Considerazioni sulle sardine

Considerazioni sulle sardine

L’Italia è sempre stata un paese tradizionalmente legato allacqua salata. Circondata da tre mari e costellata di grandi e piccole isole, lo Stivale ha sempre intrattenuto strette relazioni con lambiente marino ed i suoi gustosi abitanti. Nelle ultime settimane uno strano vento ha iniziato a soffiare osservando la cartina, sospettiamo da Ponente – trasportando, fino nellentroterra della Pianura Padana, un odore ben riconoscibile. Banchi di sardine affollano le nostre coste. Incredibile ma vero, questi piccoli pescetti, tanto cari alla nostra cucina, stanno facendo parlare di loro in lungo ed in largo. I media mainstream hanno parlato di loro ininterrottamente fra prime pagine e talk show. Lopinione pubblica di movimento non ha aspettato un secondo prima di dividersi fra condanne inquisitorie e occhiolini ammiccanti. E dobbiamo ammettere che le metafore marinaresche stuzzicano non poco la nostra fantasia. Pertanto, eccoci qui, proviamo anche noi a dire la nostra.

Partiamo da un presupposto. Questa spasmodica e frettolosa attenzione verso il fenomeno sardine da parte del sedicente movimento su scala nazionale ci sembra rispecchiare per lennesima volta lincapacità di produrre discorsi e temporalità propri, fatto che porta alla naturale conseguenza di rincorrere costantemente le notizie maggiormente mediatizzate. Non diciamo che non abbia senso formulare le proprie ipotesi su questioni che assumono centralità nel dibattito pubblico, ma crediamo che, se ciò avviene in maniera meccanica ed al di fuori di un proprio discorso programmatico, rappresenti un innegabile segno di debolezza e inconsistenza. Si finisce così per inseguire la cronaca, oscillando tra la volontà di potersi vestire da sardine e il rancore dal punto di vista dei professionisti di movimento, per non aver avuto la capacità di costruire quelle piazze. Questi elementi ci portano una volta di più a constatare la crisi profonda di un Noiche non si dimostra in grado né di anticipare le tendenze che attraversano la composizione sociale né di costruire spazi di agibilità e mobilitazione autonomi.

La domanda che ci poniamo per avviare il ragionamento riguarda la prospettiva di lungo periodo. Il campo di mobilitazione delle sardine ci appare da subito abbastanza definibile e circoscritto: lantisalvinismo. I loro capibanco parlano chiaro: NO a Salvini! NO allignoranza del populismo! SI alla creatività, alle emozioni e allempatia! Male, molto maleLimitarsi a dire questo però ci appare un posuperficiale. Soprattutto nel momento in cui queste parole dordine non ci suonano nella sostanza così diverse da quelle pronunciate, con toni apparentemente un po’ più riottosi, da buona parte della cordata centrosocialista. Probabilmente, il fatto è che il nodo della questione è più a monte e meno a mare, ovvero: è l’opposizione, che per ora definiamo frontale e ideologica, al salvinismo la nostra scommessa vincente? È questo il campo di battaglia che ci pare più adatto? Su questo abbiamo alcuni dubbi. Lo diciamo da tanto e oggi lo ripetiamo: non avrebbe altrettanto senso interrogarsi su quali sono le radici materiali del successo di Salvini? E di seguito provare a formulare delle nostre ipotesi di risposta a queste esigenze? Compagne e compagni, non avrebbe senso provare a scandagliare il fondale prima di provare a stabilire a priori le sue caratteristiche?

Per quanto riguarda lopinione pubblica di movimento, in effetti, lacquacoltura ci sembra suggerire adeguati spunti di riflessione. Da una parte abbiamo i salmoni: con la loro pancia rosata e la caparbietà che li contraddistingue tornano sempre e comunque allo stesso fiume, nella vana speranza di trovare un luogo noto e sicuro dove riprodursi. Non importa chi, come, quando e dove. Non importa se in Norvegia o in Alaska. Non importa se di fronte a loro c’è un Kodiak di mezza tonnellata che con fare minaccioso gli suggerisce di lasciarsi trascinare dalla corrente per tornare alla foce a farsi qualche domanda. Il loro insuperabile istinto o la loro irrecuperabile ideologia li porta a non interrogarsi sulle caratteristiche e sulle trasformazioni dellambiente che li circonda. Non si chiedono se la direzione sia quella giusta, perché loro sanno già qual è. E non c’è modo di convincerli. Loro prenderanno sempre di petto lo stesso fiume. Qualsiasi altra strada e qualsiasi altra ipotesi fuori dai loro schemi prestabiliti è subito bollata come impresentabile e impraticabile. Qualunque cosa non si presenti nelle forme del loro solito torrente in salita viene subito abbandonato. Non sono in grado di prefigurarsi orizzonti che escano da ciò che loro già si aspettano di trovare e qualunque situazione insolita o imprevista viene dogmaticamente rifiutata.

Ma proseguiamo con la nostra tassonomia ittica. Adesso è il turno dei tonni. Con la loro livrea argentata e il corpo ovoidale nuotano costantemente alla ricerca dei popolosi banchi di sardine. Strizzano loro locchio con fare famelico. Puntano sempre ad una facile scorpacciata. Quando incontrano uno dei suddetti banchi, anche loro, non si fanno mai troppe domande su cosa questi grandi assembramenti di pesce fresco possano comportare: li seguono, li accerchiano e ci si lanciano nel mezzo nella speranza di addentare qualche sventurato pescetto. Ma le sardine sono piccole, agili e sfuggenti. Certo, qualcuna finisce fra le grinfie dei tonni, ma spesso qual è il risultato? Che a fare festa sono i grandi pescherecci. Appostati in luoghi strategici, e dotati di mezzi tecnici notevolmente superiori a quelli dei poveri tonni, al momento giusto gettano le reti e nelle migliori stagioni di pesca o campagne elettorali, che dir si voglia si portano in barca tonni e sardine, che ancora una volta finiscono a fare da carne fresca per il loro comune nemico.

Ok, basta. Usciamo fuor di metafora, ci piace scherzare, ma in realtà siamo abbastanza seri. Il punto è un poquesto: ad una prima analisi, superficiale ed insufficiente, la fetta di composizione scesa in piazza con le sardine non ci appare eccessivamente fluida ed è forse difficilmente orientabile su altre direttrici. Anzi ci pare abbastanza impaludata in quella sinistra sociale ammantata di civilismo, che nonostante non risponda esplicitamente alla chiamata di nessun partito – ricordate i pescherecci? – finisce spesso e volentieri per costituire il corpo sociale del nostro nemico: il padroncino buono con la faccia pulita, il perbenismo ipocrita delle piccole cooperative sociali, i giovani delfini della generazione Erasmus. Crediamo che questo campo di battaglia non ci sia favorevole. Come possiamo sperare di raggranellare qualche buon risultato tenendo conto della disparità di mezzi di comunicazione che ci distingue dalla nostra controparte, del totale scollamento dal tessuto sociale che ci circonda e utilizzando parole dordine così simili? Come possono sperare i tonni di fregare tutte le sardine ai pescherecci durante la stagione di pesca? Detto ciò non crediamo abbia neppure troppo senso liquidare troppo frettolosamente le decine di migliaia di persone scese in piazza. Soprattutto se scese in una piazza formalmente apartitica con delle parole dordine tristemente non troppo distanti da quelle che ci hanno caratterizzato per molti – forse troppi? anni. Ha forse senso tacciare di impurità ideologica senza un minimo di lavoro di inchiesta 15 mila persone scese in piazza nella sola Bologna a partire da un evento Facebook? Cari salmoni, di sicuro questo non è il solito torrente di montagna, però scartarlo a priori perché al di fuori dei nostri stretti orizzonti forse non è la scelta più saggia. A questo proposito dobbiamo però aggiungere un distinguo: crediamo che questo ragionamento sia valido principalmente per quanto riguarda il primo appuntamento bolognese delle sardine, ovvero quello in cui la macchina mediatica della Sinistra istituzionale non si era ancora dispiegata in tutta la sua capacità. Gli appuntamenti successivi sembrano aver immediatamente assunto caratteristiche molto più definite in termini di composizione scesa in piazza e di posizionamento politico nellalveo istituzionale.

Ci sono anche altri due elementi che ci fanno riflettere. Elementi che ci paiono in assonanza con le recenti mobilitazioni di questanno circa la crisi climatica. Solo in parte in termini di composizione scesa in piazza e non necessariamente in termini di contenuti e parole dordine. Però qualcosa forse c’è. Potrebbe essere che dopo più di dieci anni di crisi economica e sociale, che sulla pelle di moltissime persone si traduce in solitudine, disillusione e ciclotimia, un elemento comune sia la pulsione e la voglia di rompere questa solitudine e questo sentimento interiorizzato di debolezza? Magari in un modo nuovo e soprattutto esterno ai consueti schemi mobilitativi che, ormai normalizzati nella propria ritualità – e spesso auto-celebrazione , hanno perso qualunque attrattività agli occhi delle persone che ne hanno osservato i ripetuti fallimenti o che più semplicemente non li hanno mai vissuti davvero. Non crediamo di possedere la risposta. Crediamo semplicemente che abbia senso porsi la domanda. In secondo luogo, notiamo in entrambi i casi un altro fattore comune: queste piazze, nate a partire da una condivisa sfiducia verso i grandi soggetti della politica parlamentare, mostrano una marcata tendenza a ricreare dentro la mobilitazione stessa una sotto-dimensione della politica istituzionale. A pochi mesi dalla prima marcia per il clima abbiamo già visto la burocratizzazione di un esecutivo nazionale, a sua volta poi sotto-riprodotto in più numerosi parlamentini locali, molto più interessati ad una auto-attribuzione nominale delle piazze, piuttosto che al rafforzamento dell’organizzazione dentro la spontaneità della composizione e viceversa della spontaneità dentro l’organizzazione. Per le sardine non ne parliamo, nei due giorni successivi al 14 Novembre il logo era già sotto copyright, i dieci requisiti fondamentali per essere considerati sardine a pieno titolo erano già stati enunciati.

Questo paradosso, tra una sfiducia massificata nelle istituzioni e la loro parodistica imitazione, può forse consegnarci un piano di intervento e iniziativa. Non tentando di ricondurre in modo diretto la cosiddetta anti-politica nella politica, ovvero la spontaneità nell’organizzazione: perché la politica e l’organizzazione che quel misero e sempre più aleatorio “noi” ha in testa è, purtroppo, quella dei parlamentini e della propria auto-produzione come piccolo ceto separato. Dovremmo invece cogliere e inchiestare elementi di spontaneità che possano andare in una direzione diversa dai corsi acquatici stabiliti e prevedibili, e lì tentare di reinventare nuove forme di organizzazione.

A questo punto, possiamo porci altre questioni, di decisiva importanza: è possibile combinare la mobilitazione delle figure sociali già a priori anti-salviniane con la mobilitazione delle figure sociali che oggi vedono nel leghismo, o in forme diverse vedevano nei 5 stelle, una strada percorribile per cambiare le loro vite? Crediamo infatti, come abbiamo più volte ripetuto, che tra queste ultime figure vi siano innanzitutto le parti della composizione sociale più colpite dalla crisi, dai ceti medi impoveriti a un proletariato che si è visto sottrarre il futuro. Queste figure finora sono state catturate nelle reti della promessa salviniana di poter scaricare la crisi in senso individualistico e competitivo, dai penultimi agli ultimi. Cosa succede nel momento in cui questa promessa si sgretola, o meglio quando il mantenimento della promessa per alcuni significherà il suo tradimento per molti? Se vogliamo agire dobbiamo arrivare in anticipo, cioè essere già collocati politicamente e socialmente tra quelle ambigue figure. In questo senso un anti-salvinismo a posteriori, cioè determinato da un processo sociale e materiale, ci sembra potenzialmente più decisivo e dirompente di un anti-salvinismo ideologico.

Per concludere ci piace lidea di tornare ancora una volta ad un vecchio detto marinaresco: il pesce puzza dalla testa. In fase analitica crediamo che questa testa vada ignorata, perché inchiestare significa andare a scavare nella carne viva della composizione mobilitata, nelle sue contraddizioni, per lappunto nelle radici materiali alla base della voglia di scendere in piazza. Non nelle parole pronunciate dai leaderini di turno o nel manifesto prodotto da una burocrazia auto-eletta. In fase pratica crediamo che questa testa vada staccata di netto, per evitare che una volta ancora il corpo vivo di una bestia sociale o marina che sia potenzialmente feroce marcisca a causa di una testa che pensa più alla sua auto-rappresentazione che ad affilarsi gli artigli.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni