L’economia politica della catastrofe

L’economia politica della catastrofe

Non siamo epidemiologi, virologi e infettivologi. Siamo militanti politici. Ognuno faccia il suo mestiere. Sostenere però che non possiamo dire nulla perché non abbiamo le competenze, significa rinunciare alla possibilità della critica e consegnarci all’autorità oggettiva della scienza, alla religione scientifica, o ancora meglio alla sua versione industrializzata. E in questo caso, come diceva quello là, non serve un meteorologo per capire da che parte tira il vento. Senza entrare nel merito del discorso tecnico, infatti, è impossibile non notare la colossale sproporzione tra i numeri reali, ovvero tra le misure d’emergenza adottate e l’esistenza di una concreta emergenza. Le morti vere ci sono, certo, forse con probabilità più alte di quelle delle annuali influenze di cui non gliene frega niente a nessuno, sicuramente con dimensioni minori di tante altre malattie; ma le morti, evidentemente, cominciano a essere reali solo quando su di esse si accendono i riflettori dei media.

Questo è un primo punto che, facendo il nostro mestiere di militanti, dovremmo notare: ci troviamo di fronte a uno stato d’eccezione creato innanzitutto dall’industria mediatica. Non è la scarsità di informazione a creare i pericoli, come è stato detto per la Cina, ma è l’eccesso di informazione, come è evidente in questi giorni in Italia. Non si tratta di fake news, perché è sempre chi comanda a decidere cosa è vero e cosa è falso. La pandemia psicotica creata da giornali e istituzioni, infatti, determina quella realtà che le misure di emergenza dicono di voler combattere, ad esempio il sovraccarico di aspiranti pazienti perlopiù immaginari che mandano in tilt le strutture ospedaliere e chi ci lavora. E potremmo continuare con gli assalti ai supermercati, per non parlare dell’ulteriore individualizzazione egoistica della vita pubblica – cose che, all’oggi, si sono verificate in misura forse minore del volume di fuoco utilizzato da media e istituzioni (ci torneremo).

Del resto, se usciamo dalla visuale del ristrettissimo qui e ora imposta dall’industria dell’informazione, è facile vedere come le notizie sul coronavirus nella sua “forma cinese” avevano già iniziato a scendere nella gerarchia d’importanza, messe in secondo o terzo piano nella settimana di Sanremo, per poi tornare a diventare ghiotta occasione di profitto sensazionalistico quando si è finalmente scoperto il focolaio lombardo. Così, con titoli da guerra conclamata (e ci riferiamo a “Repubblica” ben più che a “Libero”), ecco che ora per ora aumentano i casi di contagio, ovviamente evitando di dire che l’aumento è dovuto al fatto che a differenza delle scorse settimane il virus viene cercato. Non pensiamo di aver bisogno di alcuna sfera di cristallo per pronosticare che, nel giro di qualche settimana, il virus tornerà a scendere nella gerarchia dell’informazione: dopo un po’ ci si stanca di consumare le merci e bisogna trovarne di nuove. Giorno dopo giorno i toni si abbassano e si ricalibrano, non per assunzione di responsabilità, ma per preparare nuove epidemie informative.

In questa creazione del consumo apocalittico, l’industria scientifica – con i suoi manager, spin doctor e operatori dell’informazione – ha un ruolo centrale. Lo vediamo con quel cialtrone di Burioni che, dal pulpito di una presunta oggettività oracolare, assume un ruolo direttamente decisionale, ossia politico. Il progressismo illuminista, architrave dell’ordine del discorso democratico, si rivela così per quello che è sempre stato: una teologia politica.

Da par suo, di fronte alla potenziale psicosi sociale, il governo adotta misure psicotiche. Non ci vuole molto per individuarne le contraddizioni: se l’emergenza è gonfiata, non ha alcun senso la chiusura di scuole e buona parte dei luoghi pubblici; se l’emergenza è reale, perché altri luoghi sono rimasti aperti, e come è possibile che – a fronte di tempi di incubazione del virus di due o addirittura tre settimane – nel giro di qualche giorno quelli chiusi vengano riaperti? Poi, se volessimo prendere sul serio l’autoproclamazione del governo a comitato di salute pubblica (nel senso letterale del termine), dovrebbe promulgare misure davvero “giacobine”, come innanzitutto l’esproprio dei beni privati per fronteggiare l’emergenza, la requisizione di strutture sanitarie private e di caserme per trasformarle in luoghi di cura, la messa a disposizione gratuita per tutti i cittadini di tamponi per verificare la propria condizione, reddito straordinario per non andare al lavoro, calmieraggio dei prezzi e distribuzione gratuita di beni di prima necessità, misure repressive eccezionali per accaparratori e approfittatori (Amazon, per limitarci a un solo esempio). E ovviamente la chiusura o forte limitazione dei giornali e degli organi di informazione, cioè di coloro da cui il processo dipende. Per noi questi punti, tutto sommato, potrebbero essere delle rivendicazioni politiche da agitare per rovesciare la psico-politica dell’emergenza.

È chiaro, tuttavia, che la partita del governo viene giocata ancora una volta sul piano mediatico e comunicativo. Allora, a cosa mirano le ordinanze? Innanzitutto a veicolare il messaggio: la situazione è sotto controllo, grazie al nostro intervento guariremo il paese. Non si tratta di fantasticare complotti per imporre uno stato di polizia, la realtà è ben più banale e sotto i nostri occhi: la crisi – come andiamo ripetendo da diversi anni – è diventata una forma di governo permanente. Si tratti di Isis o di coronavirus, il risultato non cambia: di fronte all’oggettività dell’emergenza, è necessaria l’unità nazionale. Quindi mettiamo da parte i conflitti e le divisioni, perché siamo tutti sulla stessa barca. Chiunque non accetti lo stato d’emergenza, è un nemico non dello Stato e degli interessi che rappresenta, bensì dell’umanità.

Qui arriviamo a un punto importante, che dovrebbe essere scontato nei nostri ambienti (questi sì davvero mefitici), invece non lo è, almeno a leggere molte prese di posizione paniche, individuali e collettive: la differenza tra emergenza e uso politico dell’emergenza. L’esistenza dell’emergenza non viene messa troppo in discussione, chi lo fa viene tacciato di mancanza di umanità, oltre che di rispetto per i morti e i malati. Ci verrebbe da chiedere, da un lato, come mai siamo diventati tutti caritatevoli come dei papa boys&girls, e dall’altro come mai ci interessano tanto questi morti e malati mediatizzati e non quelli le cui vite si esauriscono lontano dai riflettori di giornali e tv. Ma tant’è, meglio non farsi troppo domande, soprattutto quando si teme di conoscere già le risposte. Veniamo al punto dirimente: se anche l’emergenza esistesse, ciò vorrebbe dire che allora dobbiamo accettare in silenzio le misure politiche d’emergenza? Sembrerebbe di sì, se guardiamo alle tante iniziative politiche cancellate in questi giorni in nome di un malinteso senso di “responsabilità” verso l’“interesse generale”, rivendicato da compagne e compagni che vestono improvvisamente i panni dei capi di Stato o dei ministri della salute – e non parliamo di feste o momenti ludici, ma assemblee e presidi. Se il “movimento” fosse ancora in vita, dovremmo parlare di un suicidio. Con lo stesso criterio, qualche anno fa, i giovani francesi dopo il Bataclan avrebbero dovuto chiudersi in casa e sottostare allo stato d’emergenza, la “responsabilità” avrebbe dovuto consigliar loro di non rischiare per sé e per gli altri di prendersi qualche sventagliata di mitra in giro per la città. Perché l’Isis e il coronavirus mica sono invenzioni dei giornalisti, e qualche piccola o piccolissima probabilità di rischio effettivamente c’è: la proclamazione di misure d’emergenza si basa più o meno sempre su qualche nocciolo reale di pericolo. La scelta è tra accettare il rischio e vivere, o rinunciare e sopravvivere, affidando la gestione del rischio nelle mani dei padroni e dello Stato. Rinuncia alla libertà in cambio della protezione, vecchia storia. Per fortuna che i giovani francesi sono stati irresponsabili e hanno rotto l’interesse generale, che è sempre l’interesse di chi comanda.

Potremmo anzi dire che proclamazione dell’emergenza e appello all’unità nazionale sono la verità dell’interesse generale. E questa verità oggi si esprime innanzitutto attraverso i discorsi apocalittici e catastrofisti, che spesso anche noi riproduciamo – ad esempio nella declinazione ambientalista. Ripetere la nostra prossimità alla fine del mondo, oltre a imporre la dittatura di un immaginifico futuro sulla materialità del presente, finisce per cancellare divisioni e conflitti, in nome di un interesse superiore verso cui dobbiamo unirci tutti: se siamo sulla stessa barca o sullo stesso pianeta non esistono più classi e interessi di parte contrapposti, ognuno di noi – indipendentemente che sia un governo, un’impresa o un lavoratore – è un individuo ugualmente responsabile. E la direzione di quella barca o quel pianeta resta così quella indicata da chi lo possiede. Insomma, l’ordine del discorso catastrofista non spinge alla mobilitazione, ma consegna alla rassegnazione. Se siamo giunti all’apocalisse, infatti, non resta che affidarci a Dio – ovvero alla sua incarnazione terrena, cioè capitale, scienza, Stato.

Immaginiamo che, arrivato a questo punto del testo, qualcuno senta puzza di un materiale da consegnare a un sinistro tribunale della santa inquisizione. Il problema è che i sinistri sono talmente abituati a guardare al proprio ombelico, a polemizzare con i complottisti de noantri o quattro imbecilli alla Fusaro, da prendere ogni volta per buono l’intero ordine del discorso del nemico, senza guardare ai conflitti e agli interessi contraddittori che la controparte ha al proprio interno. Ad esempio, chiede qualcuno, se non ce ne fosse alcun bisogno come mai proclamerebbero uno stato d’emergenza che mette a repentaglio l’accumulazione di capitale? Sarebbe come chiedere come mai gli Stati fanno le guerre se sono distruttive e turbano le consuete attività produttive. Significa immaginare il capitale come una cosa, un oggetto statico, un monolite, non cogliere i conflitti e le contraddizioni interne che lo attraversano e lo rideterminano continuamente sul piano globale, non rendersi conto che l’innovazione ha bisogno di crisi e distruzione. L’emergenza e la catastrofe, come la guerra, sono sempre una buona occasione per nuove forme di accumulazione e gerarchizzazione dei poteri interni. Esiste infatti un mercato del catastrofismo, con tante merci su cui si può accumulare capitale – da quelle green a quelle dark, da quelle produttive a quelle riproduttive, e alla merce-divertimento si sostituisce la merce-paura. E poi c’è la merce-consenso, che nella crisi come forma di governo è particolarmente importante per istituzioni socialmente delegittimate. Anche in questo caso non è necessario essere degli indovini per immaginare che, da qui a qualche settimana, il governo giallo-rosso dirà di aver evitato la pandemia grazie alle proprie misure d’emergenza.

Queste considerazioni non alludono all’instaurazione di un regime totalitario: tutt’altro! Non perché padroni e governanti siano buoni o cattivi, ma semplicemente perché il regime comunicazionale e di mobilità globale del capitalismo contemporaneo è per molti versi un colosso dai piedi d’argilla. Anche in queste settimane ne abbiamo degli esempi. È un dato palese come l’inizio dell’emergenza-coronavirus abbia avuto anche una natura geopolitica: i mezzi di comunicazione americani e occidentali hanno fomentato l’attacco anti-cinese, che è costato all’impero orientale un punto percentuale del Pil. Nello stesso tempo, il governo di Pechino aveva alimentato l’allarme su Wuhan, per imporre misure eccezionali contro una zona che era stata protagonista di mobilitazioni popolari contro il potere centrale. La situazione è, com’è evidente, sfuggita di mano a tutti, tanto alla Cina quanto ai paesi occidentali (e se l’allarme coronavirus non è scoppiato negli Stati Uniti o in altre metropoli europee, crocevia indifendibili di mobilità e scambi internazionali, non ci vuole molto a capire il motivo: meglio non cercare quel ceppo influenzale).

Anche in Italia, del resto, le cose potrebbero andare in modo imprevedibile. Cosa succede se una parte della popolazione ritenesse che le sue condizioni di salute non siano adeguatamente protette rispetto alla dichiarata emergenza, o viceversa che la dichiarata emergenza impedisca la legittima libertà delle proprie forme di vita? In questi giorni, girando per la città, si avvertivano comportamenti contrastanti: insieme al panico, si respirava – soprattutto tra studenti e giovani – una sorta di strana curiosità per la sospensione di una normalità banale e alienante. Gli ultimi anni, inoltre, in forme caotiche e ambigue, spesso non esplicitamente politiche e certamente non in una direzione politica da noi auspicata, hanno sedimentato radicati comportamenti e modi di pensare diffidenti o contrapposti alle istituzioni esistenti (dai forconi ai no vax, per fare solo un paio di esempi della cosiddetta “anti-politica”). È in questo confuso ed estremamente differenziato sottosuolo non pacificato e non normalizzato che potrebbe determinarsi un’eterogenesi dei fini rispetto all’economia politica dell’emergenza.

Temiamo che non sarà il “noi” di un autoproclamato “movimento” che potrà avere un ruolo in questa direzione. Questo “noi”, infatti, inorridisce davanti a questa direzione: come non possiamo più permetterci la critica del Pd perché c’é Salvini, così potevamo permetterci la critica dell’economia politica dell’emergenza finché non ci riguardava da vicino. Adesso che è qua intorno a noi, e magari può colpire i nostri corpi, non è più tempo di scherzare. La militanza deve responsabilmente cedere il posto all’unità nazionale. La verità è che, persa ogni bussola collettiva, l’individuo è solo e ha paura di morire. Il consumo di ribellione è un consumo di mercato, però quando si sente puzza di bruciato serve il Padre. Ecco perché prima del problema dell’analisi c’è il problema della soggettività.

Allora, per finire, una battuta: in pochissimo tempo il coronavirus ha messo in ginocchio l’economia e la produttività di un colosso come la Cina e in appena pochi giorni del Nord Italia. Per fare bene il nostro mestiere, quello dei militanti e non dei medici, quello di chi i mali al mondo capitalistico li crea e non li cura, dovremmo prendere esempio, e porci il problema di come divenire virus. Qualsiasi noi antagonista che si voglia costruire, si può costruire solo a partire da qui.

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni