio”? Noi no.
La seconda istituzione a patrocinare l’iniziativa è ovviamente il Comune di Bologna, storico feudo PD. Quello che le piazze ai razzisti le ha sempre date, quello che ha fatto da modello per i sindaci sceriffi e la tolleranza zero verso chi la crisi e i processi di impoverimento li subisce, quello che ha trasformato la città in una vetrina per la rendita di pochi sulle spalle dello sfruttamento dei tanti.
Chissà come mai PD e Partito di Repubblica non si sono “mobilitati” quando al ministero degli interni c’era Minniti, che detiene l’infame record dei respingimenti dei migranti e ha aperto la strada al suo logico successore. Chissà come mai non si sono mobilitati al tempo del Jobs Act e del peggioramento delle condizioni di vita per milioni di giovani. Chissà come mai non si sono mobilitati quando il governo Renzi, con il salvabanche, rubava i soldi dei risparmiatori e gettava sul lastrico decine di migliaia di famiglie.
E adesso, per cosa si mobilitano? Dall’alto della loro torre d’avorio, cosa ne sanno loro di razzismo? I migranti sono tutt’al più oggetti di studio, utili per le loro carriere accademiche. Cosa ne sanno delle condizioni di vita dei giovani, degli studenti, di chi vive quotidianamente la crisi? Fanno appello allo spread, affinché nessuno gli tocchi lo spritz. Cosa ne sanno di saperi pubblici, coloro che ogni giorno gonfiano i loro conti in banca grazie alla privatizzazione dei saperi?
Ci dispiace per chi salirà ingenuamente su quel palco ignaro di chi ha organizzato la passerella (ancora una volta per puro caso, il giorno dopo la manifestazione del PD): siete ancora in tempo a fermarvi. Agli altri diciamo: voi non siete potenti, siete arroganti; voi non siete silenziosi, siete ipocriti; voi non siete contro questo Matteo, siete per il ritorno dell’altro Matteo. Noi vi diciamo di gettare la maschera.
Da raffinati intellettuali dovreste sapere che, nella Parigi occupata dai nazisti, alla vista del “Guernica” l’ambasciatore tedesco chiese a Picasso se avesse fatto lui quell’orrore. Il pittore rispose: no, è opera vostra. Ecco, di fronte all’orrore che solo oggi scoprite noi vi diamo la stessa risposta: è opera vostra.

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