Imbrattiamo la memoria del potere

Imbrattiamo la memoria del potere

Ma quando il mantello imperiale cadrà finalmente sulle spalle di Luigi Bonaparte, la statua di bronzo di Napoleone precipiterà dall’alto della colonna Vendôme”. A scrivere queste righe è quel vandalo di Karl Marx, chiaramente un precursore di quei barbari di Hobo. Una piccola nota storica, visto che nell’ultima settimana i tastieristi bolognesi si sono dimostrati tanto appassionati della materia: i vandali erano una delle popolazioni definite barbariche in quanto al di fuori dai confini dell’impero romano, estranea alla sua cultura, ostile al suo dominio. Negli oltre 1500 anni successivi, definire qualcuno che si vuole insultare come vandalo e barbaro tradisce, magari senza nemmeno saperlo, la subalternità al lessico del potere costituito. Ma torniamo alla colonna Vendôme: fu eretta all’inizio dell’Ottocento nell’omonima piazza parigina per celebrare le vittorie napoleoniche. In cima alla colonna, costruita col metallo dei cannoni conquistati al nemico, si stagliava la statua di Napoleone I, a simboleggiare in modo arrogante e inequivocabile la sua potenza, la sua maestà, il suo dominio. Quella colonna e quella statua divennero oggetto di contesa politica: Napoleone III (il Luigi Bonaparte che, nella citazione sopra ricordata, passa sotto le affilate armi della critica marxiana) la sostituì con un’altra statua di Napoleone, per rivendicare la continuità del suo potere imperiale. Il 16 maggio 1871 quegli altri vandali antenati di Hobo, i comunardi della Parigi insorta, la fecero abbattere. Per fortuna che all’epoca non c’era Facebook…

Qualche altro esempio storico, per la gioia dei tastieristi (speriamo che capiscano e prendano nota, o speriamo almeno si aiutino con Wikipedia). Quel teppista di Walter Benjamin (andate a cercare in rete: filosofo ebreo, suicidatosi nel 1940 per non cadere nelle mani dei nazisti) esaltava altri insorti parigini, quelli che nel 1848 sparavano sugli orologi delle torri nella capitale francese, per combattere il tempo del potere. Correte subito a scrivere un post: quanta bellezza distrutta in quei poveri orologi e in quelle povere torri, quanta violenza gratuita!

Ma andiamo avanti, che la storia è lunga e piena di vandali. Tra i più incalliti e impenitenti ci sono ovviamente i bolscevichi, quelli sono proprio di Hobo. Pensate che a Mosca, dopo la rivoluzione del ’17, fecero saltare per aria la cattedrale del Cristo Salvatore per costruire una piscina pubblica. Va detto che la cattedrale era particolarmente brutta e la piscina pubblica particolarmente utile, ma ovviamente ciò non giustifica in alcun modo quell’atto vandalico: il popolo della rete condanna! È curioso che, con il crollo dell’Unione Sovietica, una delle prime cose che il potere si premurò di fare fu di ricostruire la cattedrale, esattamente orribile com’era prima. Nel 2012 il tormentato luogo sacro fu profanato da quelle vandale miscredenti (e anche di facili costumi, insomma quando ci vuole ci vuole) delle Pussy Riot. Per fortuna che ci ha pensato Putin a spedirle in carcere!

Potremmo continuare per ore, magari parlando delle statue dei tiranni che odiate abbattute magari dai nuovi tiranni che vi piacciono (do you remember Saddam Hussein?). Preferiamo fermarci qui – anche per non confondere quel vostro piccolo prolungamento della tastiera che assume lo strano nome di cervello. Dovrebbe essere sufficientemente chiaro che storia e memoria non sono mai luoghi neutri, così come non sono affatto neutri monumenti, statue e opere d’arte che occupano lo spazio urbano. In un sistema diviso tra chi domina e chi è dominato, tra chi sfrutta e chi è sfruttato, tra chi ha il potere e chi non ce l’ha, la neutralità non esiste. Peggio ancora, è una menzogna, è una mistificazione usata dai potenti per occultare la realtà e perpetuare il proprio comando. Non sono neutrali le parole, la cultura, l’arte. E non sono mai neutrali i simboli. La politica è fatta di simboli, che perciò sono contesi, eretti e abbattuti, celebrati e contestati. Chi nega questa possibilità, sta semplicemente affermando l’intoccabilità del potere costituito.

Figuratevi poi che cosa sono delle statue dedicate al razzista, colonialista e pedofilo Indro Montanelli, oppure a “L’Amor Patrio e il Valore Militare” realizzate in onore di Umberto I (sì, proprio lui, il mandante nel 1898 delle cannonate di Bava Beccaris contro chi protestava per il pane, eccidio giustamente vendicato un paio d’anni dopo da quell’altro vandalo di Gaetano Bresci che, lui sì, ha davvero sanzionato efficacemente il re). Quando, qualche settimana fa, un signore con le lacrime di rabbia ha chiesto spiegazione al tronfio e alticcio podestà… ehm scusate, sindaco di Bologna Virginio Merola, questi gli ha risposto “si vergogni” (sic!) attribuendo alla storia e ai monumenti un carattere oggettivo, neutrale, al di sopra delle parti. Non è solo ignoranza, dirlo sarebbe una giustificazione. È la dichiarazione di chi sa bene qual è la sua parte: quella di chi sta al potere, aggrappato con i denti al carro dei vincitori. E difendendo la memoria dei tiranni di ieri, può proseguire la tirannia dell’oggi. Una tirannia regia allora, una tirannia democratica adesso. E, grazie a quel vandalo di Marx, sappiamo che quando la storia si ripete due volte, la prima lo fa come tragedia, la seconda come farsa: al posto di Bava Beccaris è venuto per qualche anno il questore Coccia, la corona è sostituita dalla fascia tricolore, casa Savoia ha ceduto il posto a casa Pd. E non riuscendo più a sparare palle di cannone, vi limitate a sparare cazzate.

Ma tant’è, sepolta la tragedia, sta morendo anche la farsa. Ecco allora che la piccola corte dei miracoli della casa regnante democratica, insieme allo zoo di affaristi e politicanti che devono la propria sopravvivenza a questo potere agonizzante, affida al disincarnato mondo dei social network le proprie urla di indignazione: vandali, barbari, squadristi, come vi permettete di dire la verità ed essere conseguenti con essa? Nello starnazzare sulla vernice rossa sopra un monumento che trasuda sangue, in nulla vi distinguete dagli strepiti rancorosi di chi è conclamatamente di destra, se non per una cosa: chi è di destra non si vergogna a dire da che parte sta, voi fate e pensate le stesse cose, ma continuamente le dovete mistificare attraverso il lessico menzognero del buon cittadino, del decoro offeso e del politicamente corretto.

Siamo troppo impegnati per perdere tempo con voi, da Umberto a Virginio lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti. Ma fatelo lontano da noi, perché noi siamo da un’altra parte, dalla parte dei vivi. E qui continueremo a imbrattare la memoria dei vincitori, ad alimentare il fuoco del nostro odio all’immagine dei nostri avi asserviti, a combattervi per vendicare generazioni di vinti nascosti dalle celebrazioni dei vostri monumenti. Prima di correre furenti alla tastiera, sappiate che anche queste parole le abbiamo imparate da quel filosofo ebreo, vandalo e teppista.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni