Un colpo al cerchio uno alla botte – riflessioni di parte su elezioni regionali e menopeggismo

Bologna, anno domini 2020. Al termine dello scrutinio delle sezioni sparse in tutta l’Emilia-Romagna, le note di Bella Ciao invadono prepotentemente l’enorme hall che funge da comitato elettorale di Stefano Bonaccini. I volti dei presenti sono ora più distesi, la tensione ha lasciato spazio ad un’allegria diffusa, lo champagne fa capolino nella sala e l’entusiasmo si palesa tra tutti i presenti: “L’Emilia è libera da 70 anni e continuerà ad esserlo!”, “Anche questa volta siamo salvi, l’ondata barbaro-fascista è stata respinta”, “Abbiamo evitato il peggio anche questa volta” sono le opinioni che raccolgono maggior seguito nelle voci e nelle bacheche facebook. Se un lavoratore precario qualunque – preso dalle incombenze lavorative o dallo studio – avesse distrattamente perso di vista le coordinate spazio-temporali e la fondamentale tornata elettorale di domenica 26/01, accendendo la tv a tarda notte avrebbe potuto legittimamente sospettare che la mattina seguente si sarebbe festeggiata la Liberazione, che per tutto il giorno i corpi di Salvini e della Borgonzoni sarebbero stati appesi in Piazza Maggiore ad imperitura memoria. Ma il giorno dopo, andando a lavoro, una delusione palpabile: nei bar e nei ristoranti della zona universitaria le stesse misere paghe e le stesse squallide condizioni di lavoro del giorno prima; nelle cooperative del Terzo Settore – nelle cui bacheche ancora campeggia la (poco) rassicurante faccia di Bonaccini in maniera non dissimile a quanto accade nelle sedi del partito con l’ammuffito ritratto di Berlinguer – avrebbe ascoltato i capi, notevolmente sollevati e rinfrancati dalla notte appena trascorsa, esclamare: “abbiamo evitato la catastrofe, siamo salvi, possiamo continuare a concentrarci sulla nostra mission: fare opere di bene, rendere questo mondo più umano”, frase che, alle orecchie meno infagottate dal sozzo cerume ideologico della Sinistra, suona più o meno così: “per fortuna il Pd ha vinto, possiamo continuare tranquillamente a concentrarci sul nostro obiettivo: fare profitti sulle spalle di giovani, precari e migranti e rendere le nostre tasche più gonfie!”.

1.Questo breve prologo rappresenta a grandi linee il clima che, nei giorni successivi al voto, si respira a Bologna e, grosso modo, nei centri urbani più abitati della regione. Il Pd ha condotto una campagna elettorale giocata sul timore del nemico alle porte, delle camicie nero-verdi all’assalto del fortino socialdemocratico; ha contrapposto all’odio del Capitone leghista la retorica dei buoni sentimenti, all’ignoranza dei barbari di provincia la cultura e le buone maniere dei raffinati ceti urbani, al salto nel vuoto di un nuovo establishment il modello vincente fatto di integrazione, welfare, istruzione e solidarietà. Il Partito Democratico ha vinto grazie alla politica della paura nei confronti di Salvini, utilizzando retoriche e azioni sempre reattive e parallele. Gli ormai noti fatti del Pilastro ci forniscono un ottimo esempio. Salvini si presenta, tronfio e debitamente scortato da poliziotti e giornalisti, sotto uno dei tanti palazzoni, suonando al campanello di un presunto spacciatore. L’obiettivo è rinfocolare la chiusura di campagna elettorale giocando di sponda sugli effettivi disagi della periferia bolognese e sull’isteria di strati popolari sfiancati da più di un decennio di crisi; il luogo comune, che vede il Pilastro come uno dei fulcri dell’universo microcriminale felsineo, viene sfruttato per fare da sfondo una delle esuberanti sparate mediatiche cui ci ha abituato il leader leghista, come al solito interessato ad una iperpolarizzazione dell’elettorato. Alcuni giorni dopo lo stesso fanno Sua Maestà il sindaco Merola, il piccolo Lord Lepore ed altri insipidi vassalli del decadente feudo Pd. L’anonimo agglomerato di case popolari oltre il ponte della tangenziale, da sempre ai margini nei progetti delle amministrazioni Pd e di qualunque colore, diviene una succulenta carcassa su cui gli avvoltoi si gettano famelici, per strappare l’ultimo brandello di carne da un tessuto dimenticato e putrescente. Alla politica dell’intolleranza promossa dal capo della Lega viene contrapposta un’immaginifica comunità locale unita, scesa in piazza in un presidio solidale e integrato, dove casualmente la quasi totalità della composizione è fatta di anziani o prossimi alla pensione, di piccole associazioni di volontariato dipendenti in ultima istanza dal tentacolare sistema Pd, di piccoli gruppi – dediti ad accordicchi sottobanco con l’amministrazione – che ascoltano silenti il sermone di Merola perché terrorizzati di perdere i loro spazi di sopravvivenza e, infine, l’occasionale ragazza con il velo, che viene messa a lucido ad onor di telecamera. Nel frattempo, nel buio del parco circostante, qualche sparuto gruppo di ragazzini si aggira incuriosito fra qualche fischio e qualche sberleffo, è infatti una cosa insolita questo assembramento di persone nel cuore di un quartiere dormitorio abituato all’assordante silenzio della marginalizzazione urbana e sociale. Laddove la Lega prova a cavalcare il malcontento di anni di malgoverno cittadino, gettando benzina sul rogo della competizione etnica, il Pd dal canto suo rivendica qualche briciola di welfare urbano caduto per sbaglio dai tavoli imbanditi dell’amministrazione comunale, millantando la ventura disgrazia di una vittoria nero-verde e nascondendo sotto il tappeto le contraddizioni di anni di incuria e colpevole rimozione delle problematiche sociali del quartiere. Paura da un lato, paura dall’altro. Due facce della stessa medaglia.

2.Allargando lo spettro dell’analisi, le mappe del voto confermano alcuni trend evidenti e riscontrabili già da anni: il Pd stravince a Bologna, Modena e Reggio Emilia; raccoglie i voti dei maggiori centri arricchitisi durante la crisi, mentre perde nettamente in provincia, dove, chi ne ha pagato i costi, si esprime con un netto rifiuto verso il perbenismo delle narrazioni democratiche. In soccorso allo sgangherato carrozzone di sinistra arrivano però i più colpiti dalla sindrome del fascismo alle porte, ovvero i menopeggisti di professione, che dimenticano la devastazione sociale perseguita alacremente dal Pd nazionale e l’incapacità di Bonaccini e della sua giunta di rispondere ai problemi espressi da chi vive nelle periferie delle città o nelle realtà di provincia. Perché al di là delle retoriche di cui si beano i politici democratici aggrappati alle poltrone, il sistema emiliano-romagnolo è bucherellato come uno scolapasta: il settore turistico ed enogastronomico si basa in gran parte sul lavoro sottopagato ed in nero di migliaia di giovani e studenti – con Pd e Lega amorevolmente abbracciati nel fare fronte comune a difesa di padroncini e bottegai, quando qualcuno prova ad opporsi a questa situazione di sfruttamento sistemico -; le cooperative esercitano una forma di potere di stampo para-mafioso, aggiudicandosi a man bassa tutti gli appalti e i fondi disponibili e poggiandosi in buona parte sullo schiavismo legalizzato della manodopera migrante; i paesi che sorgono sugli argini dei più grossi fiumi regionali vengono ciclicamente sommersi dalle acque ad ogni cenno di maltempo, grazie alle politiche di cementificazione selvaggia avallate dal Pd e dai suoi degni predecessori; il tanto decantato welfare universalistico regionale è appannaggio esclusivo di chi può permetterselo – due brevi esempi: l’aumento del costo dei biglietti della Tper che gestisce il trasporto pubblico su gomma nella regione; l’idea, che tenteranno di realizzare nei prossimi anni, di rendere la Tari proporzionale al volume di spazzatura prodotta piuttosto che alla metratura della casa -; infine impossibile dimenticate la totale subalternità nei confronti di Hera – multiutility che gestisce il ciclo di rifiuti e la distribuzione di gas ed elettricità – per quanto riguarda le politiche ambientali e il costo delle bollette.

L’Emilia-Romagna, dunque, resta rossa – tonalità che nell’immaginario socialdemocratico bolognese rimanda ormai unicamente al colore dello spritz Campari. “Stalingrado non è caduta!” titolano in maniera imbarazzante le colonne del giornalaccio di partito Repubblica. Insomma, per i prossimi 5 anni il sistema partito-sindacato-cooperative-Arci è al sicuro; i politici piddini possono continuare a fare sfoggio della loro impunita arroganza, pronti a farsi scudo dietro il pericolo dell’avanzata di Salvini. Bisogna però considerare che, se la Bergonzoni avesse vinto, il deep state emiliano-romagnolo, ovvero il sistema di potere costruito e consolidato in settant’anni da Pci, Pds, Ds e Pd, sarebbe con ogni probabilità rimasto in piedi con poche modifiche, impedendo alla Lega di poter esercitare pieni poteri nel governo della regione. Eppure, queste elezioni ci dicono anche altro su sinistra e destra: forse per la prima volta nella storia la regione è stata contendibile. Il Pd continua a perdere pezzi importanti – la Lega governa Ferrara, Piacenza e tanti altri piccoli e medi comuni; le mura della roccaforte socialdemocratica non paiono più cosi indistruttibili; tante piccole crepe, sotto forma di piccoli atti di insubordinazione, di vendetta, di insoddisfazione verso le condizioni di vita esistenti, attraversano la superficie emiliano-romagnola e spesso muovono a partire da dimensioni di spontaneità, che poco hanno a che vedere con le propaggini della Sinistra o con i circoletti della politica di movimento. La Lega dal canto suo ha invece predisposto una campagna elettorale di respiro nazionale, sfruttando la capacità di Salvini di convogliare – a favore o contro – consenso ed attenzione mediatica, e finendo così per mettere totalmente in secondo piano la candidata presidente. Allo stesso tempo, il Carroccio ha dimostrato ancora una certa inconsistenza, confermando di essere un partito ancora scarsamente radicato nella regione, privo – con poche eccezioni in alcune zone – di sedi, funzionari di partito e militanti alla base. Dedichiamo, volendo fare sfoggio di generosità, una brevissima battuta al Movimento 5 Stelle, capace di dilapidare in un anno l’enorme consenso ricevuto alle elezioni politiche del 2018. Unica nota di interesse potrebbe riguardare la direzione ed il volume di voto – o di astensione – che verranno ad originarsi a partire da questo temporaneo vuoto politico.

3.Sfogliando la Repubblica o uno qualunque dei giornali di sinistra, di cui si nutre lo spocchioso intelletto dell’elettore medio di sinistra, balza subito all’occhio un evidente rimosso: la Calabria. Giancarlo Giorgetti, ex sottosegretario di spicco nel governo gialloverde e dominus della Lega, intervistato nei giorni antecedenti al voto, è stato chiaro: della Calabria non interessa niente a nessuno. Per Lega e Pd la partita si è giocata in Emilia: per i primi significava procedere nel progetto di strutturazione di un’economia a trazione settentrionale per lo sviluppo della Penisola, in modo tale da ricongiungere a livello amministrativo il nuovo triangolo industriale Bologna-Milano-Treviso; per i secondi significava conservare un sistema affaristico – dove distribuire fondi, posti di lavoro – e il potere che ne deriva. In questa diversità di condizioni, si palesa in salsa nostrana la tipica dialettica tra sviluppo e sottosviluppo capitalistico: la posizione “subalterna” della bistrattata Calabria è la conditio sine qua non, affinché l’Emilia – o chi per lei – possa rimanere il centro pulsante dell’economia italiana. Lo spopolamento della prima favorisce l’afflusso di forza-lavoro a basso costo e di risorse intellettuali verso la seconda; gli investimenti statali cadono a pioggia sull’Emilia, proprio perché mancano in Calabria; il funzionamento della sanità emiliana, ad esempio, funziona anche grazie ai rimborsi, che le regioni del Sud, come la Calabria, versano annualmente per le visite che i loro cittadini fanno fuori regione. Proprio lo stesso Bonaccini è uno dei maggiori promotori di questa tendenza: con la solerzia degna del miglior Zaia, si è affrettato a dire, subito dopo l’elezione a Presidente, che accelererà sull’autonomia differenziata. Insomma: prima gli emiliani. Tale sinistra si conferma sempre in sbalorditiva assonanza con quegli slogan intrisi di razzismo, che sentiamo sbandierare dalle forze politiche degli schieramenti opposti.

Nei pochi articoli che ricordano il voto, la retorica, che si associa alla Calabria, rimane quella trita e ritrita: la regione non spicca il volo perché abitata da giovani nullafacenti, che preferiscono il reddito di cittadinanza al lavoro, che cedono con facilità al ricatto della politica clientelare o della ‘ndrangheta, piuttosto che istruirsi alla cultura della legalità e dell’antimafia – quest’ultima osservazione merita un breve ma importante inciso: l’Antimafia in Calabria rappresenta uno dei principali vertici del sistema di potere locale, ha dimostrato in più occasioni la sua capacità di spostare consensi, spesso mediante figure come il magistrato Gratteri, che a pochi giorni dal voto ha stretto la mano allo stesso Salvini in Procura; questo interventismo del giudiziario nell’arena politica risulta una costante, quando viene considerato necessario per la chiamata alle armi di questo o quel partito. Dunque, la destra non ha vinto per caso, è l’ignoranza dei calabresi ad aver portato al governo Forza Italia e Lega. Il sillogismo dei sinistri è compiuto. A noi sembra, invece, che nel voto in Calabria ci siano delle analogie rispetto all’Emilia. Innanzitutto, in entrambi le regioni il voto sceglie la riproduzione dello status quo, una conferma delle configurazioni di potere già presenti sul territorio: in Calabria premiando Jole Santelli e il vecchio apparato berlusconiano; in Emilia optando per il sistema costruito dal Pd e dai suoi avi. Rimane però una sostanziale differenza: sotto le due torri il sistema di potere Pd lascia ben poco spazio a chi non segue il verbo tramandatosi religiosamente nelle sedi del partito, mentre in Calabria sia destra che sinistra hanno costruito negli anni una propria politica clientelare, che spesso finisce per fare sistema, riducendo in parte il ricatto della politica della paura verso chi si appresta a votare.

4.La campagna elettorale è stata caratterizzata dall’emersione del fenomeno delle sardine – rimandiamo all’editoriale http://hobo-bologna.info/2019/12/13/considerazioni-sulle-sardine/ per una trattazione più puntuale. E’ indubbio che Bonaccini sia stato favorito dalle piazze bolognesi lanciate dai tediosi pescetti: in quelle piazze si è rinsaldato il legame tra ceti medi usciti vittoriosi dalla crisi, lavoratori di medio-alto livello delle cooperative e opinione pubblica di sinistra. Questo corpo politico necessitava di una piazza in stile primo maggio per riemergere dalle catacombe, in cui si era ultimamente eclissato un Partito Democratico in odore di ristrutturazione interna. Quale sarà il futuro delle sardine? Con ogni probabilità, se avesse vinto Salvini, avrebbero rilanciato nuove piazze; mentre oggi dai social hanno annunciato che il loro compito è finito, avendo contribuito in maniera determinante ad arginare l’avanzata di populismo e sovranismo. Non ci stupiremmo però di ritrovare il sorriso ebete di Mattia Santori riciclato tra i manifesti elettorali delle elezioni comunali del 2021 a Bologna, o in qualche tornata successiva, quando riscuoterà la sua parcella per il servizio prestato ai democratici. Mentre cosa dire a proposito di quella fetta di composizione giovanile che, pur magari non ritrovandosi pienamente nelle parole di Santori, è scesa in piazza per esprimere dissenso nei confronti di Salvini e della politica istituzionale?

Per concludere: il leader leghista cerca di raccogliere e di convogliare in una guerra tra poveri e impoveriti l’insoddisfazione verso le miserevoli condizioni di vita nell’epoca della crisi permanente. Le elezioni in Emilia ci dimostrano che limitarci ad un antisalvinismo, che agisce su un piano puramente ideologico e di immaginario – leggi: antifascismo scollegato dalla composizione di classe -, non solo risulta insufficiente, ma anzi regge il gioco a chi in questi anni è stato in prima istanza fautore delle politiche all’origine del peggioramento delle condizioni di vita di lavoratori, precari, disoccupati e strati sociali più deboli. È proprio questa la chiave della (più sbanderiata che reale) vittoria democratica, la capacità di riunire sotto la medesima bandiera il proprio elettorato insieme a soggetti terzi – provenienti da ambienti genericamente di sinistra tanto istituzionale quanto radicale -, che risultano suscettibili alla chiamata del consunto frontismo antifascista, sia per identità estetico-ideologica, sia per ragioni essenzialmente clientelari di dipendenza verso il sistema Pd. In Emilia-Romagna il Pd vince perché riesce a trasformare la paura di Salvini in voti preziosi, autorappresentandosi come alternativa democratica e stabilizzante, come argine al fascismo incipiente, soprattutto per quanto riguarda Bologna e i centri maggiori della regione. Come ripetiamo ormai da anni: Pd e Lega sono due facce della stessa medaglia. L’uno esiste nelle condizioni poste dall’altro. E così un colpo al cerchio ed uno alla botte. Se l’infame Salvini ci fa la posta sotto casa, non piagnucoliamo impotenti di fronte al metodo squadrista, ma senza paura di puntare il dito e definire campo e volto del nemico andiamo noi sotto casa di Salvini. Se i sinceri democratici sciorinano con prolissa attitudine gli alti meriti ed i valori morali delle loro scellerate opere di macelleria sociale, non abbiamo paura di interrompere il loro volgare teatrino, per disvelare in maniera chiara e manifesta la loro connivenza con le più atroci politiche nazionali e non solo – troppo preoccupati a difendersi dalla barbarie dell’orda fascista per ricordarsi dei veri lager in Libia?. Schierarsi contro Salvini senza criticare, contrastare, contestare Bonaccini, Merola et similia, significa schierarsi dall’altra parte della barricata, senza se e senza ma. Ancora, parafrasando il poeta: il meno peggio è peggio del peggio.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni