Note sui Gilets Jaunes

Note sui Gilets Jaunes

“Le élite parlano della fine del mondo, mentre noi parliamo della fine del mese” dice un gilet giallo al quotidiano Le Monde durante una giornata di rabbia popolare esplosa in tutta la Francia: a Parigi la zona rossa è stata violata, in altre città si sono succeduti blocchi, barricate e scontri.

Questa dichiarazione è una lezione di materialismo che dovrebbe interrogare tutt* quell* che si pongono l’obiettivo della trasformazione dello stato di cose presente. Chi, al di fuori della ristretta cerchia di militanti, decide di intraprendere la strada della lotta non è quasi mai mosso da ideali salvifici, ma parte sempre dalle proprie condizioni di vita, dal proprio posizionamento. Gli ideali salvifici, le utopie di mondi migliori, che piacciono tanto alla sinistra e alle élites sono gli strumenti che la prima usa per squalificare le espressioni dell’autonomia di classe e le seconde per giustificare gli attacchi alle nostre vite qui e ora.

Non è con il metro dell’idealismo che vanno valutati i fenomeni politici bensì con quello del materialismo: per trasformare il mondo, è dal mondo che bisogna partire e il mondo nella stragrande maggioranza dei casi è molto diverso da quello che ideologicamente vorremmo. Chi si limita a bollare i gilet gialli come un fenomeno di destra e anti-ecologista o appartiene alla schiera delle élites neoliberali oppure non è un* militante rivoluzionari*. Non c’è lotta di massa e cioè capace di esprimere forza e spiazzare il potere che non porti con sé ambivalenze ed elementi spuri, soprattutto in questa fase storica dove i pilastri portanti della democrazia liberale e del progresso del capitale stanno venendo giù come quelli del ponte Morandi.

D’altro canto le idealizzazioni e le mitologie impastate di purezza sono sempre costruzioni accademiche prodotte a posteriori: l’operaio-massa non votava forse i sindacati gialli prima di dare vita al ciclo di lotte che sconquassò il fordismo? Non stiamo affermando che va tutto bene così. Al contrario vogliamo scommettere su un’idea forte di militanza, forte perché piantata dentro la materialità della composizione di classe, forte perché pensa la soggettività come prodotto della lotta quindi sempre aperta alla trasformazione.

Non dobbiamo nasconderci il fatto che il movimento dei gilet gialli sia anche attraversato da spinte razziste e nazionaliste, peccheremmo altrimenti di altrettanto idealismo. D’altronde, come ci hanno suggerito alcuni compagni francesi, come potrebbe essere altrimenti in un mondo che produce continuamente razzismo?

Allora, la domanda da porsi è piuttosto un’altra: come sciogliere quelle ambivalenze in un senso ricompositivo e rivoluzionario? Solo la pratica militante e organizzativa dentro le lotte può restituirci la risposta, di certo non la liquidazione superficiale del fenomeno sulla base della purezza ideologica né un approccio di tipo pedagogico. Per noi questa postura metodologica dovrebbe fondare il lavoro politico rivoluzionario di chiunque perché, come lo stesso fenomeno dei gilet gialli ci mostra, se non si piantano le mani e i piedi dentro la composizione di classe si resta ai margini, si arriva troppo tardi e si è incapaci di aver un qualsiasi peso politico.

I gilet gialli ci mostrano infatti che non c’è bisogno di militanti e professionisti del conflitto per dare vita a forti movimenti di opposizione. Chi vive l’impoverimento prodotto dalla crisi non ha bisogno di noi per organizzarsi e politicizzare la propria rabbia. Certo c’è bisogno di noi per tentare di dare una piegatura in senso rivoluzionario a questa politicizzazione di massa; per impiantare dentro l’espressione autonoma di questa forza sociale non l’idealismo di un futuro immaginifico ma la concretezza di una prospettiva di rottura: se il futuro infatti si mangia il presente, la prospettiva rivoluzionaria parte da esso per romperlo e ricostruirlo. C’è bisogno di noi perché se è vero che in politica non ci sono vuoti, quello spazio potrebbe essere recuperato da qualcun altro.

La mobilitazione dei gilets gialli ci pone un’ampia rosa di problemi che meriterebbero un’analisi più approfondita. Per chiudere ci limitiamo a sottolinearne un ultimo che riteniamo di estrema importanza: l’inutilità dei nostri feticci lessicali e politici.

Non la questione salariale per come la intendono i pasdaran del lavoro classicamente inteso, né il reddito incondizionato e di autodeterminazione per come lo intendono gli/le attivist* della post-modernità sono stati la scintilla che hanno innescato le manif sauvages tinte di giallo fluorescente. È stato invece l’incremento sulle accise del carburante ad innescare la rabbia dei gilets gialli, ad aprire la strada di una possibile ricomposizione (molte e diverse tra loro sono state le figure sociali che hanno preso parte ai blocchi e agli scontri) e generalizzazione del conflitto (l’obiettivo polemico non è più stato l’incremento del prezzo dei carburanti ma immediatamente un sistema che produce impoverimento in senso lato).

Comprendiamo lo sconforto che può provare chi ha sempre tentato di ricondurre la realtà alle proprie categorie, ma allo stesso tempo non possiamo fare a meno di ghignare ironicamente di fronte alla potenza creativa della nostra parte. Se ci sentiamo disorientati è solo perché dobbiamo trovare nuove bussole, le rotte non sono affatto cambiate.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni