Rompere con la democrazia per divenire partigiani

Rompere con la democrazia per divenire partigiani

Considerazioni e appunti a margine dell’AntifaFest 2.0

0. Ci sono momenti di discussione che sempre più spesso si rendono necessari nella loro franchezza e nell’ampiezza del loro respiro. Le giornate dell’AntifaFest 2.0, tenutosi al C.S.A. Pacì Paciana di Bergamo il 2 e il 3 marzo, hanno sicuramente rispecchiato e soddisfatto questa esigenza. Sarà sicuramente difficile restituire la complessità e la profondità della discussione – cosa che, peraltro, rimandiamo al dettaglio di futuri report – ma tenteremo comunque di sviluppare dei ragionamenti, incompleti e da mettere a verifica, a partire da quelli che ci sono parsi essere i nodi centrali.

1. Come già si accennava, l’AntifaFest di Bergamo ha rappresentato qualcosa di insolito negli schemi di movimento. Un qualcosa che, però, ci sembra si inserisca nel solco di un’esigenza che, ormai da qualche tempo, riscontriamo sempre più spesso, ovvero quella di una discussione aperta e franca tra compagni e compagne di realtà anche molto diverse tra di loro. Questa postura, quella che rinuncia ai tatticismi e ai politicismi di turno per lasciare spazio al coraggio della rottura (con noi stessi e con le nostre comfort zones), ha incanalato la discussione in un senso che è andato ben oltre le nostre aspettative. E’ infatti emersa l’inquietudine dei curiosi, il realismo di chi, assunta l’attuale insufficienza di pratiche, ragionamenti e immaginario, ha deciso di mettere da parte le ansie organizzative, per guardare al medio-lungo periodo con lenti rinnovate, per reimpostare i contenuti più che riciclare la forma. Questa postura ha, in altre parole, sancito il successo del festival.

2. Prima di addentrarci nei contenuti, o forse solo per cominciare a farlo partendo da un elemento materiale, ci sembra opportuno analizzare il dato partecipativo. Un dato che brilla non solo per l’aspetto quantitativo, ma anche e soprattutto per quello qualitativo. E questo in un duplice senso. Partiamo dal dato numerico, che, pur interessandoci relativamente, ha comunque dato prova del fatto che quell’esigenza di confrontarsi in modo schietto di cui dicevamo poco fa è sentita da tanti e tante. Ma sarebbe stupido, o perlomeno miope, fare un bilancio di un ragionamento sulla base dell’ammontare dei corpi che lo hanno prodotto, perché significherebbe riconoscere i pilastri della democrazia maggioritaria, mentre noi, come ricordava giustamente un compagno durante la due giorni, “non siamo democratici” (e ripeterselo, ogni tanto, non fa male). Sia chiaro: non è che i numeri ci facciano schifo, né stiamo dicendo che siano inutili, soprattutto in fasi come questa. Ma l’AntifaFest ha dato un’ulteriore prova del fatto che la forza dei ragionamenti deriva in gran parte dalla qualità. Qualità degli sguardi, che partono dall’autocritica per rivolgersi al di fuori di noi. Qualità del metodo, che ha permesso di tornare a fare assemblea in modo produttivo.

3. Altro dato fondamentale è da individuarsi nella presenza massiccia, ancora una volta, delle realtà provinciali, quasi a ricordarci che se la centralità politica delle metropoli ha caratterizzato gli ultimi movimenti sociali, la nostra crisi attuale è frutto anche di un abbandono dei territori a favore del decisionismo dei grandi ensemble di movimento. Insomma, se le assemblee degli ultimi 15 anni sono state centrate sulle decisioni dettate dalle esigenze delle metropoli, ultimamente non possiamo fare a meno di notare che è proprio dalle province, e dalle realtà più ai margini delle reti nazionali, che spesso arrivano le eccedenze inimmaginabili, le contraddizioni più dense, le rotture più verticali. Ma a fronte di questo dato incontestabile, non si può fare a meno di notare come il nostro centralismo metropolitano abbia portato ad una cecità rispetto a questi territori, nonché ad un “abbandono“ dei militanti che quotidianamente vi agiscono. Nelle province, invece, si respira ancora il Novecento industriale, ed è proprio qui che spesso si possono anticipare le tendenze e acuire le contraddizioni – e il proliferare di piccoli successi elettorali dei neofascisti in questi contesti nostrani è solo uno dei tanti esempi possibili.

4. Partiamo dalle premesse: l’emergenzialità ci consuma, ci logora. Emergenzialità intesa come affaticamento, come rincorsa e respiro corto, come inseguimento – soprattutto sul terreno del nemico, contro ogni insegnamento dell’arte della guerra. Da qui si è partiti: dalla consapevolezza condivisa che la gestione della normalità o, peggio ancora, dell’emergenza porti all’estinzione. Dalla necessità di riappropriarci di una temporalità autonoma. Lo precisiamo per chi dovesse approcciarsi alla lettura con un grado troppo elevato tanto di malizia quanto di ingenuità: recuperare una temporalità autonoma non significa assumere un punto di vista teologico, di teologia politica, che finisce per giustificare pratiche di segno opposto al nostro pensiero strategico (che, giusto per ricordarlo, è la rottura rivoluzionaria, non la conservazione della democrazia o la riproduzione di un capitalismo dal volto umano). Recuperare una temporalità autonoma significa non affogare nella pozzanghera della cronaca, ma nuotare nel mare della Storia. E questo deve portarci a guardare contemporaneamente al presente e al medio-lungo periodo.
Sull’immediato, dobbiamo innanzitutto tenere bene a mente di non essere di fronte a un nemico solido, compatto, né farci abbagliare da fenomeni che sono almeno parzialmente estemporanei. Questo non significa che il piano del simbolico agito da Salvini e dai fascisti più o meno organizzati non apra terreni di battaglia, magari in parte anche inediti; anzi, quelli restano terreni sui cui giocare le nostre armi, con le antenne ben piantate nei nostri territori, pronti a cogliere qualunque occasione e lesti nel dare una zampata quando serve. Ma è un piano che va necessariamente calato come tattica all’interno di un più ampio lavoro sul medio-lungo periodo – un lavoro di formulazione e di messa a verifica di ipotesi – pena la sconfitta in una guerra di logoramento i cui tempi sono dettati dall’emergenza della nostra sopravvivenza identitaria. E al tempo stesso, sebbene questo nostro specifico posizionamento tattico negli ultimi tempi sia stato fallimentare, ed è giusto dirselo per guardarsi in faccia e ragionare con franchezza, una volta assodato questo elemento di insufficienza non possiamo continuare a ripetercelo, quasi come una litania depressiva e annichilente di autoassoluzione. Non affogare nella cronaca significa anche questo: piegare la fase alla sperimentazione, all’errore produttivo, piuttosto che assumerla come cornice immutabile di pratiche belle e giuste, ma limitate alla residualità.

5. Nella Storia del Novecento ci sono stati momenti in cui l’antifascismo è stato la base comune di movimenti di massa. L’antifascismo era cioè sentimento comune di classe, e rappresentava – in senso lato – delle istanze popolari. Oggi il termine antifascista non rappresenta quasi nessuno, se non una piccola minoranza militante rivoluzionaria e un’altra piccola minoranza politicante democratica.
I connotati dell’antifascismo oggi, nel discorso pubblico, sono i connotati della sinistra che, difatti, da Fiano a Martina usa l’antifascismo per dimostrare di essere la forza che si oppone alle barbarie. Ma cos’è la sinistra se non il posizionamento politico della mediazione progressista nel gioco parlamentare? Cos’è la sinistra, se non il bieco tampone alle istanze rivoluzionare? Ecco, tutto ciò che rappresenta la sinistra è nostro nemico, tatticamente e strategicamente. C’è poco da dire a proposito, la Storia ce lo ricorda, da Weimar al PCI berlingueriano: in fase di ascesa dei fascismi e non, la socialdemocrazia è il padrone con la carota in mano, la destra quello con il bastone. Ma sempre di padroni parliamo, e la continuità tra Minniti e Salvini come ministri dell’interno ne è l’ennesima dimostrazione.

6. Se pensiamo che l’antifascismo sia carattere necessario di una militanza rivoluzionaria, e lo pensiamo, dobbiamo saper affrontare la fase che abbiamo davanti sviluppando le nostre pratiche. Armiamoci di pazienza e buon pelo sullo stomaco. “Sporcarsi le mani” è molto di più che uno slogan per editoriali. Ogni contesto di rottura, dai Gilet gialli ai pastori sardi, passando anche per le lotte sui posti di lavoro, è permeato dal discorso del nemico. Qui ci dobbiamo muovere, qui dobbiamo agire, smarcandoci nettamente dalla sinistra, unico e vero punto di inaccettabilità per la composizione sociale.
Quello che dobbiamo combattere, in linea con uno degli slogan del festival, è la paura, la depressione, la solitudine. Paura nostra, dei militanti, che diventa impotenza da social network. Depressione di chi ci sta intorno, legata a doppio filo all’autoimposta impotenza dei militanti rivoluzionari che, davanti alle brutture della controparte, riesce il più delle volte a prodigarsi solo in un’improduttiva indignazione. Il vicolo cieco dell’indignazione incarna quel malcelato disprezzo – dalle venature classiste, aggiungiamo – verso la composizione sociale (gretta, retrograda, fascista, razzista) che preferiremmo lasciare nelle mani della sinistra.
In altre parole, se crediamo che i 20 milioni di elettori che hanno votato il governo gialloverde siano fascisti, lasciamo perdere. Facciamo come i Soloni della pazienza e della “fase inopportuna” e aspettiamo nelle nostre case il sole dell’avvenire. Oppure, potremmo cominciare a pensare che questo blocco sociale, trovandosi tra l’incudine e il martello, abbia votato l’alternativa, e che forse proprio dal tradimento delle loro aspettative rispetto al governo del cambiamento possano aprirsi spazi di possibilità e di rottura per noi.
Vogliamo forse biasimarli per aver scelto, dopo cinque anni di macelleria sociale targata PD, parole d’ordine semplici per avere un reddito, una pensione e un po’ meno tasse?
Vogliamo veramente stare a dirci quanto sono cattivi gli elettori del governo gialloverde perché sono andati a votare Salvini e Di Maio, quando nelle piazze e nelle strade non hanno trovato una forza sociale alternativa al grillismo in salsa verde?
Ecco, torniamo a pensare a cosa si trova oggi nelle piazze. L’opzione più quotata è la marcia antirazzista con PD, CGIL, Arci, cattolici, associazioni e ONG che, dall’alto dei loro stipendi a 5 zeri, ci dicono con un viscido sorriso: “Cari e care, restate umani! Votate noi, che siamo un pochino meglio di loro!”. Che mettono un migrante sotto ricatto davanti ad un microfono, salvo poi riportarlo negli SPRAR a fargli da padre-padrone e sbirro. Che sorpresa che le soggettività in crisi noi stiano a seguire le marce della sfiga, dove si parla di buoni sentimenti e antirazzismo. Dove l’antifascismo è stato ridotto a slogan per la magliette della sinistra. Dove avviene lo scollamento continuo tra classe e militanti.
La nostra parte, invece, non deve avere nulla a che fare con quel mondo. Noi, al contrario, dobbiamo essere laddove i sinistrati si scansano indignati con la puzza sotto il naso, dove ci sono più contraddizioni e potenza rivoluzionaria, perché è proprio in quei luoghi che vedremo dispiegati gli effetti del governo della crisi, l’orrore dell’impoverimento, l’isolamento delle soggettività. E’ proprio in quei luoghi che possiamo combattere la paura, alla ricerca della nostra forza.

6. La questione della forza ha rappresentato un altro tema cardine della due giorni. E, lo diciamo con un certo grado di entusiasmo, non era scontato che lo fosse. Date le premesse, data l’assodata insufficienza, avremmo potuto cullarci nel lamento, nella subalternità delle vittime. Avremmo potuto raccontarci di quanto ci menano i fasci, di quanto loro siano forti e invincibili. Oppure, orrore forse ancora maggiore, avremmo potuto dirci che quello che siamo è già una forza, e va bene così. Che sono gli altri a non capirci. Che la composizione è ontologicamente razzista e fascista e che forse faremmo meglio a scavarci un bel bunker sotto terra, aspettando che i tempi cambino e che le lotte sociali vengano a bussarci alla porta.
Invece quella stessa postura irrequieta di ricerca e di curiosità ha portato tutti e tutte a chiedersi, con franchezza e senza la pretesa di avere una risposta in tasca: cos’è la forza, oggi?
E’ innanzitutto forza inventiva, capacità di materializzare un piano strategico nella quotidianità della tattica. O meglio: capacità di immaginarsi il futuro. Di aprire spazi di alternativa. Di ricordare (in primis a noi stessi) che quello che abbiamo davanti non è l’unico mondo possibile. E’ un passaggio fondamentale, questo, da fare soprattutto a livello di immaginario, per uscire dall’ottica resistenziale della sopravvivenza quotidiana e passare a un piano di attacco politico.
E’ pure forza sociale, non forza estetica – meglio, di estetica del conflitto. Forza di progetto, di organizzazione, di imposizione collettiva. In altre parole: la forza sta nella capacità di radicamento nei territori, nell’intelligenza tattica e strategica di individuazione dei nodi e dei piani che possono fare male, su ogni livello – militare, mediatico, sociale – agendo la paura dei nostri nemici.
La forza non sta nei simboli triti e ritriti, magari truci e rassicuranti – che pure hanno fatto la nostra storia -, che esteticamente ci sembrano esprimere forza, ma piuttosto nelle pratiche (anche simboliche) che abbiano la capacità di individuare nemici concreti e di suscitare immedesimazione da parte della nostra composizione.
“Con spudoratezza”, diceva qualcuno al festival. Senza per questo pensare che sedendoci attorno a un tavolo, per quanto brave, numerosi e intelligenti, riusciremo a inventarci i famigerati “nuovi linguaggi” – atteggiamento tipico di chi crede di avere la verità in tasca, custodita avidamente accanto alla propria identità autoreferenziale, e che finisce per farci indossare le vesti grottesche dei rottamatori à la Renzi, fuori tempo e fuori posto. E, al tempo stesso, senza dimenticare da dove veniamo.
Per chiudere: partigiani nella metropoli, si diceva al festival. Ecco, da qui dobbiamo ripartire. Il partigiano è un militante legato a una parte collettiva – una parte ben definita, storicamente.
Cosa significa oggi essere militanti di una parte collettiva nelle metropoli contemporanee? A questo dobbiamo pensare, su questo dobbiamo riflettere: su dove e come il militante di parte nella metropoli, oggi, costruisce mobilitazione e sabota gli ingranaggi della macchina capitalistica, senza la paura di non avere una risposta già pronta, con il coraggio di cercarne altre, a prescindere dal tempo che ci vorrà per trovarle.
Per uscire dalla pozzanghera e affrontare il mare sulla vecchia rotta, sì, ma con nuove bussole.