Non esiste il tempo dell’attesa – Considerazioni incomplete sulla crisi epidemica in corso

Non esiste il tempo dell’attesa – Considerazioni incomplete sulla crisi epidemica in corso

È sempre un compito molto difficile produrre materiali a caldo riguardo situazioni di questo genere. Soprattutto alla luce del fatto che situazioni di questo genere non le abbiamo mai vissute. Perlomeno la gran parte di noi. Ciononostante, crediamo sia fondamentale mantenersi vigili rispetto alle rapide evoluzioni che settimanalmente ci travolgono. Senza l’ansia da prestazione rispetto ad una minore o maggiore capacità predittiva; senza paura di un quadro frammentario che ad ora appare non riducibile a poche e semplici variabili. Probabilmente non è questo il momento per definire una linea – di azione e di ragionamento – coerente e coesa, quanto piuttosto di raccogliere elementi e spunti di prospettiva, per metterli a sistema in uno schema aperto e contraddittorio disponibile a costanti capovolgimenti. Se non fosse ancora abbastanza chiaro, riteniamo inutili le reazioni per automatismi ad una crisi dal carattere inedito, stesso discorso per le letture meccanicistiche, che riducono il susseguirsi degli eventi ad un progredire rettilineo di cause e conseguenze dirette. Ammettere la complessità e agire (nel)la semplificazione. Proviamo ad iniziare da qui.

Cominciamo il nostro percorso ampliando al massimo lo spettro dell’analisi. Una delle caratteristiche dirimenti di questa fase di crisi è sicuramente la sua portata globale, pertanto riteniamo necessario prestare la dovuta attenzione alla dimensione geografico-politica del fenomeno. Allo stato attuale se c’è qualcuno che è sembrato in grado di rispondere con efficacia alla fase di emergenza, questo è il modello asiatico. Dal tentacolare leviatano cinese, alla capillare prevenzione tecnologica sudcoreana, se volgiamo lo sguardo verso Oriente vediamo questi soggetti politici in un momento di forte ascesa. Laddove in Europa scarseggiano i posti in terapia intensiva a poco più di due settimane dallo scoppio – probabilmente più in termini mediatici che medici – dell’emergenza, in Cina erano stati costruiti una decina di ospedali in pochi giorni. Laddove in Europa le politiche contraddittorie sulle modalità di utilizzo dei tamponi portano all’incapacità di comprendere la reale portata del fenomeno, in Corea del Sud le operazioni di mappatura informatica dei possibili contagiati, unite ad una somministrazione a tappeto dei tamponi, permettevano di frenare in tempo utile la curva dei contagi, senza ricorrere alla chiusura di posti di lavoro e luoghi di aggregazione. In tutto ciò il ruolo dei grandi solisti Stati Uniti d’America e Gran Bretagna appare significativamente ridimensionato. Le amministrazioni negazioniste per eccellenza si trovano infatti di fronte ad un empasse difficile da superare senza contraccolpi. Boris Johnson dopo le prime sparate social-darwiniste sull’immunità di gregge si ripara dietro un’imbarazzante lockdown. Trump dopo le numerose uscite pubbliche, spesso in chiave anticinese, rispetto all’inesistenza del problema in terra americana, trova il suo paese catapultato al terzo posto nella classifica mondiale dei paesi più contagiati e proprio in queste ore lavora ad una manovra economica senza precedenti: due trilioni di dollari in aiuti diretti all’economia reale e altri quattro per pompare liquidità nel sistema finanziario. In cauda venenum troviamo la decadente Unione Europea, se ancora è possibile considerarla un soggetto a sé stante. I paesi membri perseguono politiche strettamente particolaristiche, l’assenza di qualsiasi forma di collaborazione e coordinamento è lampante. Gli aiuti di Cina e Russia lo sottolineano fastidiosamente. L’Europa – se mai lo avesse fatto – non dimostra oggi un briciolo di organicità, attraversata da lotte intestine e pulsioni welfaristiche, che rischiano di mettere in seria discussione la tradizionale trazione tedesca sotto il nome dell’austerity. Sotto i colpi dell’epidemia l’Unione si sgretola, mentre lo Stato-Nazione, per anni dato per morto, torna alla ribalta rivendicando il suo ruolo di protagonista in un’arena internazionale che fatica a trovare un nuovo equilibrio. Da questa breve carrellata restano escluse molte altre macroregioni che sarebbe interessante esplorare, compito del “noi” militante sarà quello di indagare queste altre realtà per cercare anche lì nuovi spunti di riflessione validi. In ogni caso ciò che interessa non è tessere le lodi di un modello a scapito di un altro, ma è sottolineare come la pervasività globale della crisi coronavirus sia in grado di innescare processi complessi e dagli esiti difficilmente prevedibili. Cosa dire di quei processi di globalizzazione che fino a poco fa erano parsi una realtà irreversibile? Come potrebbe incrinarsi l’indiscussa leadership politica globale del modello della democrazia neoliberale? Quali forme assumeranno i processi di innovazione/ristrutturazione post-crisi nei diversi contesti è il grande interrogativo che ci muove e rappresenta uno spazio di ambiguità dove è necessario concentrare il nostro sforzo analitico.

Su un piano più strettamente nazionale lo stato dell’arte della politica istituzionale si mostra non meno intricato. Il Primo Ministro Conte è riuscito in un primo momento a sfruttare a suo favore la centralità mediatica e politica assunta nella gestione dello stato di emergenza. I discorsi paterni del Premier rimpallati da tutte le emittenti insieme all’ormai consueto bollettino epidemiologico costituiscono il metronomo medico-politico in grado di dettare l’ordine del dibattito pubblico. Unità nazionale e responsabilità individuale rappresentano in questo senso le chiavi di volta per la fuoriuscita dalla crisi. Nell’ultima settimana si iniziano però a percepire alcuni segni di cedimento, nonostante i sondaggi attribuiscano ancora al premier picchi di consenso. L’ultimo discorso alla nazione appare in ultima istanza un puro esercizio di retorica, i cambiamenti introdotti dal decreto in questione paiono tutto tranne che sostanziali. La chiusura totale delle attività produttive tarda ad arrivare sotto la pressione dei macellai di Confindustria. Misure straordinarie in termini di sostegno al sistema sanitario nazionale ancora non si sono viste. La sicurezza sul posto di lavoro è ancora un miraggio per gran parte della popolazione lavoratrice, che abbandonata a se stessa è costretta ad esporsi al contagio, per portare a casa i pochi spiccioli del proprio salario. La credibilità di Conte inizia a scricchiolare sotto il peso dei dati di realtà. Vittima sacrificale del coronavirus è invece Matteo Salvini. Il leader leghista, abituato a catalizzare su di sé l’attenzione dell’agone politico, non ha ancora trovato il modo di emergere nel marasma mediatico. Bisognerà vedere come e quando lui e gli altri avvoltoi decideranno di provare a tornare all’attacco, banchettando su un corpo sociale martoriato tanto dall’epidemia quanto dalla recessione economica. Nostro il compito di fargli mancare il terreno sotto i piedi. Altra questione da monitorare con scrupolosa attenzione è quella dei possibili ulteriori sviluppi dell’epidemia nel Mezzogiorno. La paura del contagio unita alla consapevolezza delle condizioni in cui versa gran parte della sanità nelle regioni del Sud rappresenta una bomba ad orologeria, in un contesto già di per sé caratterizzato da una forbice sociale ancor più marcata rispetto al Settentrione. L’apertura di queste contraddizioni potrebbe portare a mutamenti rapidi e difficili da prevedere.

Per quanto riguarda il dibattito attorno allo stato di emergenza ci sono una serie di elementi e di presupposti che ci preme sottolineare. Ma innanzitutto vi facciamo uno spoiler: Agamben non c’entra un cazzo. O quantomeno, c’entra se proprio ce lo volete infilare fra le righe. In effetti se c’è una cosa che non ci interessa è assumere una collocazione rispetto ad un dibattito dai tratti filosofeggianti che è destinato a rimanere recluso nella sua bolla di rarefatta insignificanza. Soprattutto in queste fasi, la teoria ci interessa nel suo ruolo di sonda per la prassi. La speculazione masturbatoria di stampo accademico ci annoia tanto quanto le ridondanti pratiche assistenziali. Dunque, procediamo oltre. Il primo avvertimento che ci sentiamo di riportare riguarda due letture opposte. Entrambe da evitare. La prima è rappresentata dalla deriva complottista, che vede nel virus una sorta di strumento nelle mani del capitalismo per raggiungere chissà quali fini. L’errore più grave di questa prospettiva è quello di vedere il capitalismo come un unico blocco monolitico, la grande mente di un corpo organico che pianifica scientificamente l’oppressione militare e poliziesca delle classi subalterne. Purtroppo per noi non è così semplice. Non abbiamo dubbi rispetto al fatto che ci siano stati numerosi tentativi, da parte sia di forze politiche sia di gruppi di pressione economica, di strumentalizzare e utilizzare la questione coronavirus per rafforzare la propria posizione nei rispettivi contesti. Crediamo allo stesso tempo che questa dinamica sia ampiamente sfuggita al loro controllo, raggiungendo dimensioni che in precedenza sarebbero state difficili da immaginare. La seconda deriva è quella che vede il capitalismo stesso in una sorta di quarantena. Una fase di stallo in cui il blocco parziale dell’attività produttiva sta mettendo in crisi il funzionamento del sistema nel suo complesso. Questa visione risulta altrettanto ingenua, perché anche qui non riesce a mettere in luce come alcuni settori specifici stiano invece speculando sulla fase in corso, ristrutturandosi e sviluppando nuove forme estrattive compatibili con le condizioni attuali. Ciò che allora ci sembra più urgente è ragionare su queste forme di ristrutturazione, ovvero indagare le varie forme di “uso capitalistico della crisi” per anticiparne le tendenze e individuare i punti nevralgici su cui concentrare le possibili forme di attacco.

Altro atteggiamento problematico è costituito invece da questo sentimento di immobile e fideistica attesa verso il momento in cui si uscirà dalla fase di emergenza: «adesso ce ne stiamo buoni, ma quando sarà finita e usciremo eh! Ve la faremo pagare!». Ci sono varie questioni che non ci convincono di una simile impostazione, soprattutto davanti al fatto che vediamo ben poca predisposizione a ragionare su come e quale terreno preparare in vista di questa futura deflagrazione sociale, e su che tipi di soggettività sociale si stiano producendo in queste settimane. Gli unici sforzi che vediamo vanno nella direzione di un assistenzialismo crocerossino dalle forme trite e ritrite. Non che ci sia nulla di eticamente sbagliato o umanamente riprovevole nell’aiutare i propri anziani vicini nel fare la spesa, figuriamoci! Ben vengano le buone relazioni col vicinato! E poi aiutare i più deboli fra i deboli è sempre un ottimo modo per rinfrancare le nostre malandate coscienze! Rispetto a quanto questo però possa essere propedeutico alla “semina del vento per raccogliere tempesta” – giusto per adottare un altro bello slogan trito ritrito – abbiamo alcuni dubbi. Questo andamento del discorso ci sembra in sostanza pienamente compatibile con la realtà attuale, ovvero la fornitura o il potenziamento di un servizio socialmente utile – peraltro non retribuito – durante una fase di eccezione. Crediamo che le esperienze degli ultimi anni ci dovrebbero ormai aver insegnato che un approccio unicamente assistenziale – dove non viene in alcun modo indicato un responsabile della condizione di disagio sociale e che non si percepisce come tappa di un percorso inchiestante, che ambisce a scavare nelle contraddizioni della composizione di classe, per rilevare quelle pulsioni soggettive potenzialmente trasformabili in rivendicazione politica – sia in definitiva totalmente inadeguato. Inoltre, occorre tenere presente che una simile predisposizione non aggredisce e finisce per avallare tutta l’architrave discorsiva tecnico-scientifica sui cui nei fatti si fonda la narrazione legittimante e spoliticizzante dello stato di emergenza. La dimensione politica della catastrofe in corso viene così lasciata ai margini. La produzione di soggettività-contro semplicemente non si dà. Non ci sono responsabili per questa situazione, o meglio forse ci sono, ma ci penseremo dopo a trovarli! Intanto, cara signora, pensiamo a sfangarla, che in effetti siamo tutti sulla stessa barca.

Quali siano all’atto pratico le priorità politiche del “noi” militante in questa fase di sospensione rimane dunque una questione aperta. E dal canto nostro abbiamo tutta l’intenzione di lasciarla come tale. Come al solito non abbiamo soluzioni, ma solo tracce, labili piste e qualche domanda scomoda.

Un passaggio sicuramente necessario è quello del ribaltamento dell’ordine del discorso tecnico-medico-scientifico o quantomeno un’operazione di disvelamento della sua funzione depoliticizzante. Ovviamente precisiamo che non si sta qui dicendo di andare contro il sentire comune della gente, di negare la gravità della crisi in atto. Tutt’altro, i contagi ci sono, la crisi è reale, le morti sono reali. E come loro sono reali anche i responsabili. I responsabili della crisi. I responsabili delle morti. Se il sistema sanitario si è trovato impreparato dopo anni di tagli e manovre “lacrime e sangue” ci sono dei responsabili. Se la gente continua ad andare a lavorare – e morire – nonostante il pericolo del contagio ci sono dei responsabili. Ma ciò che è certo è che questi responsabili non saranno portati sul patibolo dall’autorità scientifica. Piuttosto saranno medici, infermieri, metalmeccanici, operai della logistica, precari e tanti altri a finire sul suddetto patibolo con il beneplacito di tutte le nostre responsabilità individuali. Sinceramente ci nauseano le narrazioni eroiche. L’eroismo non rappresenta altro che quel magro salario psicologico che compensa la mancanza di tutele sul posto di lavoro. Iniziamo allora ad immaginare forme di rivendicazioni specifiche per ogni segmento sociale e lavorativo. Rivendicazioni che non abbiano paura di additare i propri aguzzini e che non abbiano paura di polarizzare lo scontro nonostante la crisi in atto. Per fare questo abbiamo bisogno di spazi di inchiesta. Di spazi di inchiesta frammentari, sparsi, ricomponibili, che provino ad indagare i modi ed i tempi di queste rivendicazioni. Il tempo dell’attesa non è finito, semplicemente non c’è mai stato.

Infine, nell’immaginarsi luoghi e tempi dell’attacco lanciamo un ultimo spunto. Il momento che più ci sembra offrire spiragli e spazi di possibilità sembra ad ora essere il momento della futura transizione di uscita dalla fase emergenziale. Non crediamo che questo passaggio si darà da un giorno all’altro. Il giorno prima chiusi in casa per paura della multa, il giorno dopo liberi di gozzovigliare in mezzo alla strada. Il passaggio sarà con ogni probabilità graduale, altalenante e composto da momenti ambigui e contraddittori. Entro queste contraddizioni dobbiamo farci trovare pronti. Un ruolo fondamentale sarà molto probabilmente giocato dall’ordine del discorso mediatico. Questo per adesso sembra rimanere in buona misura sulla stessa linea d’onda, nonostante qualche variazione sul tema e i numeri dei contagi stiano apparentemente entrando in questi giorni in fase di parziale descrescita. Quando però l’orientamento delle narrazioni massmediatiche comincerà a cambiare, a prescindere dal numero assoluto dei contagi e dei decessi, questo segnerà verosimilmente l’inizio della fase di fuoriuscita. Allora bisognerà vedere se al cambiamento del discorso mediatico corrisponderà anche un immediato abbassamento delle misure restrittive, viceversa non è escluso che all’abbassamento della paura all’oggi paralizzante si accompagni un innalzamento dell’insofferenza per le draconiane limitazioni e che si massifichi la domanda “ma siamo proprio sicuri che ce l’abbiano raccontata giusta e che non si potesse fare altrimenti?”. Se ora, infatti, la gran parte delle forme di microresistenza è sbilanciata verso l’ambito della sicurezza e dell’assenza di tutele, in futuro è possibile che anche l’ambito della libertà possa diventare un fertile terreno di rivendicazione. Non cadiamo nella trappola di chi vuole farci apparire il binomio libertà-sicurezza come una dualità manichea, ma rendiamo entrambi i versanti un campo di battaglia.

In fin dei conti ciò che ci muove è solo una cosa: scongiurare a tutti i costi la ricostruzione di un piano di normalità. “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema” gridava forte la voce dell’insurrezione cilena. Là sono state le lotte a sospendere la normalità, qua c’è voluto un malaugurato virus: però le crisi non avvengono mai come uno le immagina e ancor meno come le desidera. Ciò che sappiamo è che quella normalità è odiosa, senza se e senza ma. Allora facciamo nostro questo slogan e rendiamolo materia viva del nostro fare politica. Siamo schiacciati in una morsa fra la sospensione coatta delle nostre vite e il ritorno ad una normalità infernale fatta di ansia, miseria, depressione e sfruttamento. Per tutti coloro che scelgono di attendere il ritorno della grigia quotidianità capitalistica rimandiamo all’iban della protezione civile sul sito del governo. A tutti coloro che quella normalità la odiano domandiamo: quale momento migliore per disegnare un’altra strada?

Hobo – Laboratorio dei saperi comuni